Le storie degli altri

Il dhvani di Hemingway — Vikram Chandra

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Quindi era il rasa ciò che ho sentito quel pomeriggio in cui ho scoperto Hemingway seduto al tavolo della cucina a Bombay, quando quella cupa corrente sotterranea che ribolliva di emozioni inespresse mi ha gettato in uno stato di esaltazione, di gioia. Il celebre ritmo serrato di Hemingway, la spoglia semplicità delle sue frasi, quelle ripetizioni di suono che lui sistema meticolosamente nella prosa, tutto ciò intensifica il dhvani di ciò che, come un gigantesco iceberg, resta non detto. Ogni parola, ogni pausa, ogni esitazione costituisce il dhvani di una storia.
Scrive Flannery O’Connor:

Il significato deve essere incorporato in una storia, deve concretizzarsi all’interno di essa. Un racconto è un modo di dire qualcosa che non può essere detto in nessun altro modo, e richiede che ogni parola in esso contenuta esprima il significato del racconto. Narriamo una storia perché una frase non basterebbe. Quando qualcuno chiede di cosa parla una storia, l’unica risposta appropriata è consigliargli di leggerla. Nella narrativa, il significato non è astratto, ma vissuto.

L’unico modo per spiegarvi ciò che ho sentito la prima volta che ho letto Hemingway è dirvi di leggere quei racconti. E anche in quel caso, voi leggeresti racconti differenti. Possiamo anche leggere lo stesso testo, ma il dhvani che si manifesta in noi sarà unico. La vostra bellezza sarà solo vostra. Se rileggete un racconto che avete letto dieci anni fa, in voi si manifesterà un dhvani tutto nuovo. La bellezza della poesia è infinita.


Vikram Chandra | Geek sublime

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