Storie

Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

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Flaiano in Africa e le sue annotazioni per Tempo di uccidere, il romanzo che vinse il primo premio Strega della storia
Le storie degli altri

Flaiano in Africa: appunti per il primo Premio Strega

Settant’anni fa, nel 1947, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano vinceva il primo Premio Strega della storia.
Pur di sfuggire alla noia e al mal di denti, un soldato italiano si muove a casaccio in un paesaggio etiope senza nulla di esotico: prima, per difendersi da una bestia indistinguibile nei pressi di un fiume, spara un colpo e ammazza involontariamente la povera Mariam, indigena con cui ha appena fornicato; poi, seguendo la paranoia più che l’intuito o una pista di solidi indizi, realizza che Mariam era probabilmente una lebbrosa, sprofondando così in un universo di vuoto e senso di colpa (“Sempre abbandonavo qualcuno nella disgrazia”). Pian piano, la congettura e la monomania smangiano la stravaganza da romanzo esotico/d’avventura (“Non il colpo a vuoto ma la mia gretta immaginazione…”), col protagonista che avanza quasi autisticamente in uno scenario saturato dalla disgrazia e dagli equivoci, tra MacGuffin ante-litteram e qualche puntatina surreale (un camaleonte che fuma nel bel pezzo del paesaggio africano), senza mai incontrare davvero l’altro – tanto gli africani quanto gli altri militari italiani.
Nell’olezzo di cose che muoiono di (presunta) lebbra, per il soldato di Flaiano tutti sono Mariam, perché tutti portano quel nome che è un nome di colpa, peccato involontario, legato alla natura umana, che si oppone e degrada le romanticherie indirizzate alla fidanzatina che attende in Italia.
Tutto è ambiguità e incomprensione, insomma, in
Tempo di uccidere, romanzo lento e faticoso la cui gestazione – involontaria quasi quanto le azioni del suo protagonista – racconta forse qualcosa di più interessante sull’autore e sui tic dell’editoria italiana di allora e di oggi. L’opera fu infatti scritta per scommessa (e per soldi) con Leo Longanesi. Flaiano la approntò e consegnò in un paio di mesi, ne fu insoddisfatto e continuò a riscriverla negli anni anche dopo la vittoria dello Strega; vittoria verso cui l’autore provò sempre imbarazzo e che giudicò “un malinteso” (di qui un famoso aforisma flaianesco sul successo).
Come ha scritto Anna Longoni, la pubblicazione di 
Tempo di uccidere fu per Flaiano il dazio da pagare per poter entrare nella giungla dell’editoria italiana. Un dazio, aggiungo io, che violò l’arte di uno scrittore votato al testo breve, come sappiamo (oggi, Flaiano si divertirebbe coi meme). Una “violenza” che permea anche l’editoria contemporanea, aggiungo sempre io, forse esagerando – ma non troppo: il romanzo, prodotto editoriale evidentemente inflazionato (peraltro in un contesto di abitudini di lettura radicalmente mutate), continua a essere “imposto” a chiunque voglia esordire o continuare a pubblicare narrativa (o “varia”, per i più tecnici).
Ad ogni modo, in appendice alla mia edizione Rizzoli di Tempo di uccidere c’è la vera chicca di tutta questa faccenda, e cioè Aethiopia – Appunti per una canzonetta, serie di brevi cronache e pensieri raccolti in Etiopia da un Flaiano ancora venticinquenne. Qui di seguito un piccolo estratto. Buona lettura.

*

Alla base di ogni espansione, il desiderio sessuale.

Un soldato scende dal camion, si guarda intorno e mormora: “Porca miseria!”.
Egli sognava un’Africa convenzionale, con alti palmizi, banane, donne che danzano, pugnali ricurvi, un miscuglio di Turchia, India, Marocco, quella terra ideale dei film Paramount denominata Oriente, che offre tanti spunti agli autori dei pezzi caratteristici per orchestrina. Invece trova una terra uguale alla sua, più ingrata anzi, priva d’interesse. L’hanno preso in giro.

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Le storie degli altri

Un’industria per l’arte

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George Tooker, Government bureau

La questione circa la morte del romanzo è un evidente false flag che finisce col rafforzare il romanzo come mero prodotto editoriale […] In altri termini la domanda non è se il romanzo sia morto o meno, ma se per la maggior parte non sia diventato un prodotto codificato, seriale, da dare in pasto a un pubblico che surrettiziamente l’industria editoriale considera un ammasso di bambini idioti […] è chiaro, ovviamente, che i grandi romanzi intesi come opere d’arte continueranno a esistere, quei romanzi intensi, che ti avvolgono e completano e ti fanno vivere altrove per qualche giorno […] Ma la questione dovrebbe essere, piuttosto: cosa può fare di diverso, di autenticamente diverso, oggi, il romanzo? O addirittura l’oggetto libro, perché no, come in fondo si è chiesto Tommaso Pincio in un intelligente articolo su Geoff Dyer […] Badate bene, qui non si parla soltanto di industria editoriale, ammesso che ne esista una, ma – si sarebbe detto un tempo – di industria culturale […] Cos’è questo prodotto tipico che chiamiamo romanzo se non un’operetta ben codificata – lo si è detto – e rassicurante, da produrre in serie? Non trova forse il suo equivalente nello sceneggiato televisivo da prima serata, nel disco di canzonette da scaricare da Youtube, buono solo a giustificare un tour estivo? Il punto è che un’industria non si limita a produrre solo perché può farlo – e nel caso del sistema editoriale non potrebbe neppure –, ma produce razionalmente […] cioè non si può produrre lo stesso identico prodotto, chiesto allo stesso modo a un numero di artisti/produttori di contenuti e persino critici che diventano così tutti uguali (quando l’industria non li forma perché lo diventino), destinato a un numero finito e limitato di fruitori totalmente immaginari, che non esistono cioè né per qualità né nelle quantità che l’industria stessa  […] Ovviamente si tratta di una bolla, di una bolla che dura da quarant’anni o forse cinquanta o sessanta e che necessita di uno slittamento, di una rivoluzione che non verrà certo dai produttori (industria e creatori) ma dal pubblico, quando il pubblico […] E non sarà una rivoluzione dell’arte per l’arte – il punto non è avere le sale o gli account Netflix pieni di film à la Lars Von Trier, ovviamente – ma dell’industria per l’arte.


Macramé Ballantini | Lo sfizio e altri saggi critici

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Storie

Lettera a un libro mai nato

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Ti ho sentito, stanotte, il tuo voltare di pagine inedite.
Ti ho sentito e ho pensato: sei mio, ma non vuoi. E ho concluso: non avresti voluto venire al mondo. Sei stato tu, forse – tu, non io – a sabotarti, a impedirti di incarnarti in carta – carta vera, non quella di una stampante domestica – a impedirti l’iscrizione, coatta, a quel club di libri pronti a bruciare nella caldaia della vasta locomotiva editoriale: questo mezzo lentissimo e scaltro, furbo, evanescente.
Niente balletti in saloni o piste da circo, per te; e in questo non posso che rispettarti.
Ma adesso, adesso che tempo ne è passato abbastanza, adesso io posso parlare – più che di te, posso parlare con te.

Ho scoperto che il tempo è per la scrittura ciò che il forno è per il ceramista – il ceramista, sì, il quale scopre, solo dopo l’attesa del fuoco, se il pigmento ha restituito il disegno o se invece, al contrario, il vaso non sia esploso. Così adesso io posso scorrerti, compatirti, adorarti: ma senza più tatto, né sguardo creatore.
E tempo ne è passato a sufficienza anche verso il fuori, verso l’esterno: ricordo i giorni di euforia, subito dopo averti finito, e quelli successivi, da perfetto burocrate, operaietto tuo soltanto: giorni in cui sceglievo gli editori – giusto una manciata, di quelli che avrebbero potuto pagare – e uno per volta gli scrivevo, con pazienza e con calma, per dire: guardate, questo è tutto ciò che ho fatto, che ho saputo fare.
Non ero io, eri tu a muovere me: e con questo non voglio sottrarmi, perché un essere umano inespresso può comunque ricevere infinitamente più approvazione (l’amore è un’altra cosa) di un libro mai nato.

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Fare Malesangue, Interviste

In un’ora allucinata. Conversazione con Giorgio Vasta

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Anche dal vivo Giorgio Vasta si rivela un carrarmato letterario: la conformazione del cranio pure fa pensare a un elmo incassato direttamente nella parte superiore del volto. Incontro Giorgio a Lecce, ad aprile, per un seminario di due giorni organizzato dal professor Fabio Moliterni, all’interno del corso di Scienze della Comunicazione; sono almeno dieci anni che questi seminari animano e portano a Lecce, anche fisicamente, alcuni degli autori italiani più interessanti. Per l’occasione mi decido finalmente a leggere Il tempo materiale, che ho tenuto nella mia libreria, senza sfogliarlo, a partire dal 2009, anno della sua uscita: leggendolo a pochi giorni dagli attentati di Bruxelles, il libro si apre a nuovi collegamenti e interpretazioni – il brigatismo rosso e infantile dei tre protagonisti come una lente per guardare all’idiotismo universale del terrore e, perché no, delle sue emanazioni mediatiche.

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Le storie degli altri

La fine dell’editoria italiana

creepy

A proposito dell’affare Mondadori-Rizzoli: ho ricevuto questa mail stamattina dal mio amico Danilo Dannoso, agente letterario. La pubblico così com’è. Chiedo scusa per eventuali refusi. Il titolo di questo post è volutamente fuorviante.

#Mondazzoli, è fatta. Il monopolio è compiuto. Per cui la fine del mondo si avvicina. Almeno per i bruchi. Verrà il gigante a mangiarci tutti. Da duemila anni va così.
Anche in questo caso, in grossa parte delle analisi che leggo in giro si scambia, come al solito, editoria e letteratura. Ma anche l’editoria può essere cosa buona (e non è detto che la letteratura lo sia sempre). Come la politica, anche l’editoria è un’altra attività umana che ha assunto ormai un connotato negativo. Perché, poi?
Ma in ogni caso, spero che sia chiaro a tutti che si va verso un’editoria globale anche in campo letterario. Mondadori venderà a qualche gruppo straniero, insomma.
È una cosa buona, è una cosa cattiva? Non ne ho idea. Il gruppo straniero pubblicherà libri che vendono. Mondadori (compresa Einaudi) e Rizzoli facevano già la stessa cosa, con un piede però ancora in un’epoca in cui era forte l’eredità dell’editoria nostrana novecentesca: quella fatta da editori – e scrittori – che erano in qualche modo i anche padri della cultura italiana del Dopoguerra. Adesso noi, in un modo o nell’altro, ci emanciperemo da questa eredità.
Anche in questo caso, non so se è un male o se è un bene. Se emanciparsi in questo caso significherà liberarsi di certe retoriche con cui si finisce coll’ammantare i libri con una certa aurea di sacralità, mentre, sottobanco, si costruisce un settore economicamente insostenibile, allora è un bene.

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Fare Malesangue, Storie

Morte di un editore. Primaldo Malaverna

michael leonard

Primaldo Malaverna è morto l’altro giorno. È stato il mio primo editore, anche se non tutti lo sanno. È stato partigiano, elettricista e falegname, prima di pubblicare me e altri sconosciuti, una decina d’anni fa. In cucina aveva un busto di Mussolini con una gomma da masticare attaccata sulla punta del naso. Sul muro davanti casa sua c’erano delle brutte scritte (calcio, bestemmie, nazismo). Non le ha mai fatte rimuovere così come ha tenuto fino all’ultimo, da quel che so, il busto del Duce in cucina. Diceva che nulla dell’uomo andrebbe rimosso. Bisognerebbe salvare ogni indizio del passaggio umano su questa terra dal vuoto a cui tutti siamo destinati. Questo erano i libri per lui.

L’ultima volta che ho visto Primaldo è stato sette, otto anni fa. Ho saputo della sua morte da un amico comune. Quest’amico comune, come me, ha pubblicato sotto pseudonimo con Primaldo e poi con il suo vero nome con altri editori. C’era del pudore, almeno per me, nel pubblicare a vent’anni. Posso adesso rivelare che all’epoca mi facevo chiamare Ludovico Brachini e che quel mio primissimo libro, di cui pochi sanno, si chiamava Il pareggio. Se ripenso al contenuto di quelle pagine, in bilico tra la narrativa annoiata dell’epoca e il tono alla Camus de Lo straniero, provo ancora quel pudore iniziale; se ripenso all’indizio del mio passaggio su questa terra, sento al contrario di dover rispettare quel testo. Ma allora perché lo pseudonimo? L’amico comune ha pubblicato con editori importanti, in seguito, e non vuole che io riveli la sua identità né il suo pseudonimo dell’epoca. Dice che non è conveniente.

Tecnicamente Primaldo Malaverna era uno stampatore. Ma con me (e con gli altri, almeno fino a un certo punto) si è comportato da vero e proprio editore. Ha lavorato sul mio libro correggendo e limando, dandomi consigli che trovo tuttora validi. Non tanto sulla tecnica quanto sui contenuti, sui temi, sulla terra da riporto che costituisce il materiale anche umano alla base di un libro. Diceva: trova la voce e poi il tono. Nella tua scrittura, di qualsiasi cosa tu scriva, dev’esserci la tua pennata. Come se suonassi la chitarra. Uno ti ascolta e pensa: è lui, non un altro. Poi dimenticati di te stesso. La tecnica troverà te. A volte, diceva, ci concentriamo troppo sugli strumenti, sul come fare, e dimentichiamo cosa fare. Cosa vogliamo fare davvero.

Primaldo Malaverna era uno stampatore ma non ha mai chiesto soldi ai suoi scrittori. Quanti libri avrà pubblicato? Non ne ho idea. Per molto tempo è stato clandestino. L’ho conosciuto su Internet, attraverso il suo blog. Si chiamava Mal Sangue, un nome che ho omaggiato in seguito ogni volta che ho potuto. Lo contattai e gli feci leggere qualcosa di mio. Mi chiese di andare a trovarlo. Presi un treno e andai da lui. All’epoca aveva mollato la tipografia, faceva il falegname. Restaurava per lo più sedie e piccoli armadi, di quelli in cui si custodiscono i liquori per le occasioni speciali. Restai con lui una settimana. Per tre o quattro giorni mi raccontò della Resistenza e della Guerra. Per la prima volta mi sembrò che non fosse storia, ma che si trattasse di qualcosa di reale o addirittura presente. Ricordo che mi disse: il periodo più lungo che ho passato in mutande sono le due settimane dopo l’8 settembre. Non potevo indossare nessuna divisa, né l’una né l’altra, e non avevo altri vestiti con me o qualcuno che me ne prestasse.

Nei giorni successivi mi spiegò cos’avrebbe voluto fare coi libri. Aveva una comunità di cinquanta, cento lettori, forse di più. Disse che era gente fuori dall’editoria, dai salotti buoni del libro. Gente che leggeva tantissimo. Gente a cui non fregava niente che tu pubblicassi con questo o quell’editore. Queste persone volevano solo leggerti. Avrebbe pubblicato per loro. In quei giorni compresi che qualcosa di terribile e leggero animava Primaldo. Aveva un anello al dito ma non c’erano donne attorno a lui, benché fosse un uomo ancora affascinante e per certi versi giovanile. Quando chiesi qualcosa a proposito dell’anello, Primaldo disse che si trattava di una brutta storia di trent’anni prima. Non mi spinsi oltre. Mi guardò e spiegò che c’era una differenza importante tra me e lui, che non era legata all’età né a quel suo anello. Lui aveva fatto la guerra e aveva ucciso. Io no. A partire da quella differenza avremmo dovuto cominciare a confrontarci sui libri, sul mio libro da fare con lui.

Tornai a casa e cominciai a lavorarci. Il pareggio era un racconto lungo che avevo già pronto. Dovevo solo riscriverlo e allungarlo. Di tanto in tanto gli mandavo alcune parti del testo. Primaldo non interveniva più di tanto. Diceva che la cosa migliore in fatto di editing era lasciar fare e che anch’io dovevo limitarmi a eliminare la fatica, la mia, ancora ben visibile nel racconto. In altri termini, al lettore non deve arrivare la fatica dell’autore. Non deve neppure arrivare l’autore, o meglio, il lettore deve illudersi di essere egli stesso l’autore di ciò che sta leggendo. Primaldo Malaverna voleva salvaguardare il mio passaggio sulla terra e al tempo stesso aveva ben presente cos’era appartenere alla storia, contribuirvi scomparendo in essa. Una strana contraddizione che lui spiegava con il tramandarsi della parola amarcord e, più in generale, con il funzionamento e il tramandarsi delle parole e delle espressioni di uso comune.

All’epoca c’era una certa confusione, in giro, e se ci penso ora ritengo che fosse una confusione molto triste. Quella di oggi mi pare così divertente. Ad ogni modo, Primaldo non aveva figli e spesso ripeteva che era quello il motivo per cui si era dedicato ai libri, ai personaggi, alle storie (non pronunciava mai la parola “letteratura”, diceva che troppe persone cominciano con la letteratura e ripiegano sull’editoria). A un certo punto hai bisogno di passare qualcosa della tua energia a qualcun altro, spiegava. È un fatto biologico. Così diceva e aggiungeva che la natura non si affatica, fa ciò che è necessario, e che in questo sta la bellezza, che non è mai orpello. Diceva: prendi la parola amarcord. La usano tutti, da cinquant’anni a questa parte, per via del film, probabilmente, eppure nessuno sa da dove viene, nessuno sa che sta dicendo “Io mi ricordo” in un particolare dialetto quando la pronuncia, eppure è così comune e necessaria per molte persone, e così dovrebbe essere per ogni gesto umano, tramandarsi ed evolversi apparentemente dimenticando la propria origine, o meglio: in quel tramandarsi anonimo c’è comunque la traccia di un fantasma, di qualcuno che è stato qui, adesso, mentre io ripeto questo gesto senza conoscerne l’inventore, il suo primo autore.
A queste sue parole, in genere, seguiva una carezza.

Dieci o dodici anni fa non avrei mai potuto immaginare quanto sarebbe stato difficile essere padre (o madre) per una persona della mia generazione. Ero più interessato al concetto di primogenitura che a quello di paternità, che non a caso per me sarebbe rimasto legato più a questioni di libri che ad altre biologiche. Con me Primaldo affermò il concetto di paternità fino in fondo. Fu un padre per me e per la mia opera finché non vendette tutte le copie andate in stampa. Poi mi allontanò, mi disse di “andare per il mondo” e di affrancarmi anch’io, per un po’, da quel libro. Si scusò per la banalità delle sue espressioni e ripeté più volte, quando lo cercai ancora, che se davvero rivendichi la paternità di qualcosa poi devi esser pronto a lasciarla andare, a fare in modo che appartenga anche agli altri.

Allora per qualche anno ho osservato da lontano la vita e le opere pubblicate da Primaldo Malaverna. Credo che per un certo periodo abbia lavorato per una comunità di autori e lettori felici. Pubblicava libri che venivano scritti, pubblicati, venduti e letti. Chi scriveva e leggeva quei libri ne aveva bisogno. A posteriori credo che l’intuizione di Primaldo sia stata proprio aver introdotto la questione della felicità in un ambiente che sembra tuttora impermeabile a questo tipo di sentimento. Quando ho saputo della morte di Primaldo ho pensato, per un attimo, che non fosse mai esistito, che la sua esistenza afferisse più al sogno che alla memoria, al pari del Ludovico Brachini del Pareggio. Allora ho buttato giù queste righe, che potessero essere un omaggio e insieme l’indizio del passaggio di un uomo su questa nostra terra, appena prima del vuoto.

Nota del 10 dicembre 2014. A un certo punto ho compreso che questa storia proseguiva nel futuro, nell’inframondo dei maya e nello spazio più profondo e ghiacciato, e più precisamente QUI.

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