Storie

Lettera a mio padre nel giorno del suo cinquantanovesimo compleanno

Caro Mimmo,
ti scrivo nella notte tra il 3 e il 4 giugno 2012. Nella notte, cioè, in cui compi cinquantanove anni. Lo faccio perché sono incapace di farti altro regalo che non sia questo. Lo faccio chiamandoti per nome perché non sei solo mio padre, ma anche amico e complice, in questo momento, in questo periodo in cui non ho ancora smesso di esserti solo figlio e però vivo ancora con te e con la mamma. Lo faccio perché sei anche una guida, e arriva sempre il momento in cui il tuo spirito guida ti dice che puoi chiamarlo per nome.
Io so che tu sei Jimi Hendrix. Da piccolo guardavo il quadro del vecchio Jimi nel salone ed ero convinto che fossi tu, che tu fossi negro. Tu da giovane eri così, sempre abbronzato e magrissimo, con quei capelli riccissimi e neri. Sei il rock e il jazz, il blues, tutta la musica che mi hai passato senza spiegare. Tu sei Otis Redding che fischietta quella canzone sul molo. Sei i quadri che hai dipinto e che nessuno conosce perché non ti sei mai spacciato per pittore. Sei tutte le lampade e gli oggetti che hai costruito con le tue mani mentre mi raccontavi le trame dei film di fantascienza. Sei il Boris Vian de La schiuma dei giorni, che forse non hai neppure letto, ma sei proprio tu e vuoi salvare a tutti i costi la povera Chloè. Io ti ho visto rimanere sveglio per due giorni quando non sono stato bene. Ti ho visto rincorrerti e poi smettere per dedicarti alla mamma. Quando racconto di te in giro, quando racconto tutte le cose che so di te e che tu neppure sai, ho di fronte un pubblico in adorazione; perché, papà, la gente pensa che esistano le persone interessanti. Pensano che tu sia un tipo strano, un papà originale, ma non è quello il punto, e ogni volta devo spiegarlo. Se c’è una cosa che ho imparato da te, infatti, è che non esistono le persone interessanti: esistono le persone, punto, quelle vere.
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Fare Malesangue

Muri digitali & galline al guinzaglio [appunti psichedelici]

…in buona sostanza, ecco, in buona sostanza io credo che sia il tempo a fare le storie. Non è solo un fatto di distanza materiale, non parlo di tempo o distacco materiale — è anche possibile un distacco immediato, tutto mentale, che può essere misurato in anni luce, e che può tramutare in foto d’epoca anche un’istantanea — qui si parla di tempo in termini di respiro. Se respiri bene, se una storia ha il tempo di respirare, allora potrà farsi. Il tempo consegna le storie — se non al Mito, quantomeno all’orizzonte. Le storie che stanno all’orizzonte hanno un calore diverso, un po’ sfocato, rispetto alla cronica cronaca, per dire. Puoi interpretarle, hanno un margine d’ambiguità in cui ci si può perdere e immedesimare. Il filo dell’orizzonte è, spesso, il filo della memoria. Prendete il calcio. Non manca, quando si racconta il calcio, un certo spirito nostalgico, tutto sentimentale, che tende a sottolineare come il calcio moderno ammanchi di poesia. Ibrahimovic, Pirlo o anche il Totò Schillaci dell’Isola dei Famosi non ispirano la stessa poesia di un Mazzola, di un Riva o di un Maradona. Ma è solo questione di tempo: le biografie hanno bisogno di respiro. A nascere all’epoca di Napoleone, vi assicuro che avreste trovato i telegiornali abbastanza insopportabili come, ritengo, accadeva durante gli anni di Andreotti qui in Italia. Dunque è il tempo, la distanza (soprattutto mentale, ripeto), a fare le storie: vedrete come si parlerà di Antonio Cassano tra un secolo. Tra mille anni, cambiando ambito, si dirà di Johnny Cash che era uno pseudonimo, che sotto il suo nome si celava un oscuro collettivo di cantori, come accade oggi per Omero.
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Storie

Esegesi del cantro. Buona Resuscitazione [con regalo pashquale annesso]

Tutto è una processione, l’universo è una processione dal movimento regolato,
perfetto, almeno finché non faran di te un gioiello. Domani.
W. Whitman remixato dal mio amico Vingenzo

Tengo un amico che si chiama Vincenzo (pron. “Vingenzo”) che mi dice spesso, con il suo accento da emigrante con al seguito un sacco di vite interrotte, irripetibili: «Nella vita si deve penzare alle bionde. Che poi alle volte si scopre che sono more, o ciliegie. In alcuni casi pure fragole. Comunque non dànno tregua ai polmoni». Allora io a questo Vingenzo gli devo chiedere scusa perché per anni l’ho preso per il naso, ma di nascosto, con altri amici che qui non cito per blanda scaramanzia esistenziale. Insomma sono andato in giro a dire che il mio amico Vingenzo era uno scherzo, un gioco, un esperimento di se stesso, la brutta copia di Tom Waits (dato che Vingenzo suona, pure lui) e invece mi sono sbagliato, perché Vingenzo è autentico, Vingenzo prova nella carne la stessa mia attrazione inevitabile per Gesù che torna uno di questi giorni, mentre Vingenzo no, peggio di Gesù è diventato che sua madre sta come una pazza disperata e lo cerca per tutta l’Irpinia, Modena, Reggio Emilia, Hamburg: «Vingenzo, addò sté, Vinge’, avin’addò!». Vingenzo non lo tieni fermo, non torna, ciao Vingenzo, a lui tocca in sorte il mare, ha sempre quest’umor nero e allora deve staccare i piedi dalla terraferma e far finta che la terra, ferma, abbia il sapore di un acero tagliato rifinito e agghindato a stiva.
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Interviste

Nero il silenzio, nero il petrolio. Intervista con Oh Petroleum (…wherefore art thou Petroleum?)

Siete in superstrada (probabilmente in Puglia, ma non è detto). C’è il tramonto composto di tre colori: arancio, viola e grigio. A breve, i tre colori si sommeranno per produrre il nero della notte. Le uniche luci artificiali provengono dai fanali delle auto in direzione opposta e da qualche pompa di benzina semiabbandonata sulla destra. Sempre sulla destra, un mucchio di sfasciacarrozze abbandonati, casolari di pietra e vegetazione su cui la notte è scesa da un pezzo. Questa è la musica di Oh Petroleum.
Oh Petroleum è il progetto solitario di un (ex) batterista brindisino. Che esce adesso con un disco omonimo autoprodotto e che in passato ne aveva già inciso un altro col nome di Creme (con la partecipazione di Cristina Donà). A un certo punto il tizio ha mollato l’indiepoprock per mettersi a suonare la musica del diavolo: un blues maledetto che si mischia col rock e col folk americano. Aggiungo anche lui alla lista di pugliesi che, per un motivo o per l’altro, finiscono per contribuire alla costruzione di quell’immaginario appuloamericano a cui, ovviamente, non so proprio resistere.

Ti definisci un batterista che suona la chitarra (e anche gli altri strumenti del disco, dato che fai tutto da solo). Cosa significa esattamente?
Che sono schiavo del ritmo (tanto per citare una frase, eheh). In realtà è solo una battuta per dare un’idea di quanto sia elementare il mio modo di suonare la chitarra e di rivendicare l’approccio ritmico, appunto; ammetto che a volte vorrei poter fare delle “rullate” sulle corde. Nel disco ho fatto tutto da solo, ho registrato in casa con i miei tempi, i miei orari, unica ospite è stata Sofia Brunetta, voce in Here I Stand e Ragged Jacket.

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Interviste, Storie

Il ritorno di Pesca alla trota in America. Rifugio per l’autunno con intervista


L’ultima trota a Milano
Ero in giro per la campagna alla ricerca di un buon incipit per un pezzo su Pesca alla trota in America, il romanzo di Richard Brautigan che viene ripubblicato adesso da Isbn Edizioni dopo la (s)fortunata avventura con Marcos y Marcos. Ero lì a passare al setaccio tronchi di lecci e ulivi, annusando ogni fascio d’erba e analizzando ogni pallottola di merda di pecora e ogni ruga del viso dei pastori affiliati alla Sacra Corona Unita, quando ho realizzato che l’incipit lo avevo sempre avuto sotto il naso. La copertina di Pesca alla trota in America, per la miseria. Tutto ha inizio da lì. Anche nel romanzo. C’è il buon vecchio Richard ritratto assieme alla sua musa dell’epoca, Michaela Clarke LeGrand, sullo sfondo di Washington Square a San Francisco, dove c’è la statua di Benjamin Franklin. Un romanzo che inizia facendo riferimento alla propria copertina è una cosa che dovrebbe aver già destato l’attenzione dei miei due o tre lettori, a questo punto. Adesso devo stare attento a non sciuparla. L’attenzione dei lettori è un massaggio fatto con cura da polpastrelli orientali. Devi starci attento. Non puoi sprecarla. Allora aggiungo subito che la Crociata per i Diritti di Richard Brautigan, che avevo iniziato proprio su questo blog con un’intervista all’illustratore Marco Petrella e un’altra al traduttore brautiganiano Enrico Monti, è poi proseguita con un commento minaccioso rilasciato dal sottoscritto sul blog di Isbn, in cui annunciavo di esser pronto a organizzare la lotta armata se la casa editrice in questione non avesse ristampato immediatamente Pesca alla trota. Perché vedete, il libro che negli anni ’60 ha dato il successo al buon vecchio Richard, a un certo punto della sua storia editoriale italiana è diventato introvabile, forse addirittura messo all’indice. Una sorte ben peggiore di quella riservata ai manoscritti protagonisti di un altro romanzo di Brautigan, La casa dei libri. Pare che alla Marcos y Marcos pensassero che Pesca alla trota in America contenesse troppi riferimenti alla cultura americana per esser compreso appieno in Italia. Io non so se questa è la verità. Però ho fatto in tempo a sguinzagliare un mio cugino a Milano, il quale si è intrufolato in casa editrice ed è riuscito a rintracciare «l’ultima trota a Milano», come documentato dalla foto qui sotto. Continua a leggere

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Storie

Jesus is coming again

bibb

[Intanto cliccate QUA.]

Gesù Cristo è una figura che mi appassiona. Da sempre. Da piccolo ero letteralmente terrorizzato dal lato pulp della questione – quello doloroso che batte sulla solita storia del peccato – e non riuscivo neppure a mangiare se davanti avevo una qualsiasi raffigurazione della Croce. Oggi sono più rilassato. Penso più al lato felice e pacificatore del messaggio di Gesù Cristo. Non posso fare a meno di credere in qualcosa, temo, anche il credere nel non credere mi riguarda. Ma non sono qui per questo. Gesù Cristo è una grande figura. Non perché sia rivoluzionario, non perché buono o chissà cosa. Mi attira il rapporto che gli uomini hanno con lui. Per questo mi piace Johnny Cash. Per questo ho amato Moby Dick. Peraltro lavoro in un posto cattolico. Ci sono delle suore. Su un muro del posto in cui lavoro c’è un quadro, su cui c’è scritto: «Il creato rende visibile l’invisibile» e, se qualcuno di voi conosce anche solo un poco il capitano Achab, sa che questo è il significato più profondo di Moby Dick.

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Storie

Aggiornazioni

Ho aggiornato/aggiustato la pagina ma perché, in cui si spiega cos’è questo baraccone di blog. Ho scelto un video di Johnny Cash come portafortuna per quest’anno, sostituendo così l’immagine con Kevin Costner e il bambino di Un mondo perfetto. A dirla tutta avrei voluto utilizzare il video quassù, sempre con Johnny Cash, ma appunto la parte video non è granché, soprattutto se vuoi che ti porti bene. Ma la canzone, Singer of songs, è la sintesi di ciò che JC è stato in vita. Scommetto che tra mille anni l’umanità penserà di Cash ciò che si suppone ora di Omero, cioè che fosse una sorta di nome collettivo sotto cui scrivevano diversi autori.

[detto ciò, questo vecchio post QUI non funziona più, e perché? Perché su Youtube hanno disattivato il video da cui quel post partiva. Ah, Berlusconi, Berlusconi…]

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