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Le storie degli altri

Forme brevi e feticci editoriali — Italo Calvino

Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.
È difficile mantenere questo tipo di tensione in opere molto lunghe; e d’altronde il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio in testi brevi: la mia opera è fatta in gran parte di short stories. Per esempio il tipo d’operazione che ho sperimentato in Le cosmicomiche e Ti con zero, dando evidenza narrativa a idee astratte dello spazio e del tempo, non potrebbe realizzarsi che nel breve arco della short story. Ma ho provato anche componimenti più brevi ancora, con uno sviluppo narrativo più ridotto, tra l’apologo e il petit-poème-en-prose, nelle Città invisibili e ora nelle descrizioni di Palomar. Certo la lunghezza o la brevità del testo sono criteri esteriori, ma io parlo d’una particolare densità che, anche se può essere raggiunta pure in narrazioni di largo respiro, ha comunque la sua misura nella singola pagina.
In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi in cui il massimo d’invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza eguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi.
La letteratura americana ha una gloriosa tradizione di short stories tuttora viva, anzi direi che sono tra le short stories i suoi gioielli insuperabili. Ma la bipartizione rigida nella classificazione editoriale (o short stories o novel) lascia fuori altre possibilità di forme brevi, quali pure sono presenti nell’opera in prosa dei grandi poeti americani, dai Specimen Days di Walt Whitman a molte pagine di Williams Carlos Williams. La domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di forme nuove. Vorrei qui spezzare una lancia in favore della ricchezza delle forme brevi, con ciò che esse presuppongono come stile e come densità di contenuti. Penso al Paul Valéry di Monsieur Teste e di molti suoi saggi, ai poemetti in prosa sugli oggetti di Francis Ponge, alle esplorazioni di se stesso e del proprio linguaggio di Michel Leiris, allo humour misterioso e allucinato di Henri Michaux nei brevissimi racconti di Plume.


Italo Calvino | Lezioni americane

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Storie

Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

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Flaiano in Africa e le sue annotazioni per Tempo di uccidere, il romanzo che vinse il primo premio Strega della storia
Le storie degli altri

Flaiano in Africa: appunti per il primo Premio Strega

Settant’anni fa, nel 1947, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano vinceva il primo Premio Strega della storia.
Pur di sfuggire alla noia e al mal di denti, un soldato italiano si muove a casaccio in un paesaggio etiope senza nulla di esotico: prima, per difendersi da una bestia indistinguibile nei pressi di un fiume, spara un colpo e ammazza involontariamente la povera Mariam, indigena con cui ha appena fornicato; poi, seguendo la paranoia più che l’intuito o una pista di solidi indizi, realizza che Mariam era probabilmente una lebbrosa, sprofondando così in un universo di vuoto e senso di colpa (“Sempre abbandonavo qualcuno nella disgrazia”). Pian piano, la congettura e la monomania smangiano la stravaganza da romanzo esotico/d’avventura (“Non il colpo a vuoto ma la mia gretta immaginazione…”), col protagonista che avanza quasi autisticamente in uno scenario saturato dalla disgrazia e dagli equivoci, tra MacGuffin ante-litteram e qualche puntatina surreale (un camaleonte che fuma nel bel pezzo del paesaggio africano), senza mai incontrare davvero l’altro – tanto gli africani quanto gli altri militari italiani.
Nell’olezzo di cose che muoiono di (presunta) lebbra, per il soldato di Flaiano tutti sono Mariam, perché tutti portano quel nome che è un nome di colpa, peccato involontario, legato alla natura umana, che si oppone e degrada le romanticherie indirizzate alla fidanzatina che attende in Italia.
Tutto è ambiguità e incomprensione, insomma, in
Tempo di uccidere, romanzo lento e faticoso la cui gestazione – involontaria quasi quanto le azioni del suo protagonista – racconta forse qualcosa di più interessante sull’autore e sui tic dell’editoria italiana di allora e di oggi. L’opera fu infatti scritta per scommessa (e per soldi) con Leo Longanesi. Flaiano la approntò e consegnò in un paio di mesi, ne fu insoddisfatto e continuò a riscriverla negli anni anche dopo la vittoria dello Strega; vittoria verso cui l’autore provò sempre imbarazzo e che giudicò “un malinteso” (di qui un famoso aforisma flaianesco sul successo).
Come ha scritto Anna Longoni, la pubblicazione di 
Tempo di uccidere fu per Flaiano il dazio da pagare per poter entrare nella giungla dell’editoria italiana. Un dazio, aggiungo io, che violò l’arte di uno scrittore votato al testo breve, come sappiamo (oggi, Flaiano si divertirebbe coi meme). Una “violenza” che permea anche l’editoria contemporanea, aggiungo sempre io, forse esagerando – ma non troppo: il romanzo, prodotto editoriale evidentemente inflazionato (peraltro in un contesto di abitudini di lettura radicalmente mutate), continua a essere “imposto” a chiunque voglia esordire o continuare a pubblicare narrativa (o “varia”, per i più tecnici).
Ad ogni modo, in appendice alla mia edizione Rizzoli di Tempo di uccidere c’è la vera chicca di tutta questa faccenda, e cioè Aethiopia – Appunti per una canzonetta, serie di brevi cronache e pensieri raccolti in Etiopia da un Flaiano ancora venticinquenne. Qui di seguito un piccolo estratto. Buona lettura.

*

Alla base di ogni espansione, il desiderio sessuale.

Un soldato scende dal camion, si guarda intorno e mormora: “Porca miseria!”.
Egli sognava un’Africa convenzionale, con alti palmizi, banane, donne che danzano, pugnali ricurvi, un miscuglio di Turchia, India, Marocco, quella terra ideale dei film Paramount denominata Oriente, che offre tanti spunti agli autori dei pezzi caratteristici per orchestrina. Invece trova una terra uguale alla sua, più ingrata anzi, priva d’interesse. L’hanno preso in giro.

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Un’industria per l’arte

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George Tooker, Government bureau

La questione circa la morte del romanzo è un evidente false flag che finisce col rafforzare il romanzo come mero prodotto editoriale […] In altri termini la domanda non è se il romanzo sia morto o meno, ma se per la maggior parte non sia diventato un prodotto codificato, seriale, da dare in pasto a un pubblico che surrettiziamente l’industria editoriale considera un ammasso di bambini idioti […] è chiaro, ovviamente, che i grandi romanzi intesi come opere d’arte continueranno a esistere, quei romanzi intensi, che ti avvolgono e completano e ti fanno vivere altrove per qualche giorno […] Ma la questione dovrebbe essere, piuttosto: cosa può fare di diverso, di autenticamente diverso, oggi, il romanzo? O addirittura l’oggetto libro, perché no, come in fondo si è chiesto Tommaso Pincio in un intelligente articolo su Geoff Dyer […] Badate bene, qui non si parla soltanto di industria editoriale, ammesso che ne esista una, ma – si sarebbe detto un tempo – di industria culturale […] Cos’è questo prodotto tipico che chiamiamo romanzo se non un’operetta ben codificata – lo si è detto – e rassicurante, da produrre in serie? Non trova forse il suo equivalente nello sceneggiato televisivo da prima serata, nel disco di canzonette da scaricare da Youtube, buono solo a giustificare un tour estivo? Il punto è che un’industria non si limita a produrre solo perché può farlo – e nel caso del sistema editoriale non potrebbe neppure –, ma produce razionalmente […] cioè non si può produrre lo stesso identico prodotto, chiesto allo stesso modo a un numero di artisti/produttori di contenuti e persino critici che diventano così tutti uguali (quando l’industria non li forma perché lo diventino), destinato a un numero finito e limitato di fruitori totalmente immaginari, che non esistono cioè né per qualità né nelle quantità che l’industria stessa  […] Ovviamente si tratta di una bolla, di una bolla che dura da quarant’anni o forse cinquanta o sessanta e che necessita di uno slittamento, di una rivoluzione che non verrà certo dai produttori (industria e creatori) ma dal pubblico, quando il pubblico […] E non sarà una rivoluzione dell’arte per l’arte – il punto non è avere le sale o gli account Netflix pieni di film à la Lars Von Trier, ovviamente – ma dell’industria per l’arte.


Macramé Ballantini | Lo sfizio e altri saggi critici

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Storie

Lettera a un libro mai nato

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Ti ho sentito, stanotte, il tuo voltare di pagine inedite.
Ti ho sentito e ho pensato: sei mio, ma non vuoi. E ho concluso: non avresti voluto venire al mondo. Sei stato tu, forse – tu, non io – a sabotarti, a impedirti di incarnarti in carta – carta vera, non quella di una stampante domestica – a impedirti l’iscrizione, coatta, a quel club di libri pronti a bruciare nella caldaia della vasta locomotiva editoriale: questo mezzo lentissimo e scaltro, furbo, evanescente.
Niente balletti in saloni o piste da circo, per te; e in questo non posso che rispettarti.
Ma adesso, adesso che tempo ne è passato abbastanza, adesso io posso parlare – più che di te, posso parlare con te.

Ho scoperto che il tempo è per la scrittura ciò che il forno è per il ceramista – il ceramista, sì, il quale scopre, solo dopo l’attesa del fuoco, se il pigmento ha restituito il disegno o se invece, al contrario, il vaso non sia esploso. Così adesso io posso scorrerti, compatirti, adorarti: ma senza più tatto, né sguardo creatore.
E tempo ne è passato a sufficienza anche verso il fuori, verso l’esterno: ricordo i giorni di euforia, subito dopo averti finito, e quelli successivi, da perfetto burocrate, operaietto tuo soltanto: giorni in cui sceglievo gli editori – giusto una manciata, di quelli che avrebbero potuto pagare – e uno per volta gli scrivevo, con pazienza e con calma, per dire: guardate, questo è tutto ciò che ho fatto, che ho saputo fare.
Non ero io, eri tu a muovere me: e con questo non voglio sottrarmi, perché un essere umano inespresso può comunque ricevere infinitamente più approvazione (l’amore è un’altra cosa) di un libro mai nato.

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Fare Malesangue, Interviste

In un’ora allucinata. Conversazione con Giorgio Vasta

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Anche dal vivo Giorgio Vasta si rivela un carrarmato letterario: la conformazione del cranio pure fa pensare a un elmo incassato direttamente nella parte superiore del volto. Incontro Giorgio a Lecce, ad aprile, per un seminario di due giorni organizzato dal professor Fabio Moliterni, all’interno del corso di Scienze della Comunicazione; sono almeno dieci anni che questi seminari animano e portano a Lecce, anche fisicamente, alcuni degli autori italiani più interessanti. Per l’occasione mi decido finalmente a leggere Il tempo materiale, che ho tenuto nella mia libreria, senza sfogliarlo, a partire dal 2009, anno della sua uscita: leggendolo a pochi giorni dagli attentati di Bruxelles, il libro si apre a nuovi collegamenti e interpretazioni – il brigatismo rosso e infantile dei tre protagonisti come una lente per guardare all’idiotismo universale del terrore e, perché no, delle sue emanazioni mediatiche.

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La fine dell’editoria italiana

creepy

A proposito dell’affare Mondadori-Rizzoli: ho ricevuto questa mail stamattina dal mio amico Danilo Dannoso, agente letterario. La pubblico così com’è. Chiedo scusa per eventuali refusi. Il titolo di questo post è volutamente fuorviante.

#Mondazzoli, è fatta. Il monopolio è compiuto. Per cui la fine del mondo si avvicina. Almeno per i bruchi. Verrà il gigante a mangiarci tutti. Da duemila anni va così.
Anche in questo caso, in grossa parte delle analisi che leggo in giro si scambia, come al solito, editoria e letteratura. Ma anche l’editoria può essere cosa buona (e non è detto che la letteratura lo sia sempre). Come la politica, anche l’editoria è un’altra attività umana che ha assunto ormai un connotato negativo. Perché, poi?
Ma in ogni caso, spero che sia chiaro a tutti che si va verso un’editoria globale anche in campo letterario. Mondadori venderà a qualche gruppo straniero, insomma.
È una cosa buona, è una cosa cattiva? Non ne ho idea. Il gruppo straniero pubblicherà libri che vendono. Mondadori (compresa Einaudi) e Rizzoli facevano già la stessa cosa, con un piede però ancora in un’epoca in cui era forte l’eredità dell’editoria nostrana novecentesca: quella fatta da editori – e scrittori – che erano in qualche modo i anche padri della cultura italiana del Dopoguerra. Adesso noi, in un modo o nell’altro, ci emanciperemo da questa eredità.
Anche in questo caso, non so se è un male o se è un bene. Se emanciparsi in questo caso significherà liberarsi di certe retoriche con cui si finisce coll’ammantare i libri con una certa aurea di sacralità, mentre, sottobanco, si costruisce un settore economicamente insostenibile, allora è un bene.

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