Le storie degli altri

L’insetto religioso — James Hillman

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Graham Sutherland, Christ in Glory

Se la puntura d’insetto è una ferita del mondo sotterraneo, allora l’insetticida è uno strumento teologico, un Cristo chimico che aggredisce l’inferno nelle parole di Osea e di Paolo, “O Thanatos, dov’è il tuo pungiglione (Kentron)?”, per liberare il mondo di Thanatos e di Ade, quest’ultimo immaginato come una figura nera e alata. Kentron significa alla lettera pungiglione, ma fornisce anche l’etimo del nostro centro, il cui significato originale è pungolo, aculeo. Il pungolo al centro degli abissi sta sia per la presenza della morte sia per la brama cosmica di vita desiderosa di vivere, come l’appetito sensuale dei Karamazov, come Ade che è anche le ricchezze di Plutone, e la zoe di Dioniso. La rivoluzione cristiana, che ricentrò il cosmo nel mondo superiore (e nel corpo superiore, quello del Cristo risorto), ha rimosso il pungolo sia del desiderio che della morte. Noi celebriamo la vittoria di Cristo su Plutone con la nostra bomboletta di insetticida, agitando il turibolo nel rito laico, liberando il nostro Giardino, ciascuno il suo, dai demoni sotterranei.

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Le storie degli altri

Noi esitanti, noi combattuti — Charles D’Ambrosio

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Gli amici mi diagnosticavano un caso molto grave, forse mortale, di aporia, ma ho il sospetto che la mia malattia non sia poi così rara, che esista una piccola tribù di altre persone che, ciascuna a modo suo, si sentono confuse e perplesse quanto me sulla direzione da prendere. A rischio di sembrare un po’ pretesco, mi sembra che abbiamo lasciato così tanto spazio agli esperti e all’autorevolezza imperturbabile che le manifestazioni di vero dubbio o di onesta ignoranza vengono ormai considerate, nella mentalità comune, una forma di codardia, una mancanza di lealtà, il segno di una fede tradita. La nostra sfera pubblica è diventata una questione di alleanze, il che prelude sempre al peggio, e mentre lavoravo su questi pezzi – bloccato, con gli occhi fissi sul bailamme di appunti contraddittori attaccati alla mia bacheca – mi chiedevo, nella mia incertezza, dov’erano tutte le altre persone che non sapevano, non capivano. Noi esitanti, noi combattuti: siamo tutti soli? Possibile? In un panorama appiattente di arringhe, affollato da figure pubbliche che parlano sempre e soltanto da una posizione di autorità definitiva e producono solo un flusso infinito di conclusioni, provo una viscerale diffidenza nei confronti di un mondo che sta facendo appello alla mia indolenza e al mio vuoto interiore, e che chiede solo che io mi arrenda. Ma una volta che ogni aspetto della vita viene sondato e reso plurale, una volta tirate le somme, calcolate le medie, date tutte le risposte, raggiunti risultati su cui ci si trova d’accordo, che succede se uno non si sente così plurale? Di fronte a tale e tanta convinzione nascondo i miei dubbi nella vergogna, o in qualcosa del genere, sentendomi isolato e solo, inutile e in qualche misura vulnerabile, con tutti i miei pensieri più intimi e urgenti condannati al soliloquio. Sbarazzarsi di quello che considero il motore di un saggio – il dubbio e l’ignoto, diciamo – ci lascia alle prese con articoli e tesi, nozioni e informazioni, la nostra parte e la loro parte, uno spaventoso ottimismo e un ancora più spaventoso pessimismo, ma senza nulla a cui rivolgerci in un momento di vero bisogno. In questo senso, non vedo altra scelta che dirigermi verso Occidente insieme ad Agostino: mi pare non solo possibile ma desiderabile che il non sapere sia la prima condizione della preghiera. Qui non ho raccolto, ovviamente, delle preghiere, ma solo un gruppo di saggi raffazzonati e sciatti. Però dietro ciascun pezzo, ad animare ciascun tentativo, c’è l’eco di una fede precaria, la fede nel fatto che siamo legati più intimamente gli uni agli altri dai nostri dubbi condivisi che dalle nostre coraggiose conclusioni.


Charles D’Ambrosio | Perdersi

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La prossima lotta di classe

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Illustrazione: Simon Stalenhag

Tutto questo interesse per il futuro e per la futurologia, per i momenti di singolarità tecnologica e via dicendo, non ha prodotto altro che un paio di buone opere di narrativa e neppure mezza filosofia buona per vivere decentemente la contemporaneità […] Be’, del resto non c’era molto da aspettarsi oltre la solita retorica tra apocalittici e integrati, laddove i primi sono questi nonnetti col senso estetico di un talebano e i secondi dei nerd, avidi lettori del nulla cosmico su sfondo bianco di riviste come Prismo, che sbavano dietro a ogni nuova scoperta scientifica nemmeno fosse l’ultimo introvabile volume del loro fumetto preferito […] Quindi no, la prossima lotta di classe non vedrà opporsi umili robot sottopagati a luridi imprenditori umani e senz’anima, ma avverrà comunque in un contesto di macchine-che-hanno-sostituito-molti-lavori-umani, una cosa che è cominciata quattromila anni fa, non certo nel 1800 […] La prossima lotta di classe vedrà la rivolta di questi consumatori non-lavoratori con un’infinità di tempo libero a disposizione (e che proprio in questo tempo libero producono valore per le multinazionali creando contenuti sui social senza vedere il becco di un quattrino – in cambio, per giunta, della cessione di dati fondamentali per quelle stesse multinazionali, oltre che per i governi mondiali) […] Anche questa storia del tempo libero non è certo cominciata ieri: è probabilmente la svolta politica più importante tra ’700 e ’900  […] Questa sarà la lotta di classe del futuro, quella portata avanti da persone a cui non si chiede altro di consumare e produrre proiezioni e orientamenti di consumi gratis, e sarà proprio questo cortocircuito – come faccio a consumare se non ho quattrini per farlo? – a innescare la lotta e a modificare profondamente il web per come lo conosciamo oggi […] No, non sto parlando di proletariato, è ovvio: perché questa classe di cui parlo avrà rinunciato da tempo ad avere figli (paradossalmente, la vecchia borghesia o classe media sarà il nuovo proletariato, perché impoverita e con ancora qualche sogno di famiglia tradizionale) […] Multinazionali e governi verranno sempre più a coincidere, e non parlo di lobby segrete e gruppi massonici: parlo di entità parastatali cui i governi tradizionali avranno volontariamente ceduto grossa parte dei propri poteri perché, molto banalmente, a corto di moneta […] e che da un lato avranno sempre più credibilità agli occhi dei consumatori, diventando i loro unici interlocutori, all’inizio soprattutto in termini di conflitto, nonché unici erogatori di servizi e diritti […] Non c’è mica bisogno di aspettare che Google o Facebook sviluppino (il termine esatto è proprio questo: sviluppare) una cura contro il cancro per capirlo […] Se c’è qualcosa che non mi convince in tutta questa storia? Be’, ce ne sono almeno due. Uno: con che nome strafico e vagamente sexy e pubblicitario verrà indicata questa lotta di classe? E due: perché diavolo non sta già accadendo?


K.M. Moon | Discorsi senza metodo 2009-2014

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Politiche di sinistra, retoriche di destra: e viceversa

Jakub Różalski

Dopo l’analisi dei dati Svimez 2015, pubblico alcuni stralci di un altro intervento del poeta Guglielmo Soga. I temi sono gli stessi: meridione, sviluppo, contemporaneità. L’illustrazione è di Jakub Różalski.

§

Quando, nel 2010, ho creato Progetto Itaca, molti hanno pensato a una sorta di residuato hippy trasportato, non senza qualche forzatura, nella contemporaneità. Non era così. All’epoca io stesso discutevo spesso con politici, banchieri, economisti e imprenditori, e non parlavamo certo di poesia o letteratura. Spesso ero a pranzo o a cena anche con personaggi stranieri di un certo calibro, con cui si parlava di Facebook, Apple, Google, Amazon e compagnia cantante. Lo stesso Progetto Itaca era nato in rete, del resto. L’obiettivo non era fare poesia dal vivo, quello era il mezzo. Noi volevamo parlare di economia, che in fondo è il nostro modo di stare al mondo senza distruggere né noi né il pianeta che ci ospita […] È chiaro che con Itaca le cose sono andate diversamente. Forse chi aderì al progetto non aveva compreso appieno di cosa stavamo parlando, o forse ero io che non mi ero spiegato bene. E comunque è finito tutto per forze di causa maggiore […] abbiamo dovuto interromperlo dopo l’alluvione di quell’anno. E in fondo l’epilogo di Itaca dice molto […] un progetto nato in rete, in una delle zone più povere del nostro Paese, interrotto dall’irrompere dalle solite e ataviche questioni del nostro territorio: un’alluvione, la terra che frana perché troppo consumata, e insomma tutte le contraddizioni dell’epoca che viviamo che impediscono, nell’immediato, l’approdo a una riflessione comune.

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Cortázar non era il migliore

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Furbo e fintamente modesto come un picador (o un fluffer) di un’intera provincia letteraria lanciata nello spazio al posto di una cagnetta inconsapevole, Roberto Bolaño è morto prima di compiere la sua opera. Ma soprattutto, è morto prima che gli altri, i critici, gli epigoni o gli editori (che comunque ci hanno provato), potessero completarla al posto suo. Morendo, si è impedito di diventare il prossimo Gabriel García Márquez o più in generale il prossimo megafono di qualche finto regime democratico sudamericano o, perché no, mondiale. Morendo, non si è imposto la speranza che deriva, in vita, dal desiderare di essersi sbagliati. Sbagliati su cosa? Nell’aver intravisto un’oasi di verità in un deserto di finzione. Morendo prima, Bolaño si è obbligato alla coerenza (la sua) e al fraintendimento (degli altri, come vedremo). L’equivoco della gloria è stato un equivoco postumo, nel suo caso, che è come la risata di un mulo (dunque doppiata da un attore che recita in pubblicità di sottomarche di gelati). Esagerando, si potrebbe dire che Bolaño non ha fatto in tempo a diventare neppure se stesso. Al contrario, Cortázar ha fatto in tempo a diventare se stesso per sé e per tutti quelli per cui doveva diventare Cortázar, ovvero quei placidi lettori che credono nel piacere della lettura come placida stuzzicheria intellettuale. Ha fatto in tempo a porsi i dubbi giusti, le domande sbagliate e a rimuovere gli spazi bianchi, spazzolandoli con una sintassi ammirevole, quegli spazi bianchi che sono gli spazi più poetici (e crudeli e ingiusti) in cui uno scrittore possa vivere. Morendo a settant’anni, Cortázar è stato compreso e digerito. Se non è diventato il prossimo García Márquez (o il prossimo Borges), è perché era già il prossimo Cortázar. Per cui piaceva a sinistra ed era ignorato a destra, il che non rappresenterebbe alcun problema, se non fosse che una dinamica simile finisce sempre col disinnescare, mentre le leggiamo, quelle piccole bombe atomiche che sono i racconti dell’argentino – in letteratura, una bomba atomica è ad esempio un certo uso della prima persona, un uso che fa confondere, al lettore e soprattutto ai critici, la voce narrante con quella del protagonista, addirittura con quella dell’autore, oltre che, appunto, una certa (aristocratica e innata) volontà di essere ignorati sia a destra che a sinistra, un certo (aristocratico) disinteresse per le distinzioni tra destra e sinistra, e dunque tra sinistra e destra e tra mano che scrive e mano che non scrive (e che è sempre la sinistra), per dirla con Blanchot. Detto in altri termini, un’autentica bomba atomica letteraria è l’astuzia che sta nel fuggire uno sguardo commissionato da una certa morale politica, specie se autoindotta, che è sempre, come sappiamo, una morale provvisoria.


Folco Mondo | Canidi nello spazio

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