Le storie degli altri

La stalla più fotografata d’America — Don DeLillo

Diversi giorni più tardi Murray mi chiese notizie di un’attrazione turistica nota come la stalla più fotografata d’America. Quindi facemmo in auto ventidue miglia nella campagna che circonda Farmington. C’erano prati e orti di mele. Bianche staccionate fiancheggiavano i campi che scorrevano ai nostri fianchi. Presto cominciarono ad apparire i cartelli stradali. LA STALLA PIÙ FOTOGRAFATA D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare al sito. Nell’improvvisato parcheggio c’erano quaranta auto e un autobus turistico. Procedemmo a piedi lungo un tratturo per vacche fino a un lieve sopralzo isolato, creato apposta per guardare e fotografare. Tutti erano muniti di macchina fotografica, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. Un uomo in un’edicola vendeva cartoline e diapositive, fotografie della strada prese da quello stesso sopralzo. Ci mettemmo in piedi accanto a una macchia di alberi a osservare i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, scribacchiando di quando in quando qualche appunto in un quadernetto.
“La stalla non la vede nessuno” disse finalmente.
Seguì un lungo silenzio.
Continua a leggere

Standard
Fare Malesangue, Storie

Sole che sorge, sole che muore. Comunità e poesia in Sherwood Anderson e Franco Arminio

Sul cartaceo di inutile Opuscolo Letterario tengo una rubrica in cui provo a fare il dj-libraio. In questo articolo, uscito sul numero 51 della rivista, ho mixato insieme Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson e Terracarne di Franco Arminio.

§

Il sud degli altri
è sempre meno duro del nostro
questo è sangue
l’altro è inchiostro
Franco Arminio

Ci sono vicende che si fanno geografia. Non raccontano solo un incrocio di avvenimenti ed emozioni, ma anche gli umori di un luogo. Per cui il racconto si fa geografia, e quest’ultima ancora storia di un posto, prima ancora che storia di uomini che abitano quel posto. Accade così, a pensarci bene, per la musica tradizionale. Non arriva solo l’eco delle storie raccontate da un luogo esotico, quanto la definizione mentale, l’atmosfera di quel luogo, che per la durata di una canzone smette di essere esotico: tu sei lì, in quel posto, a fare quel che da millenni si fa in quel posto.
Se un giorno dovessi decidermi a sistemare i libri che al momento tengo sparsi sulla scrivania e sul pavimento, se un giorno dovessi organizzarli per categorie tra gli scaffali di una libreria, credo che Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson e Terracarne di Franco Arminio finirebbero nello stesso settore. Qualcosa di molto banale, del tipo: “Scritture popolari”. Anche se parliamo di libri apparentemente molto diversi tra loro.
Continua a leggere

Standard
Fare Malesangue, Storie

Operazione Quarantaquattro – Una frottola di fine impero

Questo è il post numero 200 del Vecchio Malesangue; tra qualche giorno ci sono le elezioni negli USA.
Così, come in altre occasioni, ho pensato che questa fosse la (doppia) giusta occasione per fare un regalo ai miei lettori.

Operazione 44 – Una frottola di fine impero è il titolo del romanzo in paragrafi (in formato pdf) che ho deciso di donarvi. L’autore di quest’opera inedita si chiama Melquiades Locura e ha scritto i quarantaquattro paragrafi che compongono il testo nella notte tra il 4 e il 5 novembre 2008, mentre negli USA erano in corso le elezioni che avrebbero visto vincitore Barack Obama (divenuto dunque il Quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America). Il termine “frottola” del sottotitolo è un riferimento alle menzogne presenti nel romanzo e al genere di canzone, popolare e danzante, che fu sperimentata e si diffuse in Italia nel XV secolo.
Il consiglio che sento di dare ai lettori di Operazione 44 è quello di leggerlo alla vigilia del 6 novembre 2012, mentre sarà ancora in corso la sfida tra Obama e Mitt Romney.
Quella che segue è la scheda del romanzo:

5 novembre 2008. Il mondo sta per conoscere il nome del Quarantaquattresimo Presidente degli USA. Quello stesso giorno, in una non meglio precisata nazione, Kent Rockwell sta per sottoporsi a un intervento chirurgico molto delicato. Qualche mese prima Kent ha infatti scoperto di avere un fastidioso virus, il quale ha già causato il crollo della sua vita erotica e sentimentale. Tra le mura dell’ospedale Holy Hope, Kent Rockwell incontrerà diversi personaggi strampalati, tra cui un omino che vuole sterminare l’intera razza umana, un vecchio con un buffo segreto, un dottore nazista e un improbabile messaggero di Dio. Quest’ultimo chiederà a Kent di sacrificare la cosa più preziosa che ha perché Barack Obama possa infine trionfare su John McCain. Una banale giornata d’ospedale si trasforma così nel ritratto affezionato di un’età paranoica, in cui le disavventure sentimentali di una giovane coppia si affiancano a quelle, politiche e culturali, di un Impero al tramonto. Un’epoca intera viene raccontata attraverso l’epica dei suoi disintegrati.

Melquiades Locura ha pubblicato la raccolta di versi “Endecasillabi scelti”. Assicura di aver scritto “Operazione 44 – Una frottola di fine impero” nella notte tra il 4 e il 5 novembre del 2008.

Aggiungo solo che il romanzo è un omaggio alle opere di Richard Brautigan, Kurt Vonnegut, John Kennedy Toole e Rockwell Kent.
Le modalità per ricevere Operazione 44 sono le solite: è sufficiente spedire una mail al mio indirizzo (b_nabbaloni@libero.it) con oggetto: Operazione 44. Tutto questo potrà avvenire a partire da oggi (1 novembre 2012) fino al 6 novembre. Per i più curiosi e coraggiosi (la curiosità è sempre una prima forma di coraggio), è possibile consultare la mia postfazione e altri materiali collaterali al libro qui.
In ogni caso, e comunque vadano le cose al vecchio Barack: buona lettura.

Standard
Storie

Paolo Cognetti

Quello che segue è un omaggio in forma di lettera ai libri di Paolo Cognetti, con particolare attenzione all’ultimo, Sofia si veste sempre di nero (minimum fax, 2012).

20 ottobre 2012

Caro Paolo,
le donne ti fottono con gli occhi. Occhi cerchiati di nero, del nero del trucco di dentro al bulbo o dai pugni che attirano per il fatto stesso di lasciare intuire una propria vita interiore. Forse per questo Sofia è strabica: per non farsi colpire, o per fotterti di lato, che è un modo di fotterti, come dire, laterale, appunto, a suo modo gentile, incauto ma inedito. Ma inedito un corno: Mina che esplode, Marta che non ama per il partito che (non) ha preso, Sofia che non mangia e fa la pazza, Rossana che annega e Margot che poi chissà: di donne così ne abbiamo viste e vissute a bizzeffe; è il mito di queste donne che inquieta gli uomini, che le sognano inedite e per acquietarsi quando la frusta non funziona ne fanno stereotipi. Non c’è nulla di complicato in queste donne, lo è al contrario il timore che ne hanno gli uomini e le altre, di donne, soprattutto. Mai vista una donna in gabbia sopportare una donna (potenzialmente) libera, del resto.
C’è del cuore con ritmo da zoppo, un difetto d’amore nelle vite di ognuno che ognuno di noi colma come può. Tu ci hai scritto un libro, caro Paolo, il che è un tentativo di dar vita a qualcuno o qualcosa. Dietro la griglia di particolari e dettagli che si stringe attorno ai tuoi personaggi, c’è un libro fatto col cuore. Ma su questo voglio tornare più tardi.

Il motivo per cui ti scrivo, caro Paolo, è anche l’invidia, meglio, quel tipo d’invidia che è la gelosia per qualcosa che è nell’aria e che qualcun altro acciuffa prima di te. Un’invidia nobile, che non fa uscire matti ma porta a ragionare: il tuo ultimo libro, divorandolo, ha divorato il divario tra me e la materia che tu hai trattato. Il libro che tu hai scritto avrei voluto scriverlo io (per un sacco di ottime ragioni), dunque per me è stato necessario: e altrettanto necessario è adesso non tentarmi comunque di scriverlo io. Ho trovato che c’è già quella forma che cercavo di dare alla mia infelicità costituita di piccole felicità intermittenti; è inutile creare un ingorgo d’intenti in quella direzione che tu hai esaurito; finirei, ho concluso, per scrivere il Book of Grotesque che quel personaggio di Sherwood Anderson in Winesburg, Ohio si rifiuta di pubblicare; oppure come il Pierre Menard di Borges che riscrivendo il Don Chisciotte parola su parola è convinto d’averlo (ri)scritto per davvero in originale.
(Per conseguenza un altro pensiero mi ha preso: se incontrando un libro che avremmo voluto scrivere ci impediamo con responsabilità di replicarlo, cosa accade invece quando s’incontra un’esperienza umana simile alla nostra, però più dettagliata, o anche solo più urgente nell’inseguire ciò che noi inseguivamo e che pensavamo ci contraddistinguesse sopra ogni altra cosa? In quel caso, che accade? ci impediamo la vita?)

Continua a leggere

Standard
Interviste

Nero il silenzio, nero il petrolio. Intervista con Oh Petroleum (…wherefore art thou Petroleum?)

Siete in superstrada (probabilmente in Puglia, ma non è detto). C’è il tramonto composto di tre colori: arancio, viola e grigio. A breve, i tre colori si sommeranno per produrre il nero della notte. Le uniche luci artificiali provengono dai fanali delle auto in direzione opposta e da qualche pompa di benzina semiabbandonata sulla destra. Sempre sulla destra, un mucchio di sfasciacarrozze abbandonati, casolari di pietra e vegetazione su cui la notte è scesa da un pezzo. Questa è la musica di Oh Petroleum.
Oh Petroleum è il progetto solitario di un (ex) batterista brindisino. Che esce adesso con un disco omonimo autoprodotto e che in passato ne aveva già inciso un altro col nome di Creme (con la partecipazione di Cristina Donà). A un certo punto il tizio ha mollato l’indiepoprock per mettersi a suonare la musica del diavolo: un blues maledetto che si mischia col rock e col folk americano. Aggiungo anche lui alla lista di pugliesi che, per un motivo o per l’altro, finiscono per contribuire alla costruzione di quell’immaginario appuloamericano a cui, ovviamente, non so proprio resistere.

Ti definisci un batterista che suona la chitarra (e anche gli altri strumenti del disco, dato che fai tutto da solo). Cosa significa esattamente?
Che sono schiavo del ritmo (tanto per citare una frase, eheh). In realtà è solo una battuta per dare un’idea di quanto sia elementare il mio modo di suonare la chitarra e di rivendicare l’approccio ritmico, appunto; ammetto che a volte vorrei poter fare delle “rullate” sulle corde. Nel disco ho fatto tutto da solo, ho registrato in casa con i miei tempi, i miei orari, unica ospite è stata Sofia Brunetta, voce in Here I Stand e Ragged Jacket.

Continua a leggere

Standard