Storie

Incasinarsi al VIVA Festival

Un lungomare senza il mare
Altissimo, gambette infinite e busto striminzito: da vicino Ghali ricorda un po’ Pippo. Lo incontro il 19 agosto al VIVA Festival di Locorotondo, nell’area del backstage destinata agli artisti coi camerini ricavati tra i trulli delle Tenute Cardone. In teoria il mio braccialetto bianco da guest non mi permetterebbe neppure di stare qui, ma dopo i live di Ghali e di Madlib gli schemi sono decisamente saltati.

Per prima cosa gli faccio i complimenti per lo show. Ghali sorride, stringe forte la mia mano. Indossa una t-shirt scura su dei pantaloni rosa di tuta acetata, ovviamente Adidas. Senza smettere di sorridere (e senza lasciare la mia mano) risponde alle mie domande, piuttosto innocue, sul concerto e sul pubblico di bambini e adolescenti che in migliaia sono venuti a Locorotondo solo per lui. A me Ghali sembra un ragazzino a sua volta – persino troppo educato, se vogliamo – e tra l’altro è chiaro che non vede l’ora di tornare di là a mettere dischi nell’area guest coi suoi amici. Allora, consapevole pure della sua allergia alle interviste – e temendo che possa sospettare che stia scroccandogliene una – faccio un’ultima domanda, vagamente turistica, sulla Puglia.

La Puglia di Madonna a Borgo Egnazia, della Taranta, di Solange e Iggy Pop al Medimex, degli altri grandi festival degli ultimi quindici anni e adesso del VIVA, che sempre qui, a Locorotondo, va ad affiancarsi al Locus (quest’anno con ospiti come Benjamin Clementine, Bonobo e Jonny Greenwood tra gli altri) – eri già stato qui, Ghali?, che te ne pare?

La risposta non l’ascolto neppure, distratto da una scenetta che prende vita qualche metro più in là. Vicino all’ingresso di uno dei trullocamerini un fan napoletano piuttosto eccitato sta molestando Madlib, in via del tutto teorica l’headliner della serata. “Tu si’ ‘o king, Madlib, tu si’ ‘o king!” ripete eccitato il fan, mentre il monumento vivente della black music americana, occhiali scuri e bicchiere di bianco in mano, si limita ad annuire pressoché inerme. Più tardi ci penserà Carlo Pastore a trarlo in salvo. A me intanto non resta che salutare Ghali. Ma prima, nemmeno m’avesse domandato una sigaretta, gli chiedo conferma della sua età. “Ventiquattro”, risponde, sorridendomi per l’ultima volta. “In bocca al lupo”, dico io, e lui finalmente lascia andare la mia mano. Ha la pelle liscia, secca, di quelle pulite, che non sudano mai.

Sopra le nostre teste, nella notte della campagna della Valle d’Itria, si staglia immobile il lungomare di Locorotondo con le facciate immacolate delle cummerse. E così, mentre vado verso il parcheggio, mi chiedo se Ghali e la sua crew hanno trovato la risposta a quella domanda che tutti gli stranieri, prima o dopo, si pongono quando mettono piede a Locorotondo: ok, meraviglioso il lungomare, ma il mare dov’è?

Il braccialetto magico
Il mio primo giorno al VIVA era cominciato proprio lassù, sul lungomare di case alte e chiancarelle bianche che altro non è che il belvedere di questo piccolo borgo della Valle d’Itria di circa quattordicimila abitanti. Il programma del pomeriggio prevedeva un talk con Nicola Conte e Jolly Mare sulla club culture pugliese. L’incontro era al Docks 101, locale che qualche anno fa ha ridato vita al centro storico di Locorotondo. A moderarlo c’era Carlo Pastore, al VIVA nelle vesti di presentatore, dj e patron saint dell’intero festival; di lui mi avevano colpito subito le scarpe sporche di terra sotto la mise indielegant (giacca/pantaloni color sabbia e t-shirt bianca). In realtà ero venuto al Docks anche per ricevere il braccialetto magico che mi avrebbe permesso di accedere all’area guest degli ultimi tre giorni del festival.

Il VIVA, in effetti, era iniziato a Ferragosto, con due date in alcune delle più belle masserie della zona – per i live di Nicholas Jaar e Lorenzo Senni e la boiler room con John Talabot, tra gli altri – e un’altra in spiaggia col set di Stump Valley. Ancora prima, a fine luglio, c’era stata un’anteprima con Nicola Conte e Populous.
A me però interessava la tre giorni finale, la scorpacciata di artisti e pubblico vissuta quanto più possibile dall’interno nella nuova Arena Valle d’Itria, allestita per l’occasione nei campi delle Tenute Cardone.

Mi meraviglio sempre.

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In attesa del mio braccialetto seguo il talk. Con me c’è Antonio Lillo, raffinato poeta e editore militante nonché mio Virgilio curdunnese. È lui che nel corso degli anni e dell’ultima edizione del Locus, in una Locorotondo invasa dai turisti, mi ha messo a parte della nascita del Docks 101 e di altre storie locali: dalla tradizione clamorosamente di destra del paese al passaggio di Luciano Bianciardi, che da queste parti visse durante la Seconda Guerra Mondiale, fino alle due fazioni, i Senussi e i Beduini, che si spartivano la città a coltellate all’inizio del secolo scorso.

Ed è sempre Antonio, nel corso del talk, a farmi notare che il tipo seduto davanti a noi, una sorta di Danny De Vito attento e malinconico, è Ashley Kahn, storico produttore e critico musicale americano; mentre è un fotografo del luogo a far notare ad Antonio – che lo fa notare a me, a beneficio di questo reportage – il pesante accento salentino di Jolly Mare. Sarà comunque l’unica volta che sentirò riaccendersi antiche dispute pugliesi – Bari contro Lecce, in questo caso – nel corso di questo internazionalissimo festival, gemellato, non a caso, col Club To Club di Torino.

Alla fine dell’incontro mi affaccio sul lungomare. Appoggiata alla ringhiera, sospesa sul vuoto della Valle d’Itria, c’è una ragazza che indossa delle espadrillas coi talloni di fuori, come fossero pantofole. Ha l’aria felicemente stanca di chi è stato tutto il giorno a mare. Guardo giù con lei: muretti a secco, piccole cappelle con croci al neon, vigne e trulli per ettari, e poi in mezzo a questa campagna purissima l’enorme palco del VIVA, accarezzato dalla luce del tramonto, un po’ vapor un po’ rosa occhio di pesce, che sembra fatta apposta per impreziosire agli occhi dei visitatori l’abbronzatura dorata di noi pugliesi.
Poi ecco il mio uomo affacciarsi dall’infinita scalinata di Sant’Anna: è Giuseppe Conte, uno dei soci del Docks e location manager (tra le altre cose) del VIVA, in evidente affanno per la salita e anche lui con le scarpe completamente sporche di terra. Mi passa il bracciale, indica il palco e dice che laggiù è tutto pronto. Dopodiché si dirige a casa, non molto distante dal lungomare, per una doccia al volo prima di tornare nell’Arena Valle d’Itria.
Quanto a me, non resta che ringraziare e infilare il braccialetto bianco: come ogni oggetto magico delle fiabe, ci metterò un po’ per capire come funziona.

God is a dj
L’Arena Valle d’Itria è davvero sterminata. In un angolo, sulla terra battuta costellata di fili di paglia, c’è un nuovo modello di Audi parcheggiato all’interno di una gabbia di led intermittenti. Un mucchio di gente si ferma a riprendere col telefono questa sorta di chiesetta di campagna postmoderna messa su dal main sponsor del VIVA. Più in là ci sono invece gli stand di Nutella, Lavazza, RedBull e altri partner del festival. Dal palco, mentre fa buio, arriva un suono pulito e potente, coi bassi che vibrano nel petto diffondendosi elettrici per tutto il corpo.

Ho il tempo di fare un primo giro nel backstage: lo trovo sulla sinistra del palco, oltre un muretto a secco transennato e presidiato da un tizio pelato della security che alla luce della sua piccola torcia ricorda il comico romano Maurizio Battista. Scopro subito le due zone interdette ai semplici guest come me: quella a sinistra, oltre un piccolo muro di balle di paglia, dove ci sono i camerini, e quella a destra da cui si accede al palco. L’area in cui posso muovermi liberamente è invece lo spiazzo centrale, piuttosto ampio, dove c’è il tavolo coi deck per l’after e, più in fondo, la zona al coperto che tornerà utile l’ultima sera del VIVA. Anche qui ci sono dei piccoli stand degli sponsor, poi un bancone per birra e cocktail e soprattutto il forno con le focacce appena sfornate.

In Valle d’Itria, a differenza che a Bari o nel Salento, non conosco molti addetti ai lavori, per cui faccio un po’ di fatica ad associare dei nomi ai volti della gente che affolla il backstage – inclusa, almeno per il momento, la ragazza che indossa le espadrillas come fossero pantofole, e ad eccezione di Ashley Kahn e di un tecnico di Dj Shadow che per tre giorni scambierò per Dj Shadow (finché non mi troverò davanti il vero Joshua Paul Davis in persona).
Così, non avendo nessuno a cui rompere le scatole, torno nell’area dei live, dove Jolly Mare ha iniziato il suo set. Il dj salentino va avanti per un’ora abbondante con un groove intenso potenziato da chitarra, batteria e tastiere, oltre che dal gioco di luci del palco. Due ragazze dello staff, intanto, distribuiscono tra il pubblico delle shopper Wrangler. Le ragazze, maglietta bianca del VIVA e shorts decisamente molto short, sono del tipo confettino-biondo-su-Instagram, dunque è difficile rifiutare il dono, tanto più che nelle borse ci sono i palloni gonfiabili che da un po’ hanno iniziato a rimbalzare nei pressi del palco, sulle teste della gente delle prime file.

Dopo il set di Jolly Mare torno a dare un’occhiata nel backstage. Adesso c’è anche qualche critico musicale su di giri per l’ottima riuscita della serata intento a chiacchierare con gli organizzatori del Club To Club (si tratta di Guido Canali e Sergio Ricciardone, che riconoscerò però solo il giorno seguente, dopo una ricerca sui social). Dopo un po’ rivedo Giuseppe, sempre preso in questioni logistiche, e Ninni Laterza, fondatore del Locus e adesso co-direttore artistico del VIVA (oltre che socio, anche lui, del Docks).

Ninni è un moro alto e rasato, dall’aria severa o anche solo giustamente preoccupata per la prima del VIVA. Vorrei fargli qualche domanda ma penso, sbagliando, che ci sarà tempo per parlare con lui; allora mi concentro sulle gerarchie del backstage: sulla sinistra, sedute su delle balle di paglia, ci sono le ragazze delle shopper Wrangler; al centro, nella parte al coperto, gli organizzatori e i giornalisti; sulla destra, vicino a un altro trullo, altra security – meno simpatica (o solo più affamata) di Maurizio Battista – e poi e mogli o fidanzate di altri guest come me. Carlo Pastore, quando non è sul palco a scattare foto per l’account Instagram del VIVA o imbambolato a guardare lo skyline del lungomare, si diverte a girare tra i diversi angoli dell’area incasinando un po’ le gerarchie. Io invece me ne torno di là per Todd Terje.

La mia elettronica, penso mentre il set di Terje si fa sempre più acido e incalzante, è analogica. Se non lo è nella produzione, lo è negli effetti, nel richiamarsi e incastonarsi in una forma canzone più o meno tradizionale. Forse esagero; la verità è che adoro Luigi Russolo e potrei anche ascoltare un loop elettronico di un’ora prodotto interamente da macchine senza il minimo apporto di musicisti umani: il fatto, però, è che qui si sta semplicemente ballando. Il pubblico davvero trasversale di clubber di stasera, divertito dai palloni che ballonzolano da una parte all’altra dell’arena e strippato dalle luci, è immerso in una musica felicemente ossessiva, a suo modo tribale, un flusso di canzoni che sgorgano senza soluzione di continuità dal beat o dal sample o dalla coda del brano precedente dando corpo al sogno di una notte d’estate infinita – lo stesso dei miei amici già maggiorenni negli anni ’90, che la club iniziarono a viverla sulla loro pelle di neopatentati. Sono ospite stranito e intontito di un sogno altrui, insomma, e tutto sommato mi sento lusingato di starci, mentre lassù, dietro le ringhiere del lungomare, nere e sottili sul bianco delle cummerse, ci osservano le sagome dei curiosi o diffidenti che non hanno ancora avuto ancora il coraggio di scendere a valle.

#shadows in Locorotondo

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Habibi, “colui che è amato”
Forse hanno cambiato location, penso il secondo giorno non appena rimetto piede nell’Arena Valle d’Itria, o forse davvero abbiamo sognato, la notte prima. Di fatto, l’arena è già piena da diverse ore e il pubblico di clubber è stato sostituito da un fiume in piena di adolescenti e bambini accompagnati da genitori. Quando Ghali fa il suo ingresso sul palco iniziano le urla e il fiume si accende sotto le torce degli smartphone, tra l’incredulità divertita di molti genitori e persino di qualche organizzatore: è subito chiaro a tutti che ci troviamo nel bel mezzo di uno show per famiglie.

Il fatto è che Ghali canta poco. Il dj che lo accompagna, uno degli amici con cui lo vedrò gironzolare felice nel backstage, stoppa spesso le basi – basi che includono anche la voce dello stesso Ghali – e a quel punto si assiste a una specie di karaoke che coinvolge diecimila persone. Tra una canzone e l’altra, Ghali prende la parola per dei lunghi comizi che spaziano dai cartoni animati che guardava da bambino alla sua avventura discografica da indipendente, questione su cui insiste spesso per ribadire come dietro di lui e la sua crew non ci sia nient’altro che l’entusiasmo di un gruppo di giovani amici (oltre che la sapienza musicale di Charlie Charles, aggiungerei io). Seguono una serie di inni all’amore, all’amicizia, al valore della famiglia, finché il giovane rapper italo-tunisino non rischia di incasinare tutto.

Succede dopo Ora d’aria, che si conclude su questi versi: “Nella mia gang: pelli chiare pelli scure / Sapevi che l’AIDS si cura e il cancro pure / Solo che noi siamo troppo poveri per quelle cure”. Annunciandola, Ghali ha dedicato la canzone a un giovane fan malato di cancro scomparso di recente; a brano finito insiste sul tema, passando però dalla questione dell’accesso alle cure, posta in modo comunque ambiguo, al più ingenuo complottismo da BigPharmaPhobia – o almeno è quello che deve aver percepito qualche genitore che prende a fischiare e a urlare: “Che cazzo stai dicendo, scemo!”.

Immagino che un rapper old school o un vero duro, a quel punto, avrebbe raccolto la sfida col rischio di sprofondare lo spettacolo nella rissa, quantomeno verbale. Invece è in quel momento che per la prima volta mi sembra di riconoscere in Ghali il ragazzino che mai e poi mai vorrebbe veder venire giù il luna park messo in piedi per lui. E così lo ascoltiamo spiegare che è ancora scosso per la morte del fan, in un certo senso scusandosi per quel che ha detto con un sentimentalismo che non va giù a più di qualcuno tra gli adulti; sentimentalismo che tuttavia non gli impedisce il buongusto di evitare di mettere in mezzo anche il cancro cui è sopravvissuta sua madre (io stesso scopro questa parte della storia qualche giorno dopo, su Internet).

Per me, comunque, la cosa finisce lì – non è che i miei Lou Reed o Iggy Pop avessero testi particolarmente edificanti, dalla loro – mentre qualcuno tra il pubblico continua a discutere. Di fatto la festa va avanti nel tripudio delle luci degli smartphone, usati su suggerimento di Ghali per fare luce nella notte di Locorotondo o per raccontare il concerto in diretta. Un po’ scandalizzato borbotto che la gamification e la realtà aumentata si stanno mangiando anche la fruizione della musica dal vivo, ma la verità è che con tutta quella gente il mio telefono non riesce a connettersi, impedendomi di partecipare allo spettacolo parallelo che si sta svolgendo in rete a mezzo Instagram Stories (cosa che sono riuscito a fare invece la sera precedente e che farò anche quella successiva).

Il concerto (o quello che è, d’accordo) registra però almeno tre momenti musicalmente importanti. Il primo è Lacrime, molto attesa dai ragazzini, sul cui finale di pioggia campionata Ghali apre un ombrello sul palco, lanciando – come vedremo – la sua maledizione sul VIVA; il secondo è Wily Wily, il cui ritornello in arabo, con l’autotune che avvicina Ghali a un moderno muezzin di periferia, viene cantato in coro da un esercito di bambini italiani (il che fa una certa impressione, se pensiamo che tutto questo accade due giorni dopo gli attentati di Barcellona e Cambrils; e se vi state chiedendo se i bambini italiani capiscono l’arabo, allora è il caso di fare un giro tra i commenti alle canzoni di Ghali su Youtube); terzo e ultimo momento importante è Happy Days, ovviamente, trap-manifesto che Ghali dedica a tutte le mamme presenti, le quali cantano insieme ai giovanissimi figli versi come “Ciao bella / Io ti conosco tu fumi cannella” oppure “Io non vado a dormire prima delle tre / Poi sveglio e mi chiedo il sole dov’è”. Non so cosa ci capiscano i bambini di tutto questo, ma non ha importanza: mi volto verso il muretto a secco del backstage, dove ci sono le figlie degli organizzatori che cantano a squarciagola, e trovo che sia tutto solo molto buffo, inaspettato, a suo modo dolce.

Lo show finisce con la raccomandazione di Ghali di non mettersi alla guida ubriachi (“Se mi volete bene dobbiamo rivederci, non fate cazzate”, e ci sarebbe da chiedersi se sta parlando ancora ai bambini o ai loro genitori) e con un altro fiero spiegone sull’essere indipendenti. Me ne torno nel backstage, presidiato dai giovanissimi fan in attesa di un selfie con il loro idolo, e con loro lo aspetto per dar vita, in verità molte ore dopo, alla scenetta con cui è iniziato questo reportage.

Quando mi annoio
E così l’arena si svuota completamente per un altro cambio di pubblico. Escono le famiglie, entrano i fan di Madlib, ma le cose non vanno per il verso giusto: a quanto pare, i carabinieri non hanno seguito le direttive dell’organizzazione, che prevedevano di far defluire il pubblico di Ghali dalle uscite di sicurezza per lasciare libero l’ingresso principale. Così si crea un imbuto, con più di qualche hipster con camicia pittoresca e baffetto d’ordinanza che si lamenta di essere in attesa da oltre mezz’ora. “Cos’è mezz’ora nella vita di un uomo?”, risponde un vecchio maresciallo di Locorotondo.

Nel backstage la felice incredulità per i diecimila approdati stasera all’Arena Villa d’Itria si trasforma in tensione quando diventa chiaro che quegli stessi diecimila sono al momento prigionieri dell’arena; tensione palpabile persino sul volto del duro Ninni Laterza – motivo per cui neppure stasera mi sentirò di andare a interrogarlo. Poi però Madlib, fino ad allora ignorato da tutti i guest a beneficio di Ghali e della sua crew che scorrazza felice per tutto il backstage, viene preso sottobraccio da Carlo Pastore e portato verso gli uomini della security. È il segnale, la situazione all’ingresso dev’essersi sbloccata e lo spettacolo di quello che fino a un paio d’ore prima era il vero headliner della serata può finalmente iniziare.
Mi fiondo di là, tra il pubblico nuovo: l’incipit di un concerto, come quello di un libro, è fondamentale per accordarsi alla materia in cui si sta per entrare.

L’esibizione di Madlib dura due ore piene, è cazzuta e spirituale e coinvolge un pubblico dai venti ai cinquant’anni (dagli amanti dell’hip hop e del jazz fino ai clubber e agli hipster più estremi). Vicino alle transenne del backstage c’è quella che con tutta probabilità è l’unica famiglia rimasta dallo show di Ghali: papà e mamma sulla trentina con un bambino piccolissimo che dorme alla grande su un telo da mare; i genitori ballano piano, sensuali attorno al bimbo con altri ragazzi – amici o sconosciuti non ha importanza – in quello che sembra a tutti gli effetti una specie di rito di iniziazione e protezione insieme.

Verso la fine del set torno nel backstage. La presenza gioviale di Ghali e compagni, insieme alla splendida musica di Madlib, rende l’atmosfera più leggera; a questo punto, mentre tra i guest si parla soprattutto inglese e spagnolo, è chiaro che la tensione è alle spalle e che il VIVA è un successo – lo pensiamo tutti, dimenticando per il momento l’ombrello di Ghali – e così pian piano si scivola in quella che in genere chiamo situazione-BoJack Horseman: ovvero quel misto di glam, cinismo da jet-set, ammiccamenti tra pari e, in ultima istanza, efferata umanissima tenerezza che permea certi backstage alla fine di un grande evento per il quale un sacco di gente ha accumulato ansia e stress per mesi.

Me la godo anch’io, insomma, ma comincio anche a farmi qualche domanda. Del tipo: chi è davvero questo Ghali? Forse uno dei tanti artisti-meme destinati prima o poi a scomparire nel nulla come anche questi show a metà tra videogioco e karaoke? Un influencer pagato dall’Adidas o, perché no, dai sauditi per diffondere l’Islam tra i nostri ragazzi come si faceva in Belgio con i centri di preghiera? Un furbo imprenditore di se stesso che si muove nell’underground utilizzando però le stesse strategie di marketing del mainstream? Potrebbe essere tutto questo insieme, mi dico mentre lascio il backstage e saluto il mio Maurizio Battista, adesso alle prese con una crêpe Nutella mangiata di fretta al buio, ma la cosa non mi convince del tutto.

E se invece Ghali fosse semplicemente quello che è o che dice di essere, ovvero un giovane rapper indipendente che ha trovato una lingua in grado di parlare tanto ai ragazzini quanto ai loro genitori – dunque persino a me? E se fosse uno dei tanti effetti del mondo in cui viviamo – non necessariamente la causa che lo peggiora (“L’industria è un tritacarne / Io sono halal”) – cioè un sistema in cui l’arte è istantanea, la competizione è altissima e giocata su un’abilità performativa continua e sfiancante e soprattutto sembra che nessuno – né gli artisti né i fan – abbia più un cuore? In fondo, non è lo stesso mondo in cui vivo anch’io, io che cerco di chiudere questo reportage nel più breve tempo possibile sperando di riuscire a intercettare l’onda lunga dell’entusiasmo per il VIVA e ottenere così un po’ di visibilità per il mio blog? E non è forse questa, anche questa, la contemporaneità che interessava all’organizzazione del VIVA, cioè una strana fibrillazione di contrari che non puoi non percepire, e che al tempo stesso non sei sicuro di saper affrontare?
E non è forse, la contemporaneità, questa stessa serie di domande senza risposta? O forse anche in questo caso le cose stanno a rovescio, e allora la contemporaneità potrebbe essere un solo quesito che di risposte, però, ne ha almeno due, entrambe valide: proprio come quelle sul lungomare senza mare di Locorotondo.

A questi interrogativi alla fine si aggiunge anche quello, ben più strano, di un tipo sui venticinque anni che incrocio mentre lascio l’arena. Il tipo mi ferma per chiedermi perché mai non cresca nemmeno un po’ d’erba, lì sulla terra battuta delle Tenute Cardone. Sulle prime penso a un tossico, anche perché tra una parola e l’altra il tipo biascica e barcolla visibilmente. Poi si guarda intorno, ripete la domanda, e allora realizzo che non scherza: sta davvero parlando di erba da pascolo. Tanto per cambiare, anche in questo caso non ho alcuna risposta, ma il ragazzo sembra simpatico e così ci presentiamo: si chiama Lorenzo, e più che ubriaco o fumato è stanco, dal momento che è arrivato in serata da Perugia per ascoltare Madlib dopo un viaggio di tre giorni in Vespa Special – truccata, dal momento che Lorenzo è un meccanico, a quanto pare.
Il problema, spiega, è che prima di Madlib ha dovuto sorbirsi Ghali. Per il momento ci pensa lui, quindi, a ristabilire delle gerarchie, quantomeno a livello artistico, nella lineup della serata.
“A fine concerto mi sono avvicinato e gliel’ho detto, a Ghali”, sbuffa Lorenzo, mettendo del tutto da parte la polemica sull’erba. “Che gli costava annunciarlo, sul palco, che dopo di lui c’era Madlib e che dovevano restare, invece di fare quella pagliacciata con l’ombrello… Se non era per Madlib mica stavi qua a suonare, cazzo.”
Prima di salutarci, gli chiedo cosa diavolo fai tutto il tempo mentre viaggi in Vespa per le strade del sud Italia. “Non hai neppure lo stereo”, faccio notare.
Lorenzo mi guarda, fa spallucce e allarga le braccia: “Canto a squarciagola. Poi, quando mi annoio, inizio a urlare”.

Un lungomare col mare
Sono passate da poco le otto di sera quando, sotto la zona al coperto del backstage, abbiamo la sensazione che un fulmine si sia appena abbattuto su uno dei trullocamerini alle nostre spalle. Sono l’unico guest tra i ragazzi dello staff e degli stand, una trentina di persone in tutto, che si sono riparati qui dalla pioggia. Aspettiamo solo due cose: sapere se il concerto si farà o meno, e che la focaccia venga infornata – io, in particolare, ho scoperto solo stasera che il mio braccialetto ha il potere di farmi mangiare e bere gratis.

Ha cominciato a piovere verso le sette. A quell’ora ero ancora in auto: a qualche chilometro da Locorotondo potevo vedere il temporale appollaiato sul paese come un grigio e gigantesco kaiju uscito da un film di Godzilla, ma sia il meteo che la pagina Facebook del VIVA assicuravano che si trattava di una pioggia passeggera. Solo un paio d’ore prima avevo finalmente contattato Ninni Laterza, dicendogli che avrei voluto fargli qualche domanda. Lui aveva risposto così: “Vieni stasera”, senza immaginare, neppure lontanamente, che sul festival stava per tornare a proiettarsi l’ombra lunga, lunghissima, di Ghali e del suo ombrello.

Ninni, comunque, è l’unico tra gli organizzatori, insieme a Giuseppe, a farsi vedere di tanto in tanto nell’area guest sotto la pioggia. Arriva col suo ombrello, fa qualche foto ai ragazzi dello staff, prova a sorridere ma è chiaro che è contrariato – trubbo, come si dice dalle mie parti, nella Puglia più meridionale, parola che si usa tanto per indicare una persona dall’animo turbato quanto il tempo quando è guasto (così come, sempre da me, l’incasinarsi del titolo di questo reportage, se non fosse ancora chiaro, ha a che fare più col trovarsi in una situazione divertente che col mandare tutto a rotoli).

Insomma, è evidente che il concerto non si può fare. I pochi fan di Dj Shadow che hanno sfidato il temporale, probabilmente degli inglesi, sono andati via da tempo; di là, nel pantano dell’arena, è tutto al buio, a parte la gabbia di led con l’Audi che continua a lampeggiare come un’inutile e beffarda serie di fuochi fatui. I ragazzi dello staff e degli stand sono delusi; pian piano subentra anche la stanchezza. Qualcuno gioca a carte sul bancone della Lavazza insieme a quelli della security, qualcun altro segue il primo posticipo di Serie A della stagione, qualcun altro ancora minaccia di andarsene – mentre la focaccia, nonostante stia lì già condita sul banco, continua a non essere infornata, come se anche le sue sorti fossero legate a quelle del VIVA.
Poi, senza alcun preavviso, arriva l’annuncio su Facebook: il festival si fa regolarmente.

Che si tratti di pura incoscienza, intuito o semplice ottimismo della volontà da parte degli organizzatori, i ragazzi dello staff e degli stand riprendono increduli il loro lavoro sotto la pioggia. Dal palco arriva il clangclangclang dei tecnici che, indossati i loro poncho impermeabili, rimettono in piedi tutto l’ambaradan, mentre da questa parte finalmente anche la focaccia viene infornata. Mi ci fiondo subito: male che vada, penso, se anche il live dovesse andare deserto, almeno avrò sfruttato appieno i poteri del mio braccialetto magico.

Ninni viene a trovarci per l’ultima volta, fa un altro giro sotto l’area al coperto e poi viene a prendersi anche lui un pezzo di focaccia. Allora mi presento, gli dico che l’ho contattato nel pomeriggio e lui accenna un altro mezzo sorriso. “Forza”, mi limito a dirgli, e lui: “Be’, siamo un po’ amareggiati”. Finita la focaccia – un pezzettino appena – torna verso il muretto a secco, ci punta un piede sopra e si mette a scrutare il pantano nell’arena. In realtà guarda in alto, verso il lungomare, bianchissimo, di tanto in tanto ancora illuminato a giorno da qualche lampo, e a quel punto penso a tutti i direttori artistici, organizzatori di eventi e impresari che ho conosciuto negli anni; per quanto possano apparire disincantati, a volte addirittura cinici – non ho idea se sia anche il caso di Ninni, non avendoci scambiato altro che quel saluto al volo – in fondo al cuore hanno sempre questo desiderio di incantare le persone coi loro parco giochi, con le loro serate che in un modo o nell’altro possono regalare un po’ di gioia a chi sta dall’altra parte; una gioia per interposta persona che per un istante può rendere felice persino il più perfido dei direttori artistici, tanto più quando in gioco c’è la possibilità di incantare i propri concittadini.

Perciò adesso posso dirlo: per lungomare, di solito, a Locorotondo si intende la nebbia che di primo mattino inzucchera la valle, celandola, come fosse una distesa d’acqua salata, agli occhi di chi la osserva da lassù. Ma in questo momento – ecco la duplice risposta alla stessa domanda, a quella fibrillazione che non sappiamo respingere né accogliere del tutto – a me sembra che Ninni, sul muretto a secco, sia il capitano del Pequod che ha appena deciso di salpare nonostante la tempesta per andare a inseguire la sua balena: ovvero quel lungo capodoglio di chiancarelle bianche che se ne sta indifferente più in alto.
Il mare di Locorotondo, insomma, sono tutte le persone che hanno ballato in mezzo tra Achab e Moby Dick in questi giorni e che balleranno ancora stanotte – ed è la sua Locorotondo che Ninni scruta, la possibilità di trafiggerla con l’ultima serata del VIVA.

Alla fine avrà ragione lui. A mezzanotte, quando i tecnici finiscono di rimettere in sesto il palco e gli stand sono di nuovo attivi, la pioggia avrà smesso di cadere e anche i lampi saranno cessati del tutto. All’ingresso, qualche infaticabile ragazzo dello staff spazza l’acquitrino formatosi nelle tre ore di pioggia con una scopa, poi ci mette sopra delle balle di paglia per formare una specie di passerella. Pian piano il pubblico – evidentemente salito a ripararsi in paese – scende dal lungomare per venire a sistemarsi sotto il palco, fino a riempirlo. Si ricomincia.

Blue elettrico
Qualche giorno dopo la conclusione del VIVA sono a Lecce, un centinaio di chilometri a sud di Locorotondo, nel parchetto di un quartiere abitato per lo più da vecchi leccesi, studenti, immigrati e gatti randagi.
Aspetto l’orario concordato seduto su una panchina di cemento, poi chiamo Giuseppe e glielo dico non appena risponde: se possibile, l’ultima serata del VIVA è stata persino superiore alle altre. La piccola sciamana Kelly Lee Owens ha riscaldato il pubblico, ancora umido di pioggia e tempesta, praticamente da sola con pad, laptop e sintetizzatori; il videomapping degli studenti dello IED di Barcellona (ancora lei), proiettato direttamente sul lungomare, ha incantato sia chi lo ha seguito dal basso dell’Arena Valle d’Itria che i diffidenti e i curiosi rimasti appollaiati lassù sulla solita ringhiera; e infine il set di Dj Shadow, che festeggiava i ventun anni di Endtroducing, è stato intenso e poetico, coi visual – proiettati sia sul palco che sulle cummerse – che erano parte fondamentale dello spettacolo, tanto che alla fine ho faticato parecchio a tornare alla normalità del backstage.

Ma certamente non sono stato al VIVA per recensire dei concerti, e in fondo se l’ultima infinita notte del festival è stata memorabile non è solo per la proposta musicale. La piccola tempesta che l’ha attraversata, ecco l’elemento imprevisto che ha fatto la differenza: nella scelta di andare in scena comunque, contro ogni evidenza razionale, c’era qualcosa di epico.
“Hai ragione” dice Giuseppe. “La pioggia alla fine ha reso tutto più memorabile. Ma dobbiamo ancora migliorare”. Che Giuseppe sia sinceramente modesto, oltre che mai soddisfatto del tutto, l’ho capito dopo averci parlato la prima volta a febbraio, quando mi sono trovato in una Locorotondo fredda e tutt’altro che turistica per la presentazione de Le otto montagne di Paolo Cognetti. Eravamo al Docks a cena con l’autore, insieme ad Antonio Lillo che lo aveva presentato. Con Giuseppe, mentre mangiavo l’immenso uovo alla Bismarck gentilmente offerto dalla casa, si parlava di concerti e di com’è cambiata la fruizione da parte del pubblico negli ultimi dieci anni – senza però alcun riferimento a Locorotondo e ai suoi festival. Così come Paolo Cognetti non aveva idea che qualche mese dopo avrebbe vinto il Premio Strega con Le otto montagne, all’epoca io ero del tutto all’oscuro del fatto che Giuseppe era stato nel Locus e che con tutta probabilità il VIVA era già nato da qualche settimana; né lui ha provato in alcun modo a lasciarlo intendere, magari vantandosi delle medaglie sul suo petto come, presumo, avrebbero fatto molti altri al suo posto.

Un atteggiamento simile ha avuto ancora qualche mese dopo, a luglio, quando l’ho beccato davanti al Docks in uno dei weekend passati a Locorotondo per il Locus. A quel punto sapevo anche del VIVA, e così a Giuseppe stavolta è toccata la domanda secca: “Ma perché proprio qui, a Locorotondo, due festival, e di questa qualità? Cos’avete voi locorotondesi nel sangue, o nelle orecchie?”. Lui però ha sviato mettendomi a parte delle questioni di alta logistica che lo attanagliavano in quei giorni – come proiettare il videomapping dello IED e i visual di Shadow sul lungomare?, e se poi dovesse piovere proprio in quei giorni, visto che sono tre mesi che non si vede una goccia d’acqua in tutta la Puglia?

Allora ripropongo il mio quesito adesso, nel corso della nostra conversazione telefonica. “Non lo so”, dice Giuseppe. “In fondo siamo un gruppo di amici. Organizziamo concerti da un sacco di tempo. Abbiamo cominciato coi 99 Posse, quasi trent’anni fa, e adesso…”. Al che si interrompe, scusandosi, e allontana il telefono per parlare con qualcuno che è lì con lui. Attendo in linea, concludendo che oltre alla modestia, nel caso di Giuseppe, dev’esserci anche il fatto che quando per tanto tempo sei dentro alle cose, tutto preso da questioni tecniche e organizzative, probabilmente non riesci neppure a realizzare la grandezza di quello che stai facendo, che sia un festival o un locale che accende i riflettori sul centro storico di un piccolo borgo pugliese.

Dal telefono intanto arriva una voce femminile: da quel che mi pare di capire, si parla di Ghali e di un selfie fatto o non fatto con lui o con qualcuno della sua crew. Cerco di origliare ma non riesco a cavarci molto di più, mentre davanti a me ci sono i soliti ragazzini del quartiere che giocano insieme: due fratellini africani, due leccesi e una bambina pakistana che chiede agli altri se può unirsi anche la sorellina più piccola. Più in là su un’altra panchina un’anziana signora, lo stesso pesante accento salentino di Jolly Mare, sta raccontando qualcosa a una donna più giovane con un hijab nero che ascolta paziente senza perdere di vista il gatto cui ha appena dato da mangiare. Diamine, penso mentre aspetto Giuseppe, qui rischiamo di perdere il flow della telefonata, e intanto mi chiedo pure se riuscirò a trovare il mio in fase di stesura di questo reportage, come un rapper coi suoi versi: flow, flusso di parole e canzoni, di persone in movimento – migranti, turisti, frequentatori di festival e concerti pugliesi. Che casino. Poi riecco Giuseppe.

Approfitto del motivo dell’interruzione per chiedergli se secondo lui quello di Ghali, tutto smartphone e intrattenimento, è il pubblico del futuro. “Non lo so, posso solo dirti che mia figlia impazzisce per lui e che c’erano famiglie venute in arena dalle otto del mattino per prendere posto. Di sicuro a noi la storia dell’ombrello ha portato un po’ sfiga”, scherza, ma torna subito serio: “In futuro di sicuro vorremmo un po’ più di collaborazione da parte delle istituzioni. All’inizio avevano tutti paura per la sovrapposizione con la festa patronale di San Rocco, mentre qualcun altro pensava a un doppione del Locus… Sai, a Locorotondo c’è il doppio di ogni cosa: due squadre di calcio, due bande” – immagino si riferisca alle bande musicali, ma per me è inevitabile pensare ai Senussi e ai Beduini di inizio Novecento – “e adesso due festival. Noi invece vogliamo fare una cosa diversa: portare qui la contemporaneità, in dialogo però con la tradizione. Attraverso diversi linguaggi. Non solo con la musica, insomma. Pensaci: il videomapping dello IED, con tanto di countdown proiettato sulle cummerse, non è un po’ come quando aspetti i fuochi d’artificio per San Rocco? E anche tutta la discussione che è seguita – è piaciuto, non è piaciuto, si poteva fare meglio, peggio – non è la stessa che segue dopo i fuochi, un po’ paesana ma estesa a un pubblico più ampio, potenzialmente globale?”.

Con Giuseppe ci salutiamo con la promessa di rivederci presto al Docks. Riattacco, do un’occhiata intorno. Il parchetto è spazzato da un’insperata tramontana. Le giornate si stanno accorciando e allora ecco di nuovo il sole abbassarsi in quello strano tramonto rossodorato, però più blu, quasi autunnale, che ho visto sul lungomare di Locorotondo il 18 agosto. I bambini giocano tranquilli, il fresco porta altri gatti a uscire da sotto le auto parcheggiate attorno al parco.

A Giuseppe non ho detto una cosa, e cioè che non l’ho chiamato solo per raccogliere altre informazioni utili per questo reportage: per quello ci sono i numerosi articoli usciti in questi giorni (c’è un po’ di tutto: da TV Sorrisi&Canzoni fino a Vice). Tra l’altro, attraverso un paio di quei controlli incrociati tipici di quest’epoca di spionaggio orizzontale, ho scoperto che la ragazza che malsopportava le espadrillas era uno dei tanti reporter mandati qui in missione da qualche testata nazionale. Il suo articolo conservava un che di ingenuo – quantomeno per un pugliese di ferro come me – nonostante tutta la meraviglia per trulli e masserie fosse continuata puntellata col solito tono ironico da millennial-che-la-sa-lunga. Ma proprio per questo, se vogliamo, mi era parso ancora più interessante: un po’ come per chi è tutto preso dentro alle cose, dal loro farsi concreto e puntuale, anche a questa Puglia di grandi eventi, splendide cartoline dall’Adriatico e identità multiple che continuano a rinnovarsi da vent’anni a questa parte fa bene sapere com’è essere visti da fuori, ogni tanto.

Quello che non ho detto a Giuseppe, comunque, è che se l’ho chiamato è stato anche per nostalgia, per rivivere e trattenere ancora un po’ nella memoria l’atmosfera del VIVA, soprattutto quella – sempre un po’ alla BoJack Horseman, d’accordo – respirata nel finale, quando nell’area guest si ballava su Come di Jain (artista che non sarebbe male ascoltare l’anno prossimo al VIVA, a dirla tutta). C’era una luce blue elettrico che rischiarava i volti stanchi e felici, e gli organizzatori e i critici, i loro amici e i dj ballavano piano ma decisi ad andare avanti per tutta la notte con le scarpe – e le espadrillas – completamente inzaccherate di fango. I telefoni avevano ripreso a funzionare come prima dell’arrivo di Ghali e del temporale, ma a quel punto non servivano più. Ah, con tutta probabilità Ashley Kahn era andato a letto da un pezzo, mentre Jain cantava “Black burn, I feel so alone…” e Carlo Pastore continuava a baloccarsi guardando il lungomare tornato bianco lassù in alto.
Mancavano solo i titoli di coda: sarebbe stato un film bellissimo.

* * *

(Questo reportage non sarebbe stato possibile senza il prezioso aiuto e la gentilezza di Giuseppe Conte e Antonio Lillo, e senza la compagnia di Daniele, Dario, Elena, Gabriele, Michele, Noemi, Roberto… e ovviamente Lorenzo da Perugia. Grazie a tutti!)

 

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