Interviste

Questionario sulla scrittura #4: Vito Antonio Conte

Continuo a fare domande didascaliche, elementari, perché elementare è il problema, la domanda, la questione che dà vita al Questionario. Mi aiuta Vito Antonio Conte, allora, quando dice che il pensiero è malattia e che la scrittura è per lui la medicina. Mi aiuta quando parla di autenticità – e se non lo avessi mai letto né conosciuto, penserei: ma come, ti dai dell’autentico da solo?, e invece non ho dubbi. Mi aiuta il fatto che è chiaro che per lui la scrittura è un prolungamento dell’esistenza (dato che, dice, è il particolare che svela l’universale) e non il contrario. Non vive per scrivere, suppongo, ma giacché siamo vivi: ne scriviamo.
Credo sia tutto qui. Quando ci siamo incontrati, del resto, abbiamo parlato di campagna, case in costruzione, tribunali, fatica fisica, figli; quanto allo scrivere, alle cose di carta, c’è stato spazio solo per Corto Maltese. Se mi aiuta Vito Antonio Conte è perché lo trovo credibile, perché credo alla sua voce, che poi è quella che mette per iscritto, incazzata, dolce, dal ritmo che sembra perdersi e poi riprendersi come in un canto blues cantato da negri, non da bianchi che imitano negri. Con la schiena dritta, insomma, per cui anche da un punto di vista puramente anagrafico si ha solo da imparare. E ringraziare, nel momento in cui Vito mi rimanda il file con le domande scegliendo come font il Bookman Old Style.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Non posso dire cosa rappresenta di me la scrittura senza prima chiarire cos’è per me la scrittura. La mia, ovviamente. È il mondo traverso i miei sensi intanto che i miei sensi traversano vite, diventando esistenza. E sentimento. Questo è la mia scrittura. È viaggio, percorso di conoscenza. Desiderio di scoperta. Necessità. E, dunque, chi la legge può trovarci tutto il mondo che fuori c’è sformato dai miei sensi e, spesso, un altro mondo: quello che pulsa esclusivamente dentro l’involucro che porta il mio nome.

Quando hai iniziato a scrivere? Non intendo cose del tipo: «Sai, a otto anni ho scritto il primo tema e lo considero il mio primo romanzo…». Voglio dire: quand’è scattata quella cosa, quel meccanismo consapevole per cui adesso puoi dire, appunto, che la scrittura ti rappresenta come uomo?
Se vuoi un riferimento temporale, non lo so. Se, invece, come credo, intendi riferirti alla “riconoscibilità della scrittura”, ossia: “leggo qualcosa e senza sapere chi l’ha scritta penso a Tizio”, è accaduto dopo la pubblicazione del mio romanzo anomalo, Frammenti di un interno (Luca Pensa Editore, 2008), quando qualcuno osservò che quel racconto lungo conteneva una cifra, la mia…

Che tipo di rapporto hai con la scrittura? Può essere in qualche modo legata a uno stato d’animo? Oppure è una cosa che sta lì e che puoi svolgere, allo stesso modo, in qualsiasi momento?
La scrittura, in principio, non esiste. C’è altro e ci sono, poi, tante scritture. Una diversa dall’altra. Dire con la parola scritta qualunque cosa può diventare “la scrittura”, come un’altra lingua. E, proprio come un’altra lingua, diventare vitale: mezzo d’espressione senza il quale sarebbe indispensabile inventarsi qualcos’altro. Ché vivere non basta, la vita bisogna fermarla. Io lo faccio con la parola scritta (con una carezza, con una contumelia…). Credo, molto immodestamente, di possedere il “dono” della scrittura. Altro discorso è l’uso che ne faccio. Forse di tutta la mia scrittura resterà soltanto un unico verso immortale. Forse non resterà nulla. Ma intanto mi è necessaria per non morire.

Funziona così da sempre? Come l’hai addomesticata, la scrittura, come le hai preso le misure?
Sì, è stato amore immediato, sin da quando – da grafomane perduto – annotavo (dove capitava) ogni cazzata quotidiana (in minor misura continuo a farlo). Mi serviva per ordinare i giorni. Per dargli un senso. O un altro senso. O un senso altro. La scrittura è la mia più grande incertezza. Me ne accorgo ogni volta che parlo e lei mi ascolta, ogni volta che lei mi svela il suo universo e io cerco di comprenderlo, sapendo che potrò avvicinarla soltanto scrivendo. Non esistono misure, non ci sono modi per addomesticare la scrittura, non si può governare la parola scritta… Voglio dire che ogni buona scrittura ha le sue regole; io le ho praticate e continuo a farlo, a modo mio, ma “la scrittura”, quella cui tendo, quella capace di “sconvolgere” il lettore, e – quindi – il suo autore (ch’è il primo lettore), detta da sé il suo essere, diventando unica quando incontra chi sa ispirarla. Soltanto in questo modo c’è quello che si può definire “addomesticare” la scrittura. È il suo autore che le dà ispirazione e non il contrario.

Ti è mai capitato di sentirti limitato nella quotidianità delle cose per via dello scrivere? In altri termini, hai mai sentito una certa difformità tra qualcosa di anche molto banale che ti stava accadendo, e qualcosa che avresti potuto/voluto scrivere a riguardo?
Esattamente il contrario: sono a perfetto agio con la quotidianità perché per me il giornaliero è quel che di più importante c’è. Dall’inezia sino al miracolo: tutto sta nel quotidiano. E, poiché amo scrivere delle piccole cose, credo di poterne scrivere in aderenza alle stesse. Questo anche perché penso fermamente che il particolare svela l’universale. E non viceversa.

Qual è, oggi, lo spazio per la parte privata del tuo scrivere (non so, qualcosa tipo diario, o comunque cose che non leggerà mai nessuno) e quello riservato alla parte pubblica (anche solo tenere un blog)?
Ho sempre tenuto più di una sola agenda. L’ho sempre accompagnata (anno per anno) con un quadernone e/o una moleskine. Anche con taccuini che ho costruito da me. È anche accaduto che di tutto ho fatto un gran falò. Conseguenza della mia mania di liberarmi dell’inutile e del superfluo. Da diverso tempo tengo la mia moleskine annuale e lì annoto di tutto. Avrei eliminato anche quella se avesse funzionato il tentativo di fermare i pensieri con un registratore tascabile, ma ahimé rimango grafomane dentro.

Sapresti descrivere la tua personalissima lingua, quella in cui hai scritto finora?
Vertiginosa e visionaria, è la prima aggettivazione che mi viene in mente. Comunque, autentica.

Quanto (e cosa) del tuo scrivere può appartenere agli altri?
Tutto, per chi lo vorrà.

Pensi mai di smettere? Intendo smettere e non pensarci più davvero, neppure una blanda tentazione – potrebbe essere tipo cambiare città, lavoro, abbigliamento, amicizie, tutto insieme, di colpo.
Per me la scrittura è medicina, nel mentre il pensiero è malattia. Dunque, smetterò di scrivere quando smetterò di pensare.

Adesso scrivi tu una domanda per me.
Quale delle precedenti risposte ti piacerebbe aver dato tu?
Ce ne sono almeno tre. Ma ti ruberò volentieri, in futuro, e citandoti, il punto in cui dici che il pensiero è la malattia e la scrittura è medicina.

[Questionario #3: Paolo Cognetti] [Questionario sulla scrittura #5: Matteo Scandolin]

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