Storie

Circolazione periferica & altre storie di merda

CINEMA: CERAMI WRITING FILM ABOUT THE 'ITALY OF ESCORTS'

Un mese fa moriva Vincenzo Cerami. Ho scelto di ricordarlo “nel trigesimo” perché ai coccodrilli delle prefiche virtuali preferisco gli alligatori, in generale. E perché conta soprattutto la conta di chi resta nel tempo, di chi ricorda e torna per un saluto negli anniversari, e tra questi il trigesimo è un buon punto di partenza per capire chi ci tiene davvero.
Ho conosciuto Vincenzo Cerami nell’estate del 2010, a una presentazione in spiaggia. Proprio come questa, anche quella era un’estate di vagabondaggi e solitudine inevitabile, del tutto simile all’autoesilio. Solo che all’epoca tutto doveva ancora iniziare, dovevo ancora interessarmi alle storie di persone e personaggi che rischiavano di finire nel tritacarne della Storia. Tre anni dopo ho realizzato che, alla fine, la carne da macello della Storia e delle storie minori del nostro tempo era (ed è, anche) la mia. L’incontro con Cerami ha segnato, allora, una presa di coscienza anche dolorosa del distacco definitivo con la generazione dei miei genitori; ed è finito in un racconto pubblicato l’anno dopo nell’antologia La letteratura non conta niente, dal titolo Circolazione periferica & altre storie di merda. Pubblicarlo adesso qui è il mio modo di ricordare Vincenzo Cerami.
Buona lettura.

§

«Canzoni, film […], persino la tv è riuscita ad andare nella direzione del popolare, senza per questo diventare sciatta. Nel frattempo la letteratura non ha fatto alcun passo verso i lettori: e così ella continua a parlare di sé, solo a se stessa.»
L. Brachini, convertito

Un freddo.
Inglorioso, ingiustificato.
Arriva sempre il momento in cui ti prende.
Ma tutto era partito dal caldo: alle tempie, le guance rosse, ancora poco convinto come sei che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare la tua voce in pubblico.
E invece.
Accade sempre a tre quarti della serata: quando sta per finire.
Un freddo che può essere estate o inverno, ti prende sotto le ascelle, è freddo da diarrea, ti trova quasi disattento mentre chiedono di te, di lui, di lei.
Non dura molto.
Poi tutto riparte: normale.
Però tu lo hai sentito, come hai sentito il caldo e il rossore pubblico, e non lo dimenticherai.
Che hai tremato, che quasi non potevi tener ferma la lingua per rispondere.
Non sai perché.

Mi piacerebbe poter dire di scrivere queste poche righe alla vigilia della partenza per un breve tour di presentazioni del mio libro; ma non è così. Scrivo piuttosto mentre sto battagliando con associazioni che vorrebbero capire di cosa parla il mio libro senza averlo letto; operatrici culturali che organizzano presentazioni che saltano all’ultimo minuto perché hanno fidanzati troppo gelosi; gestori di librerie indipendenti che non sanno neppure usare un’e-mail; lettori che mi chiedono di andare a presentare il libro nelle loro città e poi partono per il Belgio da un giorno all’altro. Ma va bene, mi fa sorridere perché sono un autore di quart’ordine e conosco il sottobosco in cui mi muovo. Ogni tanto penso che in fondo anche lassù nel mondo della grande editoria le cose non siano poi tanto diverse, e concludo che, di certo, i risultati non lo sono: le presentazioni letterarie sono percepite come un evento noioso al pari di una vecchia messa in latino a tutti i livelli. Con la differenza che da me non ci sono le bizzoche che storpiano i canti e i salmi in cantilenanti proverbi dialettali.

Con le presentazioni non ho avuto da subito un buon rapporto. Le reputavo inutili: e in effetti servono per lo più a farsi un nome; a conoscere gente del giro; soprattutto: a vendere qualche copia. Mai visto qualcuno del pubblico essere entusiasta per una presentazione. Alla fine si contano sempre i morti sul campo per noia. Per questo ci sono i reading: in qualche modo dovrebbero alleviare il fetore di cancrena che aleggia attorno alla parola “libro” (peggio: “letteratura”). Bene, io non leggo neppure, se non dei testi che c’entrano poco col mio libro (finisco col testare qualche testo nuovo su cui sono a lavoro), oppure dei testi – piuttosto ironici – di presentazione alla presentazione. Trovo che scrittura e lettura – in pubblico – non sempre possano andare d’accordo. Tanto più che il mio libro era stato scritto in contumacia, senza prevedere una eventuale pubblicazione; figuriamoci se pensavo di costruire una prosa che potesse in qualche modo fluire con decenza davanti a un pubblico di morti viventi.

Dicevo: a un certo punto ho cambiato idea. Le prime presentazioni erano un disastro: mi limitavo a rispondere con autoironia per dissimulare un imbarazzo ingiustificato. Ingiustificato perché – l’ho capito dopo – comunque il mio libro era lì e non potevo lasciarlo da solo. D’accordo, era stato lui a portarmici, in pubblico. Ma non meritava di esser lasciato solo, no. Anche perché, pur non avendo sfondato nei giri giusti, tra gli addetti ai lavori e i tecnici, aveva funzionato da subito tra i lettori comuni (pessima espressione): quelli verso cui non puoi decidere se avere rispetto o meno; un critico puoi odiarlo, amarlo, ucciderlo o scopartelo: un lettore comune no, lui è lì coi suoi gusti incomprensibili e non puoi farci un bel niente, nel bene o nel male.

Così ho cominciato a pensare a come evitare di fare cose inutili: a come evitare cioè di prender parte a questi happening di scrittori mancati, lettori sospettosi e parenti degli organizzatori della serata, tutto questo senza peraltro divertirmi. Ho riflettuto un po’ sulla categoria (gli scrittori), su quanto siano percepiti come inutili, presuntuosi, pesanti. E ho realizzato quanto questa percezione corrisponda a realtà. Quanti colleghi perdono tempo a scimmiottare l’intellettualismo di autori ben più quotati sol perché si è scritto un libro. Quanti ambiscono a scrivere per status. Poco importa che lo scrivere un libro comporti anche avere dei lettori: e avere un rapporto con loro.

Per farla breve. Nel corso delle ultime presentazioni ho combinato un po’ di tutto. Una volta stavo per fare a botte con la moglie di un poliziotto – era fissata col fatto che io avessi partorito una squallida autobiografia – un’altra ho abbracciato tutti i convenuti, un’altra ancora mi sono messo a leggere (sì) alle spalle del pubblico, minacciando che avrei ricominciato daccapo ogni volta che qualcuno si fosse voltato; la settimana scorsa ho strappato e bruciato alcune pagine della copia personale del mio libro.
(Mi correggo: dovrei dire copia personalizzata: ci ho disegnato sopra, riscritto parti a lato, come detto strappato pagine: mi piace pensare a quella copia del mio libro come alla chitarra di uno degli Stooges, ecco.)

Nel frattempo sono passato anch’io da eventi come Notti Bianche (in cui il pubblico è interessato a tutto fuorché a una presentazione libraria), rassegne dedicate ad autori locali morti da almeno mezzo secolo, presentazioni accorpate («così viene più gente», dicono, salvo poi che uno dei due editori boicotta la cosa non portando le sue copie, cioè le mie copie), presentazioni triple, con concerto (in cui ci sono più persone sul palco che tra il pubblico) o con documentario video annesso (doppia morte), presentazioni private, presentazioni a teatro, allo stadio, al Comune, in chiesa, sul tetto e in accappatoio. Ho potuto sperimentare alcune tecniche per coinvolgere il pubblico prima della pennichella. Perché la questione è tutta lì: devi toccarli. Devi farli sentire parte di qualcosa. Delle tue storie, con tutta probabilità. Cosa vorresti essere: uno scrittore? Allora dovrai esserlo anche in quell’occasione. Dovrai rispondere delle tue aspirazioni e dei tuoi dolori portando la tua testimonianza; rendere letteratura anche la presentazione – letteraria, per l’appunto. Non basta citare Balzac o l’ultimo autore di minimum fax che hai conosciuto l’altro giorno al bar. No. Dovrai ricordarti di non esser necessario, né indispensabile. Dovrai ricordarti che se la gente legge, lo fa per le storie. È il motivo per cui si va al cinema, si sta su Internet, che è, ad oggi, il più grande generatore di (auto)narrazioni che ci sia in circolazione. Pensa ai cantastorie. Pensa al racconto orale. D’accordo, hai scritto un libro, ma: dimenticatene. La gente non è qui per questo. Ci è venuta per caso. Tirata per la giacchetta. Tu al posto loro non saresti venuto, chissà. Adesso devi solo calarli in una storia. Come si faceva nelle comunità contadine nel giorno della festa. Devi essere speranza e tragedia. Non sei attore, no, né cantante, ma stai su un palco e sei comunque bersaglio. Allora prova a scendere. Testa la loro capacità di esser lettori di se stessi, delle proprie esistenze e, se sarà il caso, scrittori. Perché dovrai invitarli a scrivere, senza dimenticare che qualcuno di loro sogna già di farlo, ed è lì per giudicarti, per convincersi che no, tu che hai scritto un libro non sei tanto meglio di loro che non ci sono ancora riusciti.

Accerchiali: usa la tecnica del ragno. Se hai un microfono wireless, sei a cavallo. Se non c’è microfono, ancor più facile. Passeggia attorno a loro mentre leggi o racconti come t’è saltato in mente di mettere per iscritto quel periodo di malattia o il tuo amore andato a male; e mentre lo fai, sii sincero: non dissimulare. Perché se ne accorgeranno se hai mentito, se ne accorgono dalla voce – non sei un attore, né un cantante – o comunque leggendo il tuo libro, se avranno voglia di farlo.
Fermati di colpo e tocca uno di loro: siedi sulle ginocchia di qualcuno: chiedigli se stanno dormendo o se qualcuno ha avuto un infarto. Informati se ci sono avvocati in sala.
Non impostare la tua voce: se proprio devi sputtanarti, fa’ che sia credibile; lascia che la tua voce tradisca ogni minimo inciampo, perché sicuramente quell’inciampo c’è anche nel tuo libro. Non devi tradire né lui né te perché la gente ti legga: ed è l’unica cosa decente di tutta questa storia che funziona un po’ come la circolazione periferica nei tabagismi di lungo corso: e cioè male, molto male.

Parlavo di queste mie teorie con un tizio che ha scritto un romanzo di fantascienza. È un mio amico, perciò ho cercato di non maltrattarlo troppo. Però le sue presentazioni, be’… A un certo punto lui si alza per leggere con voce solenne quel passo in cui l’alieno scopre di aver messo incinta la figlia del Presidente degli Stati Uniti. Capite bene che la cosa non è molto credibile.
«Non mi hai convinto. Un libro è un libro», ha detto.
«Che significa?»
«Se ho scritto un libro di fantascienza, cosa c’entra il contatto col pubblico? Non è mica teatro.»
«Se hai scritto un libro di fantascienza, potresti sempre presentarti lì con una spada laser e…»
«No. Voglio dire. Il mio libro è un’allegoria del rapporto tra media e corpo. Parla di democrazia. Del livello di democraticità nel mondo occidentale. Non posso buttarla in caciara.»
«No.»
«No che non posso.»
«Però puoi adattare le tue presentazioni al pubblico che hai davanti. Sta a te capire quanto la materia del libro può essere piegata, manipolata e adattata per il pubblico che hai lì davanti a te in quel momento.»
«Non posso snaturare…»
«Oh, capisco cosa intendi. Ci hai messo due secoli per arrivare a interpretare il ruolo dell’intellettuale. E adesso non sai, non vuoi uscire dal personaggio.»
«Scusa?»
«C’è questa sostanziale identificazione dello scrittore con l’intellettuale, in Italia.»
«Ti stai sbagliando.»
«No, scusa: intendevo tra gli addetti ai lavori. Ai lettori, agli italiani, non frega niente degli intellettuali.»
«Stai parlando da solo.»
«Voglio dire, non si vede mai uno scrittore che dà l’idea di divertirsi a fare quel che fa.»
«Io mi diverto un mondo!»
«Non me n’ero accorto.»

In realtà io e questo mio amico non siamo poi tanto in disaccordo come potrebbe sembrare. Siamo giunti a conclusioni molto simili quando, quest’estate, abbiamo assistito a una presentazione di Vincenzo Cerami, in spiaggia. In spiaggia, sì: perché tra le altre cose che rendono cool una regione come la Puglia c’è anche questa cosa delle Spiagge d’Autore. Presentazioni letterarie al mare, semplice.
Cerami era atteso in questo stabilimento sottoposto a sequestro penale diverse volte. Adesso lo è solo il parcheggio. Bene, è arrivato – giustamente, dato il caldo – con un’ora di ritardo. La presentazione era alle 16 di un lunedì d’agosto. Insomma, il regista/scrittore/filantropo arriva in ritardo, con la sua bella camicia hawaiana e i suoi pantaloni di lino con costina davanti, completamente sciolto dal sudore. La ragazza che si occupa della situazione, un ex docente precaria di non so cosa in una scuola di Martina Franca, è nervosa. È agghindata come la PR di una discoteca e credo che il meccanismo funzioni allo stesso modo: se non c’è gente, il gestore del locale si lamenta e tu non lavori più.
La presentazione inizia nel complesso con un’ora e mezza di ritardo. Ci sono dieci persone, inclusi i camerieri, la presentatrice, l’editore del libro che sta presentando Cerami e il personale di una libreria di Manduria che ha portato del materiale informativo. E stiamo parlando di Vincenzo Cerami: il quale continua a sudare, chiede di spostare le sedie un po’ più in là perché il sole si è abbassato e gli arriva dritto in faccia; e dice un bel po’ di cose giuste sullo stato delle cose in Italia, lo fa in romanaccio, mica in intellettualese: però, di fatto, davanti al suo civismo lirico, non saprei come giustificare il parcheggio dello stabilimento balneare sequestrato qui accanto e il fatto che ad ascoltare l’autore di Benigni, di Un borghese piccolo piccolo, interprete di quasi mezzo secolo della nostra cultura, ci siano tre cani.
Io e il mio amico gli stringiamo la mano, alla fine, sia chiaro. Lo abbracciamo. Io gli chiedo di Musica!, il magazine di Repubblica di metà anni ’90 su cui lui scriveva ogni settimana. Gli chiedo dov’è finita la sua generazione. Perché all’epoca sembrava che ce la intendessimo, noi e loro. Che comunicassimo, in qualche modo. E invece guarda qui: la più giovane è l’ex docente precaria ora PR, e questa presentazione fallita con Cerami le costerà anche questo lavoro. Prima di andare, la ragazza mi consegna le locandine dei prossimi appuntamenti di Spiagge d’Autore, mi chiede di appenderle in città, se posso, così magari la prossima volta ci sarà più gente.
Io e il mio amico salutiamo il Maestro, spiegandogli che per noi è l’ora del bagno. E lui, asciugandosi ancora il sudore sulla fronte, ci invidia il telo da mare: «È l’ora migliore pe’ anna’ ffa’ il bagno, questa, ché il sole scende, t’accarezza».

Sei svuotato.
Hai imparato a mettere la data in cima alla dedica.
Non cambia il fatto che sei distratto.
Altrove.
Che non sai bene cos’hai detto, cos’hai fatto, chi hai toccato.
C’erano – quante persone?
Quattro, dieci, venti: cosa cambia?
È solo un rimandare.
Al tempo dello strumento.
Quel tuo collega che durante una presentazione disse: «In questo momento, io sto scrivendo».
Aveva ragione.
A lungo hai pensato, sbagliando, che ci fosse uno strumento.
Che fosse per te la tastiera del computer come i tasti bianchi e neri per il pianista.
Qui non c’è strumento, non c’è mezzo: è una storia mediata da niente.
Puoi applicarla ovunque, a chiunque, in ogni momento.
A meno che tu non voglia pensare ai corpi, alle vite, alle storie che hai attraversato…
…come a degli strumenti.
E in mezzo – il mezzo – ci sei tu: l’interprete.
E questo è stato solo un rimandare, prima di tornare a lei, alle tue armi spuntate.
Adesso sei pieno e vuoto.
Sei appagato. Hai toccato. Sei piaciuto.
Sei. Non c’è altro.
È una questione d’identità, di appartenenza.
A chi, o cosa?
Ma comunque spiega molte cose, ad eccezione del caldo e del freddo, forse.
Spiega tutto ciò che non spiegherai.
Proverai al ritorno, a farlo.
Tutto: e che sia vero, che arrivi lontano, più lontano.

Standard