Storie

Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

Continua a leggere

Standard
Storie

Ancora sul Fiffa inda Street (e su Reflektor)

§

Torno sul Fiffa inda Street (di cui avevo parlato qui), un torneo di calcio tre contro tre che si gioca nella mia città, per strada, abusivo, insomma senza preavviso come un rave, seguito da centinaia di ragazzi. Più ci penso e più realizzo che assomiglia alla Pallastrada dei Celestini di Stefano Benni. Ad ogni modo, il 13 dicembre ho preso e sono andato a Lecce con tutto il baraccone del Fiffa per Destroy Powerpoint, un incontro nazionale tra spazi pubblici per i giovani, la creatività, l’innovazione sociale, tutte cose che prese così non significano molto. Comunque, i due video in questo post documentano quest’allegra scampagnata. Parlo di scampagnata perché ci siamo divertiti un mondo. C’erano anche il Teatro Valle e l’Angelo Mai di Roma, tra gli altri, ma io ho molto apprezzato Rudere, Bigmagma e La Guarimba. In generale tutti quelli che si sono avvicinati in quell’occasione al Fiffa si sono divertiti molto.

A quest’incontro ci sono andato con il Laboratorio Urbano del mio paese, con cui lavoro per alcuni mesi all’anno. Dovrebbe trattarsi di un centro giovanile, ma io sto invecchiando e in generale mi piace pensarlo più come uno spazio pubblico aperto a chiunque. È una cosa che faccio in continuità con lo scrivere. È molto triste pensare che la scrittura sia diversa dalle altre cose, o che si possa fare spezzandola dal ritmo del resto della vita. Vorrei comunque ragionare davvero su cos’è uno spazio pubblico. Ad esempio la scrittura ha rappresentato molto spesso l’unico spazio pubblico realmente abitabile, per il sottoscritto. Non è poco. C’è chi non ha neppure questa che, per dirla con Valentino Ronchi, è comunque una piccola traccia di un giro sulla terra, il mio.

In relazione con tutto questo c’è l’idea di utilizzare la musica gli Arcade Fire per i video per il Fiffa inda Street. Non è una scelta casuale, anche se il primo a farlo è stato Pierpaolo Filomeno. In estrema sintesi, gli Arcade Fire sono miei coetanei e hanno reintrodotto, coi loro primi dischi, una certa dose di speranza e spiritualismo nel rock contemporaneo. E poi parlavano, già all’epoca, di cose del tipo: riusciremo ad avere dei figli, a lasciare la casa dei nostri genitori? Per chi o cosa combattiamo noi nati sul finire degli anni ’70 e negli anni ’80? Tutto questo senza il disincanto tipico del postmodernismo che ha ucciso la mia generazione prima ancora che potesse cominciare a vivere, senza il cinismo che l’ha imbottigliata nella fase anale di qualsiasi cosa prima ancora di tirarsi la prima sega. Tutto questo ha fatto degli Arcade Fire, fin qui, una band che parlava di una generazione clandestina che era obbligata a uscire di notte per riappropriarsi dei propri spazi (pubblici, perché no). Penso ai videoclip di Spike Jonze, ad esempio. E anche questo è il Fiffa inda Street. Penso anche a The Sprawl II.
Con Reflektor, l’ultimo disco, di cui ho letto pessime recensioni – non tanto per il giudizio sul disco quanto per la qualità delle recensioni stesse – le cose non sono cambiate di molto. C’è la stessa sensazione di fine prossima, una fine che non ha mai conosciuto un inizio, e allo stesso tempo il desiderio di vivere quello che c’è, per quello che è. Molta critica si è arrotolata sul fatto che Reflektor sia un disco molto ballabile e che non abbia rappresentato, per i canadesi, quello che Kid A ha rappresentato per i Radiohead. Penso che molto più semplicemente gli Arcade Fire abbiano dato dei pezzi da ballare ai loro coetanei. Un mio amico dice che i giornalisti musicali non sono musicisti mancati, ma giornalisti mancati. In effetti i critici hanno dimenticato i terribili Harlem Shake dell’anno scorso e il sia pur (musicalmente parlando) lodevole lavoro di Pharrell Williams coi Daft Punk e Robin Thicke, che è però edonismo puro. Gli Arcade Fire ti consigliano di andare a ballare nel carnevale della loro musica, molto ben suonata, prima che torni la notte. Tutto qui. Non mi pare un messaggio da buttar via.

Di ritorno da Lecce uno dei ragazzi del Fiffa inda Street, in auto, mi chiede come me la passavo all’età sua, cioè a diciannove anni, dal momento che lui ha finito la scuola e non ha idea di cosa fare, l’università è una merda e lavoro non ce n’è. E io avrei voluto dirgli che quando avevo diciannove anni era dura, ma non come ora, all’epoca in fondo pensavi che in un modo o nell’altro ce l’avresti fatta, e che è stato durante che si è incasinato tutto, e che però questa storia della notte eterna e futura non deve fregarti, non devi farti fregare da questa storia della crisi, perché c’è sempre tempo per la notte e ci sarà sempre una notte da cui fuggire, per tutti gli uomini di tutte le epoche, per la miseria, almeno è questo quello che avrei voluto dirgli, davvero.

Standard
Storie

Reflektor degli Arcade Fire è un album conservatore solo perché non puoi non ballarlo quando lo ascolti?

Pare chiaro che la differenza tra i media tradizionali e Internet è che i primi assumono un punto di vista maschile, mentre la Rete è donna. Anche se quello di quest’ultima appare come un punto di vista femminile che ha semplicemente incamerato (e fatto suo) quello maschile. Per dire, il facial è una fantasia puramente maschile che deve anche piacere alle donne. La stessa categorizzazione di ogni cosa, dai nostri appetiti sessuali fino ai nostri hobby, è tipicamente maschile.
Immagino che un punto di vista autenticamente femminile dovrebbe essere etereo, avere a che fare con niente in particolare, a niente ancorarsi, e comprendere tutto senza peso. La purezza a un passo dall’idiozia. È uno stare sul limite, quello della linea sottilissima tra purezza e idiozia, che ha qualcosa di sublime. Noi siamo donne quando siamo particolarmente avvolti da una luce estrema, che tutto abbraccia e scioglie, che ci fa simili a entità che prescindono dall’essere singoli individui. È un processo o uno stato d’animo che assomiglia alla musica. Forse questo è amare. Essere come musica. Riconoscere quella luce. Stare in quel particolare momento di estasi, di grazia e…
No. Amare è riuscire a compiere il passo successivo: restituire quella luce.
(Diversamente, si tratta solo di un riflesso.)
Lasciarsi accecare e al momento opportuno portare a sé qualcun altro e fare sì che anche lui venga avvolto da quella luce.
Stare sul limite tra purezza e idiozia.

§

Dice il mio amico Jack Faccia da Cane che Euridice rappresenta il futuro.
E allora il futuro ci è restato alle spalle, chiuso nel suo inferno.
Certamente il presente è degli infermi. Certi acciacchi mentali si diffondono oggi come l’AIDS vent’anni fa.
C’è una cosa che si dice a proposito di voi umani, un modo per dir male di alcuni di voi: Quello è tutto muscoli e niente cervello. Ma c’è troppa intelligenza, in giro, e poca sensibilità. Un’intelligenza frigida, incapace di entrare nel cuore delle cose, che accumula e dimentica, accumula e dimentica…
(Tutti che guardano e guardano e vogliono essere guardati, ma chi vuol sentire?)
E poi è solitudine e corsa dentro se stessi, fino a perdersi il resto.
(Allora meglio esser tutto muscoli – se tra quei muscoli c’è il cuore.)

§

È anche vero che le guerre interiori producono vittime soprattutto fuori da noi. Nessun rito antico o moderno può riportare in vita le vittime delle nostre guerre interiori.
(Non Orfeo. Euridice c’est moi.)
Non siamo eterni.
Se volete dell’inferno, provate a guardarvi dentro.
La guerra fuori impone proprio quest’obbligo a guardarci solo dentro.
I riti allora si facciano da vivi.
Dopo – dopo è solo troppo tardi. Semplicemente troppo tardi, il danno è compiuto: muovi i piedi da quel pavimento bollente.
Ci vuole qualcuno che faccia ordine tra l’idiozia e il baccano di certi balli irregolari, improvvisati solo per attirare l’attenzione, e i balli organizzati per fecondare – a patto che ci sia ancora seme, e ancora fertilità – e altri ancora che portano alla grazia dei secoli nei secoli e amen.
Del resto siamo vivi solo quando siamo creduti. E per essere creduti ci vuole qualcuno che ci racconti.
(Non c’è Orfeo se non in morte di Euridice.)

§

Tutto è bene quel che finisce, dico sempre.
Ma sono belle le cose che non finiscono mai.
Non siamo eterni, ma certa musica non finisce certo quando il disco smette di girare.
(Orfeo frocio e sbranato dalle baccanti cui non ha voluto concedersi dopo la perdita di Euridice.)
Ci resta in testa finché ne abbiamo bisogno. Finché vogliamo sentirla.
Sarò ancora irlandese per te, allora. Farò attenzione alla differenza tra un punto messo in corsivo e uno senza corsivo. E terrò bene a mente quel limite –

§

(Adesso stringi il pugno cazzo dai ascoltami una buona volta stringi il pugno ecco vedi quello che stringi è tutto quello che hai dici non c’è niente dentro dici è solo aria dico: non hai bisogno d’altro, può contenere il tuo cuore) – il limite tra purezza e idiozia, giusto?

Standard
Storie

Cento: il ritorno del Malesangue

Bene, questo è il post numero cento di Malesangue. Questo post è una porta dimensionale. Da QUI si accede a un’altra dimensione, un universo parallelo in cui gli scoiattoli governano il mondo, i peli crescono a dismisura, i ragni votano repubblicano e il Malesangue è ben altra cosa. Come entrare in un banco di nebbia e non avere idea di quando finisca. Non è detto che poi non si ritorni qui, un giorno. L’importante è trovare un’altra porta dimensionale, sempre se c’è.

Standard
Fare Malesangue

Il libro misterioso

In questi ultimi giorni il mio equilibrio psichico dipende da due libri, entrambi con copertina gialla. E dire che non ho mai amato il giallo. Comunque, uno dei due libri in questione è il mio, e il cruccio trae origine dal suo essere un accordo politico tra più parti manco fosse il patto Ribbentrop-Molotov (per inciso, tutti gli accordi politici, dietro dense patine retoriche e attori romantici, nascondono un semplice mercanteggiare del sabato mattina).

Detto, ciò, l’altro libro, che ho rubato (io che non rubo mai oggetti) e di cui non farò il nome dato che in genere non cito prima di aver finito di leggere, è un libro moderno, nonostante sia stato scritto decenni addietro e in un’altra lingua – non per questo inavvicinabile, anzi. E’ un romanzo che si occupa di uno degli ultimi due tabù rimasti per questa epoca senza nome, dal punto di vista occidentale. Bisogna starci attenti, prendergli le misure, e trovare la giusta distanza, infine.

Io non l’ho ancora trovata, ovviamente.

Continua a leggere

Standard