Fare Malesangue

Viaggio attraverso le pareti (estive) del tuo stomaco #Reprise

Tre anni fa usciva il mio primo libro, Sono un ragazzo fortunato. Per festeggiare il terzo compleanno di quelle pagine, andate – forse – perdute, ho voluto riscrivere il primo dei racconti che le animarono. Viaggio attraverso le pareti (estive) del tuo stomaco è anche il primo dei miei pezzi che è andato in giro, sul web e su carta, alzando il tono e facendo conoscere la mia voce. Riscrivendo lui, o meglio, arrangiandolo nuovamente, ho forse voluto accordarlo al me di oggi. E così riarrangiando lui ho forse tentato di riarrangiare l’io che lo scrisse allora – senza tradirlo, solo un po’ disertandolo. C’è però questa strampalata teoria pseudodantesca secondo la quale la divinità (dunque ogni creatore) non può cambiare il passato, ma solo il modo in cui esso viene ricordato. In ogni caso, questo è quanto sono stato in grado di riarrangiare. Ancora una volta è dedicato alla memoria di W.S. Maugham. Auguri, SURF.

***

Da grande, dicevo, avrei voluto essere un grande pittore.
O anche solo farlo, interpretare il mestiere come si interpreta un ruolo al tavolo del biliardo o del poker. Ma c’era la smania, e smaniavo, di quella smania di chi considera ancora da percorrere gli anni già percossi.
Ed io che di tele, colori ad olio, tempera, acquerelli, personali, cavalletti, tavolozze, chiaroscuri contrasti aste tramonti non capivo niente, e mi sembrava come non capirci niente di esseri umani e dell’intorno tutto; mai ero riuscito a entrare nell’ottica, e le cose che vengono meglio – questo sì, lo sapevo – le cose che vengono meglio, per me come per ogni essere umano che ha consapevolezza di questi meccanismi e finisce dunque per non averne davvero, le cose che vengono meglio, dicevo, o con disinvoltura: sono quelle nella cui ottica non si riesce mai a entrare, in cui si è mentre si pensa ad altro, in cui mai si appartiene: e mai del tutto.
Così si brucia, mi dicevo, ma dicevo pure: perché non bruciare per una bella donna, piuttosto? O per un’auto di lusso, da farci la litoranea d’estate (magari con la bella donna accanto e la cappotta giù)? E il vento che ti viene in faccia, caldo, e tu sorridi sorridi e ti chiedi: perché non bruciare per il vento, allora? O per la profondità nera del mare dabbasso? Ecco perché avrei voluto essere, o anche solo fare, il pittore: per capire il motivo della tela piuttosto che il motivo delle fiamme per la bella donna, o per l’auto di lusso, o per il vento o la nera profondità marina.
E perché, ancora, disegnare un viso come un altro – o meglio, diversamente da un altro? Con quei particolari, un neo fuori posto, un occhio più spento dell’altro, la gobba del naso – e con quella tecnica e non un’altra? Perché poi scegliere proprio quel volto e non un altro al mondo? E dire che il mondo è pieno di nasi, e dire che pure questo sì, lo sapevo.
E come si complicano le cose con le nature morte, i paesaggi, in cui pure dev’esserci una luce che rimanda all’anima del pittore che ha scelto e dipinto, e se c’è in una mela o in un vaso figuriamoci che anima grande, grande, grandiosa, deve avere l’uomo che ha scelto e messo su tela.
Avrei voluto fare il pittore, o esserlo, anche uno minuscolo e timido e rintanato in bottega tra cornici vuote e dorate, dorate e vuote, perché dalle mie parti, che sono le parti di tutti, non c’era differenza acustica tra il pittore che dipinge il quadro e l’imbianchino, tra l’artista squattrinato e spiantato e quell’altro che orgoglioso dichiara: «Io ho un’arte nelle mani», e meno male che non c’era, questa differenza acustica, perché, col tempo caldo che fa ancora, tempo per disquisizioni sulla natura e sullo stato dell’arte proprio non ce n’è, come non ce n’era allora.
E del resto: avrei voluto essere un pittore, grande e importante, per non dover spiegare un bel niente a nessuno. E avere forza, forza a sufficienza da poter irradiare luce attorno a me come una trappola, e in quella trappola di grappoli di luce e assurdità attirare un amico mio pari quanto a capacità di sfidare l’ombra, essere come il Charles Strickland di Maugham, il Gaugain di Van Gogh, perché qualcosa di sinistro e incommensurabile potesse appena sfiorarmi l’orecchio destro, qualcosa di terribilmente lontano e umano, umano e lontano come la miseria eterna della luce dei tramonti e del verde di Haiti.
Avrei voluto essere occhio, occhio di pittore infimo e bugiardo o superbo e assassino, occhio che ha coscienza di mondo e determinazione di gesto, di nervo che passa dall’occhio al muscolo per dipingere il mondo che ha già conosciuto prima ancora di raffigurarlo, occhio che dipinge una decapitazione quando la testa sua stessa è già perduta, occhio preesistente al mondo com’è preesistente il mondo a noi e a se stesso; occhio che rimodella il mondo e decide e recide per testa e cuore, occhio che scova il mondo in ogni cosa e lo guarda, illanguorito, divenire, da ultimo, testa e cuore e pancia e stomaco e intreccio: e carne.
Essere occhio e muscolo e carne di pittore per non temere la luce, per bramare la luce, perché fosse mattino anche quand’è notte e la notte e la tela ancora ti pretendono a loro, e tu sai che invece è mattino, mattino di luce piena, ovale, inevitabile.
Il pittore, dicevo allora, non è tale né sa farlo se non ha assimilato un numero sufficiente di ore – piene – di sole.

Ma avrei potuto anche essere un musicista, dicevo, dicevo e non dicevo e intanto imboccavo la mia strada.
Non di quei musicisti moderni, lamentavo pure, che suonano un poco d’ogni strumento e si scambiano gli attrezzi con gli amici del gruppo per mai troppo approfondire il limite proprio, non uno di quelli che fanno musica come farebbero l’impiegato, col cartellino timbrato dagli accordi di un Gershwin minore, e neppure di quegli altri che suonano perché hanno uno stato d’animo particolare, o ancora di quelli che impazziscono infine su uno spartito per il semitono sempre fuori posto.
Sarei stato il musicista – e non avrei potuto farlo, ma solo esserlo – che suona perché non sa con chi ammogliarsi e che ama solo il proprio strumento, uno solo, e che suona e suonerebbe con chiunque giusto per avere un posto dove fare l’amore quando il pagliaio è pieno e l’hotel in mano ai giornalisti.
Sarei stato di quei musicisti che si gettano senza troppo meditare in qualche avventura misteriosa, bluastra e precisamente notturna, con una tromba o un contrabbasso, senza sapere dove dormire e come risvegliarsi; E quegli stupidi dell’orchestra, suonassero pure quello che vogliono!, avrei bofonchiato, tanto io avrei avuto comunque di meglio da fare.
Sarei stato di quei musicisti che sudano e di sudore sporcano lo strumento, che suonerebbero qualsiasi brano composto nella storia dell’uomo azzannando e ammazzando per quella flebile possibilità in più, per quello spazio stretto e angusto in cui si può infilare un assolo che salva o distrugge una giornata, al di là del sole e della luna, delle stelle e di qualche satellite di un’altra galassia in cui la vita non è certo meno cruda di qui.
Sarei stato uno di quei musicisti che passano una vita intera a cercare di capire la propria unica adorata compagna, il diavolo rosso dal carisma che trascende i palchi, le serate, i generi e i cachet. Con una smorfia avrei annunciato il crescendo al batterista, l’errore al chitarrista, avrei domato l’indomabile parlando nell’angolo della bocca e lì infilando, in tutta la mia vita, poche pochissime ignobili parole; e senza mai, mai riconoscermi in foto.
Avrei preso in giro tutti quegli impostori che avrebbero voluto accompagnarmi per la strada gialla, e avrei suonato per tutte le piazze, nelle cassarmoniche, ai crocicchi, nei golfi mistici e in qualsiasi locanda, con gente di tutte le razze, disciolto nelle differenze e dalle deformità cui avrei attinto, inconsapevole, per sudare altra musica nelle notti di luna bianca.
E così avrei riempito il cielo blu della rapsodia e della solitudine con due o tre note, o forse con un miliardo e anche più, a seconda del bruciore del mio fegato bucherellato di tritolo e alcolici da discount; e così avrei vissuto senz’affanno il contorno di lusso e miseria che costella, come piccole note sempre in dissonanza, i grandi eventi di questa cruda vita, sempre un po’ immangiabile che se la butti giù poi ricomincia uguale, quei grandi eventi per cui, dicono, vale la pena affannarsi, dimentichi che si va sempre in giro col coltello, e che quella lama è già spuntata, o forse solo conosciuta, addomesticata.
Così mi sarei dato in pasto al pubblico come l’esibizionista che non può fare a meno di morire, ogni giorno, con l’algida perfezione di chi sa (chissà?) che la vita è sempre altrove o alla meglio nel proprio strumento: Avanti, fatemi a pezzi, vi distruggo!, avrei urlato… E se non vi piace, siete già morti, morti, morti, e se vi piace, a me non interessa, andate pure al diavolo!, che il demonio sono io o comunque l’ho già incontrato, ma non ha importanza, non ha importanza…
E voi: voi solo avreste potuto danzare mentre la donna che cantava per me, androgina e glabra d’apparir calva, s’innamorava di tutti gli uomini che ero, guerriero – voi solo avreste potuto danzare nel rito notturno e convulso del mare e della collina, quando l’ariete si fa carne dalla pietra e scende a valle a incantare, cornuto e fiero, e lo sputo divino si fa stupro per dominare ancora i passi della milonga che voialtri ballerini, fieri e cornuti in cuor vostro anche voi, avreste incrociato per solitudine o rapsodia, così come sempre si incrociano i guantoni sul ring.

Ma infine, giunto alla fine della strada con le mattonelle dorate (o erano piastrelle dipinte di giallo?), presi la mia decisione. Sarei divenuto un libro. Tuttavia, prima lasciatemi dire, credete a me e non a chi dice di prender la strada per l’avventura che essa porta appresso: sempre si sceglie la strada per un eccesso di zelo e sicurezza, perché ogni strada prima o poi finisce, e se non si è a casa, poco ci manca. Così terminò anche la mia, di strada, fatta di mattonelle d’oro o piastrelle dipinte di giallo, così mi ritrovai, per quel caso che si camuffa da scelta come la tenera balena da incubo marino, così mi ritrovai ad essere libro, ibrido di pelle e legno.
In genere sto nelle librerie di qualche cittadina di provincia; quelle cittadine in cui la vita scorre tranquilla d’apparire immobile e perciò (come se fosse conseguenza!) s’avanza del tempo per leggere, il quale tempo è un tempo diverso, che salva, certo, ma solo nel suo tempo di svolgimento; e così se non fa bollire la vita, neppure la svilisce. Ma, in fondo, in fondo a me non interessa neppure che mi si legga e mi accontento, di tanto in tanto, delle dita di qualcuno, esser toccato, sfiorato, destinatario di un mezzo desiderio di curiosità, che a volte è già quel tipo d’amore che poi sarà fraterno.
Sto qui, di solito, in queste librerie col personale colto e mansueto, che mai alza mai il tono, che predilige come sottofondo certa musica tranquilla, annoiante, finta. E così spesso litigo, coi miei librai, spesso mi sposto e mi nascondo, non mi faccio più trovare nel posto in cui mi hanno messo il giorno prima, così che prima o poi accada che questi ragazzi perdano quella dannata tranquillità che hanno tatuata sulla giacca. Chissà, penso ogni tanto, magari vorrebbero esser libri anche loro.
Me ne sto sul mio scaffale, mi lascio sfogliare, perché mi piace farmi conoscere come, come si dice?, come un libro aperto, e un po’ per caso: qualche pagina e qualcosa di me sempre trapela; ma certe volte finisco nelle mani di qualcuno che non sopporto già a prima vista, e allora le pagine si induriscono e non c’è verso di girarle; quando lo sconosciuto lecca appena pollice e indice mi indigno e faccio capitare qualche pagina in cui di me non si dice poi molto, o comunque nulla più di quello che in genere si dovrebbe già sapere: sono un libro, tutto qui, anello mancante tra albero e sedia, e così non concedo che qualche ora della mia esistenza cartacea – nulla più – e cioè tempo, come tutto è per tutti: questione di tempo.
Ho scelto di farmi libro per la vita militare che non ho avuto, per il sorriso dell’amico morto affogato di risate, per il rito notturno e convulso di mare e collina, per le oche che starnazzano fuori tempo massimo, per resuscitare ogni giorno Chloè, per stare dove sono desiderato affrancandomi dal desiderio altrui, per il confronto con il gigantesco, l’immaginifico che ci fa sconfitti sempre nelle sue più piccole manifestazioni, per il compenso dell’artigiano, per la mandria silenziosa, per il capitombolo che si fa salto, per il salto che si fa quadrato, per i disertori e gli ammutinati, per il finale disperato e l’anello che mantiene, per il gesto cruento e corretto, per il bisonte e l’ariete, per il disamore della tecnica e il vapore acqueo di ogni cervello.
Ho scelto di essere libro, ma non certo un saggio, peggio ancora di quelli che hanno la pretesa di spiegare in anticipo i tempi che corrono: perché il tempo corre, e figuriamoci se ne ho mai avuto dell’altro da perdere a tentare di capirlo.
Sono un libro di narrativa, racconto storie, per quella necessità che ho di sentirmi eterno come tutti i miei fratelli.
Da quando sono diventato libro ho raccolto molti motivi d’orgoglio e così li fischietto in giro per la città: sono stato censurato, bruciato, compresso, incompreso, anche solo impolverato. Ho quasi sempre un odore, che è solo il mio, e spesso, oltre al polpastrello, conosco anche il vostro naso, che si infila tra le mie pagine per conoscere il mio vero e maschio umore.
Da quando sono libro, d’estate vado spesso al mare, sto sempre sotto l’ombrellone e mi godo il profumo e l’agitarsi dell’acqua, i pescatori notturni, il salto dei pesci volanti, salutando il tempo come fosse un fedele compagno: mai colpevole e mai pronto a tradire, solo un po’ disertore come certi convertiti, di quelli che sempre si perdonano.
Ed è accaduto d’estate che ho finito di percorrere la strada con le mattonelle dorate (o erano piastrelle dipinte di giallo?), è accaduto proprio d’estate che ho scelto, col tempo dalla mia parte: sarei diventato un libro, e lo sarei divenuto nel frattempo – mentre fuori accadeva qualcos’altro, perché in fondo è sempre fuori, e altrove, questa cruda, cruda vita.

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