Storie

Incasinarsi al VIVA Festival

Un lungomare senza il mare
Altissimo, gambette infinite e busto striminzito: da vicino Ghali ricorda un po’ Pippo. Lo incontro il 19 agosto al VIVA Festival di Locorotondo, nell’area del backstage destinata agli artisti coi camerini ricavati tra i trulli delle Tenute Cardone. In teoria il mio braccialetto bianco da guest non mi permetterebbe neppure di stare qui, ma dopo i live di Ghali e di Madlib gli schemi sono decisamente saltati.

Per prima cosa gli faccio i complimenti per lo show. Ghali sorride, stringe forte la mia mano. Indossa una t-shirt scura su dei pantaloni rosa di tuta acetata, ovviamente Adidas. Senza smettere di sorridere (e senza lasciare la mia mano) risponde alle mie domande, piuttosto innocue, sul concerto e sul pubblico di bambini e adolescenti che in migliaia sono venuti a Locorotondo solo per lui. A me Ghali sembra un ragazzino a sua volta – persino troppo educato, se vogliamo – e tra l’altro è chiaro che non vede l’ora di tornare di là a mettere dischi nell’area guest coi suoi amici. Allora, consapevole pure della sua allergia alle interviste – e temendo che possa sospettare che stia scroccandogliene una – faccio un’ultima domanda, vagamente turistica, sulla Puglia.

La Puglia di Madonna a Borgo Egnazia, della Taranta, di Solange e Iggy Pop al Medimex, degli altri grandi festival degli ultimi quindici anni e adesso del VIVA, che sempre qui, a Locorotondo, va ad affiancarsi al Locus (quest’anno con ospiti come Benjamin Clementine, Bonobo e Jonny Greenwood tra gli altri) – eri già stato qui, Ghali?, che te ne pare?

La risposta non l’ascolto neppure, distratto da una scenetta che prende vita qualche metro più in là. Vicino all’ingresso di uno dei trullocamerini un fan napoletano piuttosto eccitato sta molestando Madlib, in via del tutto teorica l’headliner della serata. “Tu si’ ‘o king, Madlib, tu si’ ‘o king!” ripete eccitato il fan, mentre il monumento vivente della black music americana, occhiali scuri e bicchiere di bianco in mano, si limita ad annuire pressoché inerme. Più tardi ci penserà Carlo Pastore a trarlo in salvo. A me intanto non resta che salutare Ghali. Ma prima, nemmeno m’avesse domandato una sigaretta, gli chiedo conferma della sua età. “Ventiquattro”, risponde, sorridendomi per l’ultima volta. “In bocca al lupo”, dico io, e lui finalmente lascia andare la mia mano. Ha la pelle liscia, secca, di quelle pulite, che non sudano mai.

Sopra le nostre teste, nella notte della campagna della Valle d’Itria, si staglia immobile il lungomare di Locorotondo con le facciate immacolate delle cummerse. E così, mentre vado verso il parcheggio, mi chiedo se Ghali e la sua crew hanno trovato la risposta a quella domanda che tutti gli stranieri, prima o dopo, si pongono quando mettono piede a Locorotondo: ok, meraviglioso il lungomare, ma il mare dov’è? Continua a leggere

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Contrada Tripoli Arrivederci su Tatooine - Un reportage sulla tendopoli di Manduria
Fare Malesangue, Storie

Contrada Tripoli 2011-17. Arrivederci su Tatooine

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa io e il fotografo Gabriele Fanelli siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo, per vedere cosa resta di quell’esperienza.

Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico pubblicato oggi su minima&moralia. Buona lettura.

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Le storie degli altri

La parte del colibrì

a_calais

“No, lei no! Oggi pomeriggio Laurent Cantet, la settimana scorsa Michael Haneke, è passato di qui anche Charlie Winston, ma lei proprio no, Carrère, no! Ne abbiamo le scatole piene, mi scusi l’espressione, dei vip che vengono a riempirsi le tasche a spese nostre e che a noi, chiusi tra queste mura, ci prendono per dei topi da laboratorio! Che è venuto a fare qui? Si è ritagliato una decina di giorni tra Il Regno e la sua prossima fatica letteraria per dormire al Meurice, scrivere qualche pagina su un giornale e dire la sua sulla nostra città? Avrà notato che ho detto ‘la nostra città’ come se ormai mi sentissi una di qui. Lo sa, Carrère, che in tre anni passati in questo abisso sono stata contattata almeno una volta alla settimana da persone che arrivavano da fuori e che come lei volevano scrivere, filmare, raccontare al microfono quello che hanno visto, credendo forse di fare meglio degli altri, volendo sicuramente appagare l’imperioso bisogno di svolgere il proprio compitino? Calais è diventata uno zoo e io sono una di quelli che staccano i biglietti. L’iter lo conosco bene e allora mi chiedo: lei, Carrère, da chi si lascerà irretire? Andrà a respirare l’aria del Channel (dove l’ho già vista)? Della Betterave (l’ho vista anche lì)? Del Minck (dove, ci scommetterei, l’hanno portata a stringere la mano a tutti)? Non lo so, non ho un’idea precisa, ma di una cosa sono sicura: la sua impresa sarà comunque un fiasco.”

*

Nella foresta scoppia un incendio, tutti gli animali fuggono, solo un colibrì vola fino al fiume, si riempie d’acqua il minuscolo becco e riparte velocemente per versarne il contenuto sulle fiamme. E continua così, andando avanti e indietro per tutto il giorno, fino a quando un ippopotamo gli fa notare che quelle poche gocce su un incendio così grande sono ridicole; lui risponde: forse, ma faccio la mia parte. La parte del colibrì, per i miei amici di Calais, consisteva, quando i migranti occupavano ancora gli edifici abbandonati nel centro della città, nel portargli cibo, coperte, vestiti, nel discutere con loro, e ora che li hanno evacuati e trasferiti nella Giungla, nel fare più o meno la stessa cosa, ma un po’ meno spesso. Si sentono in colpa, si chiedono angosciati quanto coraggio avrebbero dimostrato sotto l’Occupazione, gli piacerebbe impegnarsi di più — proprio come piacerebbe a me, che nel quartiere in cui vivo, a Parigi, avrei a disposizione tutti gli afgani e i curdi del mondo, se solo volessi essere un colibrì più energico.


Emmanuel Carrère | A Calais

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Le storie degli altri

Divertirsi in Asia centrale

lewis

Nelle feste dell’Uzbekistan non ci sono preliminari. Cominciano di colpo, come per un contatto elettrico, e i partecipanti si alzano dal letto, si infilano i panni che trovano sotto mano e si mettono in moto all’istante […] La festa di Abu Hassan doveva cominciare, come sogliono i festeggiamenti nell’Asia centrale sovietica, più o meno all’alba. A Samarcanda era uso, in simili occasioni, far scoppiare vecchie bombe, proiettili e altri congegni esplosivi raccolti in antichi campi di battaglia, e spesso le prime vittime di tali baldorie spiravano con la prima luce. In Asia centrale non occorrono istruzioni sull’arte di divertirsi: ce l’hanno nel sangue. I festeggiamenti mirano soprattutto a far rumore, e a questo scopo sono pronti a tutto. In una città a centocinquanta chilometri da Taškent avevano fatto scontrare di proposito due locomotive, evitando peraltro abilmente perdite umane.


Norman Lewis | In Russia

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Fare Malesangue, Interviste, Storie

Finché regge il corpo, finché regge la carta. In costume da bagno all’Italia Wave

Non sono credente; ma credo ci sia un punto in cui ognuno deve saper restituire ciò che ha avuto di inatteso. Dà fastidio la bellezza quand’è sprecata; detesto sprecarla in prima persona. Questo proprio non mi so perdonare. Dalla vita non mi aspettavo molto ma per psicologia inversa: per dieci anni, ho pensato, è stata lei ad aspettarsi troppo da me. Così ho pensato che mi sarebbero bastato: un’auto con cui girare in un lungo e in largo una terra troppo stretta e lunga; e andarmene in giro in costume da bagno. I libri che ho fatto e i posti in cui mi hanno portato li ho considerati guadagno inatteso, perciò puro: e così tutte le persone che ho incontrato. Per dire che scrivo queste righe nei giorni seguenti all’Italia Wave Love Festival di Lecce; i giorni delle polemiche tutte politiche, che non capisco oppure capisco fin troppo bene e dico: basta; i giorni in cui non si placa pure l’eventite, malattia tutta pugliese, di cui non voglio più parlare. Voglio dire che mi ha portato all’Italia Wave uno dei miei libri, Sono un ragazzo fortunato, e fortunato mi ritengo davvero, perché davvero non mi aspettavo più di quel che ho detto sopra. E perché sì, all’Italia Wave ci sono finito percorrendo questa terra da un mare all’altro (non ci vuole poi molto, solo un buon motivo) e sì, l’ho fatto in costume da bagno.

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