Storie

Paolo Cognetti: un’avventura

“Delle sue imprese parlava con estrema avarizia. Non era della razza di quelli che fanno le cose per poterle raccontare (come me): non amava le parole grosse, anzi, le parole. Sembrava che anche a parlare, come ad arrampicare, nessuno gli avesse insegnato; parlava come nessuno parla, diceva solo il nocciolo delle cose.”

Primo Levi | Il sistema periodico


La parola ricorrente è: montagna. Meglio: montanaro. Oppure: racconti. Oppure, ancora: New York. E poi: infanzia. Senza dimenticare: ragazze. A cui aggiungerei: monaco. O forse: asceta. Poi: Nepal. E ancora: rigore. In un certo senso: misura. Forse, anche: orgoglio. E così via.

Se volessimo ridurre uno scrittore alle parole che usa o che evoca attraverso la sua scrittura, se volessimo aspirarne il midollo con un’imponente siringa che conservi una stringa di codice letterario essenziale, se volessimo farlo col paroliberismo vagamente fascistoide di hashtag e SEO… Be’, le parole infilate in serie nel precedente paragrafo sarebbero senz’altro quelle adatte per raccontare Paolo Cognetti – argomento, prima ancora che scrittore, molto battuto da queste parti, e che mi accingo ad affrontare per l’ultima volta (o almeno credo). Ma prima un piccolo excursus para-storico. Continua a leggere

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Le storie degli altri

Il dhvani di Hemingway — Vikram Chandra

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Quindi era il rasa ciò che ho sentito quel pomeriggio in cui ho scoperto Hemingway seduto al tavolo della cucina a Bombay, quando quella cupa corrente sotterranea che ribolliva di emozioni inespresse mi ha gettato in uno stato di esaltazione, di gioia. Il celebre ritmo serrato di Hemingway, la spoglia semplicità delle sue frasi, quelle ripetizioni di suono che lui sistema meticolosamente nella prosa, tutto ciò intensifica il dhvani di ciò che, come un gigantesco iceberg, resta non detto. Ogni parola, ogni pausa, ogni esitazione costituisce il dhvani di una storia.
Scrive Flannery O’Connor:

Il significato deve essere incorporato in una storia, deve concretizzarsi all’interno di essa. Un racconto è un modo di dire qualcosa che non può essere detto in nessun altro modo, e richiede che ogni parola in esso contenuta esprima il significato del racconto. Narriamo una storia perché una frase non basterebbe. Quando qualcuno chiede di cosa parla una storia, l’unica risposta appropriata è consigliargli di leggerla. Nella narrativa, il significato non è astratto, ma vissuto.

L’unico modo per spiegarvi ciò che ho sentito la prima volta che ho letto Hemingway è dirvi di leggere quei racconti. E anche in quel caso, voi leggeresti racconti differenti. Possiamo anche leggere lo stesso testo, ma il dhvani che si manifesta in noi sarà unico. La vostra bellezza sarà solo vostra. Se rileggete un racconto che avete letto dieci anni fa, in voi si manifesterà un dhvani tutto nuovo. La bellezza della poesia è infinita.


Vikram Chandra | Geek sublime

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Le storie degli altri

La montagna Hemingway — George Saunders

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Foto: Peter Blackaert | Tiger Turtle Magi Mountain, Duisburg

Quando un giovane decide che vuole scrivere ecco che intorno gli sorgono svariate montagne che portano i nomi dei suoi eroi. La montagna Hemingway, ad esempio.
Comincia a scalarla, armato del suo amore per Hemingway.
A un certo punto inizia ad essere stanco. Stanco di imitare. Stanco del senso di claustrofobia che prova mentre cerca di esprimere la sua realtà con la voce di qualcun altro. Stanco, quando cerca di sembrare e pensare come qualcun altro, di falsificare: perché svende la sua esperienza di vita personale, perché omette cose che per lui sono vere e ne aggiunge altre che non lo sono.
Se ha la fortuna di rendersene conto, ridiscende la montagna Hemingway e ricomincia da capo.
Toh, guarda: la montagna Toni Morrison. Sembra più adatta.
E il ciclo si ripete.
Poi un giorno – magari c’è di mezzo l’età o qualche difficoltà che lo porta all’esasperazione – sbotta. Basta imitare. Fine. Qualcosa si spezza. Comincia a sembrare… se stesso. O almeno non sembra uguale a nessuno in particolare. È apparsa una nuova montagna; riesce a vederla, con sopra il suo nome.
Però, quanto è piccola.
Non è nemmeno una vera montagna. Sembra… sembra un mucchietto d’immondizia.
Va bene, va bene, pensa, poi prende e ci sale sopra.
Il lavoro che fa non è il lavoro dei suoi maestri. È inferiore, più modesto, più confuso. È piccolo e trascurabile.
Ma almeno è suo.
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Interviste

Questionario sulla scrittura #3: Paolo Cognetti

Dice Paolo Cognetti che con la scrittura funziona come col maiale, ma al contrario: molto si deve buttar via. Allora immagino i quadernoni su cui Paolo scrive piano, li immagino pieni di cancellature e riscritture. Immagino l’immersione nel silenzio in cui si tenta di distinguere, cogliere la differenza tra il vestito e il mestiere dello scrittore. Un silenzio che serve a ricalibrare il tempo interiore, quello dell’uomo e quello dei racconti che scrive. Finché questi due tempi non combaciano, immagino anche questo, e allora funziona come per chi racconta con la voce: l’uomo sarà quello che narra – coinciderà con la materia orale – per la durata del racconto; poi sarà libero.
Di Paolo sapevo che scrive solo racconti e che scrive poco. Due caratteristiche, in tempi d’abbondanza, che nel linguaggio (e dunque nell’uso) comune non fanno un bravo scrittore. Precisione e lentezza, un tempo diverso da quello che viviamo in genere, in generale: così pure nei racconti di Paolo. Sei seduto accanto ai suoi personaggi, sei con loro, ne hai compassione, pietà, ne deriva un assunto, una sensazione: che il mondo, di tanto in tanto, sia un posto pulito, come quel che esce, dopo mesi o anni, dai quadernoni di Paolo. Con la fatica che immagino soltanto.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Ho sempre amato la definizione che Flannery O’Connor dava della scrittura come habitus – un modo di essere più che un mestiere. Però negli ultimi tempi sto scoprendo l’importanza di preservare la mia identità di persona, indipendente dalla mia attività di scrittore. Avere un’ossessione è una cosa molto romantica ma per niente sana, e ho cominciato a capire il valore di stare con i miei amici, i miei genitori o la mia ragazza senza pensare per tutto il tempo al libro che sto scrivendo, sacrificando ogni altra cosa a quello. Non voglio fare la fine del capitano Achab, appeso alla balena bianca con il suo stesso arpione. Sto cercando di trovare un equilibrio tra la scrittura e le relazioni e mi cogli nel bel mezzo di questo percorso. Insomma la risposta è: fino a poco tempo fa ti avrei detto che la scrittura rappresentava il nocciolo, la parte più profonda e sincera di me; adesso non mi sembra più una bella cosa.

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