Le storie degli altri

Le tette delle monache

Quello che segue è un racconto di Roberto Lapia. Il pezzo si trova anche su Tabasco, il tumblr di Roberto. A pensarci bene, sarebbe stata sufficiente una condivisione in giro per la rete per diffondere questo breve frammento; mi piaceva però l’idea di ospitare le parole di Roberto in pianta stabile, qui sul Vecchio Malesangue.
Buona lettura.

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Ma non sentite mai il bisogno di conficcare un coltello nel suolo? In una landa mitologica, incupita sotto uno scialle di vertigini, i pastori solerti conficcavano nel terreno il coltello che aveva ucciso l’animale; così si evitava che il gregge fuggisse appena caduta la prima goccia di grasso. Ma voi l’avete ancora un gregge? Meco guarda in aria confuso, gioia e dolore lo inchiodano a questa terra sfumata, ai lati della carreggiata gli ulivi fanno l’amore con le foglie di vite, una cadenza secolare, Eppure io di pecore non ne ho viste mai. Le croci ricordano i morti in battaglia, i fiori appassiscono sotto l’alito soffice di un sole indeciso, è Sud ma non abbastanza, è Centro ma non a sufficienza. È semplicemente Abruzzo, osa un forestiero di Lanciano. Abruzzo non vuol dire un bel niente, chiosa una divinità sommersa vinta dall’apatia della campagna che separa Tollo da Ortona a Mare. Eppure oltre i vetri appannati scorre l’unicità bucolica di un paesaggio dove il verde brullo di questo agosto settembrino si fonde alla perfezione con il turchese terso dei timidi scorci d’Adriatico. Alla fine di una lunga serie di tornanti ecco Guardiagrele: da un lato la porosità del mare, dall’altro la maestosità della Maiella, Nene parte alla disperata ricerca delle tette delle monache, ma il lunedì qui è tutto fermo: anche la presunta depravazione devota, con una normalità disarmante. Madri infeconde di coraggio partigiano formano una brigata ciarliera che risuona lungo le viuzze soffocanti di questo borgo che sa di rame e ferro rovente. Più giù, a valle, in mezzo alle vecchie latrine di pescatori e marinai, una distinta signora dall’aria malinconica passeggia perdendosi nei sogni luttuosi di un’esistenza sacrificata, Giunco – che a dispetto delle apparenze è una perla di rara intensità, – osserva, tra ammirazione e disgusto, quella culla che l’ha vista nascere: hai visto mai un posto più intatto di questo? La signora si ferma accanto a lei, parla con gli occhi che brillano di fulgida passione, nondimeno lo sguardo fugge, inerpicandosi in lembi impossibili da scrutare. Ha vergogna, vergogna di mostrare il proprio amore incondizionato per questa terra spuria. Eppure io di pecore non ne ho viste mai, Meco, pastore senza mandria, non se ne fa una ragione: le greggi sono scappate via prima della transumanza. Nella Cala dei Ladri la roccia vergine batte la fiacca sull’acqua viva, le budella seccano sotto il fuoco di un’estate ormai lontana, Se solo anche voi vi riappropriaste dell’innocenza primitiva dei vostri lidi, vittime di lungo corso della serializzazione selvaggia, allora anche voi, sì, anche voi, potrete rubarci l’anima, il cuore. Senza passare per la gogna messapica, di chi si sente superiore per un banale scherzo del destino. Che poi a Tino, per rubargli il cuore, è bastata la bellezza delle vostre genti, perché le tette delle vostre monache non è riuscito a mandarle giù: Ahimè, era un lunedì, sacrilegio d’agosto.

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