Le storie degli altri

Un coltello rituale

tefteri

(Ci sono odori che si fanno riconoscere subito, a distanza di anni. Sono più simili a musica, si fanno ascoltare. Come ad esempio il profumo che scelgono le mamme quando portano i bambini a una visita medica, dal dentista, o ai colloqui coi docenti. Anni dopo sei in grado di riconoscere quel profumo per strada, è una scia di sangue e ti riporta ad allora. Allo stesso modo, di certe parole riconosci subito gli intenti, le ramificazioni, il senso più profondo, anche se non le hai scritte tu, ma le senti, riaprono in te un pozzo, una voragine, non è che ti scoprano ma ti fanno riscoprire dov’eri, il tuo Tefteri.)

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Psarandonis è la tradizione vivente. La sua famiglia sta radunata intorno al fuoco, intorno alle pietre in cerchio che reggono gli spiedi. Ci sono due parole diverse per indicare il modo di cuocere la carne. Sopra o intorno al fuoco. A Creta si usa ‘intorno’ al fuoco. Gli spiedi vengono alternati a mano, a seconda della direzione in cui tira il vento. Alcuni pezzi prendono più calore, altri meno e bisogna accompagnarli per ore.
Psaroghiorghis, il primogenito, è il custode del fuoco e della carne. Sposta gli spiedi, li gira. Restando ferma, la carne fa colare a terra il suo grasso, lo butta fuori. La pelle diventa croccante, le fasce dei muscoli una glassa. Un coltello rituale, dal manico di legno intarsiato, con la custodia ugualmente in legno, affonda nella carne per sentire il punto in cui si disfa sotto la sua spinta, il punto in cui è pronta per essere servita a pezzi.
Mangiare la carne così è mangiarla come la mangiava Odisseo.
Omero non mi parla di libri di scuola. Mi parla della carne arrostita. Del senso dell’onore. Del gruppo. Del valore degli uomini nel loro gruppo. Della gerarchia della spartizione della carne. Di chi è il beneficiario del pezzo migliore. Del valore dell’ospite. Del mistero degli elementi. Di come l’uomo è solo ed esposto agli eventi. Dell’essere viandante, mi parla. Dell’avere una patria, una famiglia, e del non averla. Dante parla di Dio ma perde l’uomo. La sua carne arrostita, il tepore del talamo. Omero parla di chi può parlare al tavolo e chi no. Di chi ha peso in assemblea. Del senso del lutto, del senso della festa. Di Psarandonis e della sua famiglia al completo che brinda dicendo: Sallustro!
(Però, a pensarci, di Odisseo sappiamo soltanto di quando è solo, quando non è in famiglia. Allora Odisseo è uguale a me. Senza un porto a cui tornare. Ospite. Apparizioni femminili, simulacri. Solitudine. Ospite.)

Vinicio Capossela | Tefteri

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