Storie

Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

Come per tutte le lingue, anche la lingua letteraria non si finisce mai d’impararla, ma per il momento va bene così. Adesso ho bisogno di leggere meno, e di leggere libri intelligenti, che diano la carica agli ingranaggi che muovono il mio grigio cervello – perché, questo va detto a scapito della retorica per cui leggere fa sempre bene, anche la letteratura può essere molto noiosa (e anche stupida, a volte) –, libri che, perché no, mi insegnino lingue nuove (ancora sulla lingua, sto seguendo un corso online di HTML; il corso è in inglese: dunque sono alle prese con due lingue nuove).

III
Tanto per fare un esempio, in questi giorni sto leggendo due libri apparentemente inconciliabili, ovvero il celebre (direi quasi proverbiale) Le leggi della semplicità di John Maeda insieme con Il disincanto della letteratura di Richard Millet. Il primo è il classico manuale da hipster designer, con qualche punta di interesse e un sacco di banalità a partire dal mitico less is more (che però fa sempre bene ripetere, prova ne è il fatto stesso che ho deciso di leggere meno). Il secondo è l’esatto opposto, tutto centrato sull’indicibile e sulla supposta complessità della letteratura; dico supposta – termine ambiguo, che potrebbe rimandare alla letteratura come sacrificio personale, peraltro di natura anale, e ci starebbe – perché ultimamente sto ragionando su questo: se intendiamo la lingua come tecnologia, e se la tecnologia tende sempre a semplificare le faccende umane, possiamo davvero menarcela ancora con la storia che la letteratura è complessità? O forse persino la lingua letteraria è semplificazione (la semplificazione tanto cara a John Maeda, e che data in pasto a degli idioti dà vita alle mostruosità renziane, senza ombra di dubbio)? Mi riferisco alla semplificazione del caos pre-verbale, in questo caso: nel senso che se entriamo nella testa di Richard Millet, sicuramente ci sarà più confusione e più complessità rispetto a ciò che scrive. Per quanto ci piaccia parlare di complessità come se fosse sinonimo di intelligenza, la scrittura letteraria è sempre, anch’essa, riduzione di un’enorme palla di pelo apparentemente inestricabile, anche quando leggiamo Gadda Manganelli o Millet (che tra l’altro nel suo libro parte dal presupposto che la letteratura e l’autore siano morti, cosa su cui tornerò in seguito parlando di Arcade Fire).

IV
A Millet, comunque, devo soprattutto questo: di aver prolungato nelle sue pagine, in un certo senso, la lettura di Limonov di Emmanuel Carrère, libro in cui avrei voluto restare un po’ più a lungo (Carrère si fa sempre divorare). In tutto il suo testo, Millet è impegnato nel dimostrare che “l’insostenibile è fecondo”, il che significa, per fare un esempio, affermare di stare dalla parte di Peter Handke quando sostiene Slobodan Milošević e la causa serba, andando però – non sempre, ma almeno provandoci – oltre le provocazioni di certa destra intellettuale postfascista. Se non è Limonov questo!

Di Limonov, come dell’opera di Millet in fondo, mi porto dietro la dimensione politica del testo. In questi giorni sono piuttosto fissato con questa espressione. Trovo che aver smarrito la capacità di dare una lettura politica di ciò che ci succede sia una catastrofe, nonché il colpo di coda dell’epoca postmoderna – a volte mi chiedo: se l’etica protestante ha creato il capitalismo attraverso il lavoro e l’accumulazione, l’etica postmoderna (che c’è, esiste e conforma ancora le nostre vite) a cosa ha dato vita? A volte mi rispondo con queste tre parole chiave: frugalità, singolarità, estemporaneità (tre qualità per una nuova, mancata rivoluzione).

Faccio due esempi di campi in cui abbiamo smesso di applicare una visione politica.
Il primo: le migrazioni, quelle nostre. Mi fa un po’ sorridere che – ovviamente a sinistra, soprattutto – siamo in grado di dare una lettura politica delle migrazioni dall’Africa e dal Medioriente mentre ignoriamo ciò che induce i nostri figli e i nostri amici a partire. Siamo stati e siamo tornati a essere migranti economici anche noi: italiani e meridionali soprattutto. È una banalità, eppure viviamo questa condizione con lo stato d’animo di una gita, dimenticando quanto la distruzione dei nostri paesi d’origine sia frutto di una programmazione economica e politica precisa, e non del caso.

Secondo esempio, l’industria discografica. Potrebbe apparire un campo piuttosto frivolo, ma per me non lo è affatto, dato che la musica rock, ad esempio, è stata motore d’emancipazione per generazioni e oggi è forse uno dei pochissimi ambiti della nostra sfera personale in cui è ancora presente un briciolo di spiritualità, per quanto negata dal finto secolarismo novecentesco.
In estrema sintesi, il mercato discografico si è evoluto in questo modo: siccome non si vendono più dischi, si punta tutto sui live. I concerti diventano così degli immensi happening che stanno tra la celebrazione liturgica e l’adunata nazista progettata da Leni Riefenstahl. Questo significa, soprattutto, che i prezzi dei biglietti sono saliti alle stelle, e che almeno in Italia le logiche di acquisto dei ticket sono del tutto fuori controllo (così come fuori controllo sono, poi, alcune cose che accadono ai concerti: ma non parlerò di token, parcheggi e controlli all’ingresso). Insomma, il concerto diventa un bene di lusso (extralusso, in qualche caso) destinato però a un pubblico di consumatori che per la maggior parte non può permettersi il lusso e ignora di avere, proprio in quanto consumatori, dei diritti. Un paradosso, che da un lato fa sì che io mi definisca protestante in campo musicale – ovvero, ascolto la musica di X ma non vado ai suoi concerti: una volta ricevuta in dono la Bibbia tradotta da Lutero non ho più bisogno di partecipare alla funzione religiosa; e da un altro mi porta a chiedermi se oggi la produzione discografica non sia già orientata al live anche per gruppi che prima non avrebbero mai ragionato in questi termini – ovvero, dando vita a brani non solo cantabili in coro in arene e stadi con centinaia di migliaia di persone, ma più in generale scrivendo canzoni più accomodanti, più rassicuranti per la base di fan.

V
È chiaro che mi riferisco, in questo caso, non tanto a quei decerebrati dei Coldplay quanto agli amati Arcade Fire: ho ascoltato i primi singoli del nuovo disco – sarò felice di essere smentito ad ascolto completo – e non ho trovato nulla di ciò che mi ha fatto apprezzare la loro musica.
E allora, perché amavo questi canadesi? Perché secondo me avevano un modo intenso di raccontare lo spirito del tempo: cantavano di una lingua morta (proprio come Millet), di un mondo sognato da bambini e adolescenti che si era rivelato incomprensibile da adulti, di eserciti nelle città (quando gli eserciti non erano ancora nelle città), dell’ambiguità del rapporto col nostro corpo – tutto questo ridisegnando dall’interno tutti i linguaggi musicali che toccavano: dalla new wave e dall’indie più crepuscolare fino all’electro, che in Reflektor utilizzavano come medium per far parlare Orfeo con Euridice. Insomma, gli Arcade Fire erano un gruppo che rimetteva in campo la spiritualità per una generazione che l’aveva esclusa dalla propria sfera più intima, e lo stesso facevano col romanticismo e la speranza: un tentativo di andare oltre la trappola dell’ironia e del cinismo postmoderni.

Nei quattro nuovi singoli usciti finora (15 luglio), pompati dalla solita campagna di marketing assolutamente creativa, gli Arcade Fire ripropongono la formula del ballo e delle contaminazioni anni ’70-’80, ma mi sembra che alla base ci sia una leggera autocelebrazione (dovuta al fatto che questi ragazzi sono ormai delle celebrity a tutti gli effetti, forse), per cui versi come “God, make me famous / If you can’t just make it painless”, che a un primo ascolto fanno pensare che ancora una volta gli AF abbiano centrato il punto, a un secondo e terzo instillano invece il sospetto che i nostri stiano giocando coi nostri sentimenti, o meglio: che stiano dando al pubblico ciò che il pubblico si aspetta da Win Butler e compagna (e compagnia). Quello che voglio dire è che The Sprawl II e We exist, per fare solo due esempi, esaurivano già questo tipo di sguardo e di poetica sul contemporaneo, ed erano canzoni di una dimensione politica, oltre che estetica, spropositata: perché, seppur di qualche anno, erano in anticipo su questioni assolutamente rilevanti per la mia generazione. Ora, i quattro singoli non fanno che ripetere – musicalmente e verbalmente – ciò che è già sotto gli occhi di tutti, e che gli AF hanno già messo in luce: in altri termini non fanno, come per ogni opera tardo-postmoderna, che giustificare la realtà per quella che è.

Forse, così come certi manuali di design – incluso, ahimè, quello di John Maeda – trattano il lettore come un idiota assetato di rassicurante self-empowerment, queste quattro nuove canzoni degli Arcade Fire trattano l’ascoltatore come se fosse sempre il solito adolescente pronto a tagliarsi le vene perché glielo hanno detto i suoi idoli di un tempo, ormai invecchiati con lui, in una sorta di self-empowerment al contrario che celebra la nostalgia come fosse un vicolo cieco – si pensi allo spot col robot Emiglio ripescato dal marketing degli AF, alla sua linea minimale: in un primo momento pensi “Guarda cosa sono andati a tirare fuori”, poi realizzi che, vaffanculo, sono adulto e voglio la mia vita, non quella che John Maeda e soci hanno disegnato per me quand’ero bambino.

(Sugli Arcade Fire, ovviamente, la partita resta aperta. Non smetto di amarli, questo no: come ho detto, c’è da aspettare il disco per intero, e comunque saltare un giro, da ascoltatore, in una discografia fin qui pressoché impeccabile, potrebbe non essere la fine del mondo. Su John Maeda e i manuali di design, invece, una cosa va detta: come riconosce lo stesso Maeda, il miglior manuale di design mai apparso in libreria è di un italiano, si chiama Lezioni americane ed è una lettura/avventura meravigliosa perché Italo Calvino non tratta mai il lettore come un bambino idiota, al contrario sfidandolo continuamente sul piano della bellezza e dell’intelligenza.)

VI
Ma torniamo a parlare di Limonov: dalla lettura del libro di Carrère mi porto dietro anche alcune parole russe. Prima di tutto zaboj (o zapoj): lo stare ubriachi per giorni e giorni, il viaggio iniziatico di ogni buon russo (se ci pensate, ci sono periodi in cui la vita di ognuno di noi assomiglia a un lungo zaboj); zek, che significa “galeotto” ma in senso assolutamente non spregiativo – si fa riferimento, con zek, ai delinquenti con un codice d’onore, ai duri che sono sopravvissuti al carcere grazie a uno spirito gagliardo, il che mi porta a ipotizzare un cortocircuito semantico tutto italiano: com’è noto, per gli attivisti di destra, quelli di sinistra sono “zecche”, con ovvio riferimento alla sporcizia portata dagli acari; e se rovesciassimo la questione, facendo derivare lo “zecca” tanto amato dai destrorsi dal russo zek?

È chiaro che, in tutto questo, sono ancora sotto la luce del fascino per un personaggio come Eduard Limonov raccontato da Carrère (cioè per come lo racconta Carrère), il quale a un certo punto scrive:

“Eduard capisce allora una cosa fondamentale, ossia che ci sono due categorie di persone: quelle che si possono picchiare, non perché siano più forti o meglio allenate, ma perché sono pronte a uccidere. Questo è il segreto, l’unico, e Eduard decide di passare nella seconda categoria: sarà un uomo che nessuno colpisce perché tutti sanno che è capace di uccidere.”

Osservazione che mi fa ricongiungere con la mia parte teppistica – o, se preferite, con quella parte di me che, data la lettura politica di certi avvenimenti, desidera con grande ardore di smettere i panni del riformista gentile per riprendere quelli da rivoluzionario; il che non significa che io sia pronto a uccidere, questo no: di sicuro però sono pronto a fare una guerriglia infinita in favore dell’intelligenza – ed ecco perché cerco libri intelligenti, per tornare alle prime righe di questo post.
E a proposito di politica e intelligenza: penso proprio che se il Movimento 5Stelle avesse scelto lo slogan “L’intelligenza andrà di moda” invece che “L’onestà andrà di moda”, mi avrebbe avuto tra i suoi; infatti, se l’onestà è un fatto ambiguo e del tutto relativo, al contrario l’intelligenza necessita, diciamo così, di un tribunale o quantomeno di un pubblico che sia disposto a riconoscerla: anche a costo di correre il rischio di sentirsi profondamente stupidi.

VII
Altre due parole russe dalle pagine di Limonov, che però già conoscevo: samizdat (“autopubblicato”) e tamizdat (“pubblicato laggiù”, cioè in Occidente come nel caso del Dottor Živago).
Sono due parole che dicono qualcosa, forse, circa la mia produzione libresca, di fatto al palo dal 2012 se si escludono un paio di uscite sotto pseudonimo. Mettiamola così: quello che pubblico su Internet, in particolare su questo blog, è samizdat; quando mi capita di incontrare un editore che vuole pubblicarmi, allora è tamizdat.
Il mio rapporto con l’editoria italiana è giocato tutto tra queste due dimensioni. Ed è un rapporto burrascoso o inesistente. Col tempo ho capito che non è colpa di nessuno, e che in ogni caso il mio amore per lo samizdat è prevalente: ad esempio, un pezzo come quello che state leggendo adesso, su questo blog, difficilmente potreste leggerlo altrove (per un sacco di ragioni). Anche in campo editoriale, insomma, non mi sento un riformista, qualsiasi cosa voglia dire: di certo credo che l’editoria italiana vada rivoluzionata, non riformata, perciò è raro che io vada d’accordo con qualche editore, ecco tutto.

Al contempo, voglio però dire una cosa: ciò che di buono c’è oggi in questo settore è dovuto proprio a degli esempi virtuosi di samizdat degli Anni Zero. Soprattutto nell’editoria indipendente, ciò che di buono si produce proviene da persone (autori, editor, impaginatori e ogni figura professionale impegnata in questa estenuante battaglia di trincea) che si sono fatte le ossa creando riviste e blog rigorosamente autoprodotti fino a un decennio fa. E non è un caso che almeno due dei vincitori dello Strega degli ultimi anni – Nicola Laiogia e Paolo Cognetti – provengano da quel mondo (inclusi il loro pubblico e gli addetti ai lavori che hanno sostenuto e letto i loro lavori con sincero affetto).
Ancora, la stessa minimum fax, per cui Laiogia ha scritto e lavorato, editando lo stesso Cognetti che con minimum fax ha esordito, nasceva ancora prima, negli anni ’90, come rivista autoprodotta, e nel tempo ha mantenuto lo spirito del samizdat (sempre vivo, peraltro, in Vanni Santoni, che lo Strega lo ha accarezzato per due anni di fila come editor Tunué e come autore Laterza, e che sempre negli Anni Zero ha fatto cose molto interessanti in contesti di autoproduzione).

VIII
A proposito di tamizdat, invece: negli ultimi mesi ho parlato a lungo della genesi di un libro nuovo. In realtà – ma forse lo avevo scritto o lasciato intendere – il libro nuovo mi era stato commissionato e l’ho chiuso da tempo. Dunque parlarne come se lo stessi ancora scrivendo è stata una scusa per portarvi in giro tra altre storie presenti nel testo, alcune delle quali sono anche argomento di questo post: migrazioni, assenza di una dimensione politica delle cose, spiritualità, faùgna (sì, il testo riportato all’inizio è un estratto dal libro nuovo). Insomma, ho fatto samizdat per un tamizdat. Adesso però voglio rivelare l’argomento principe di questo libro nuovo, la materia che più di ogni altra lo anima: è il Fiffa inda Street, torneo di calcio da strada tre contro tre nato nella mia città e poi diffuso per tutto il Paese, una sorta di movimento clandestino che ha molto, a sua volta, dell’anarchia dell’autoproduzione (e, perché no, del rave).

Non voglio dilungarmi oltre sul Fiffa: su questo blog ne ho già parlato diffusamente, guarda caso mettendolo in relazione proprio con la musica degli Arcade Fire. Mi limito a postare di seguito un video piuttosto esplicativo proprio su questo rapporto tra Fiffa e AF.

Ora, quello che voglio dirvi – secondo, placido, inutile colpo di scena – è che il libro è attualmente in development hell. Uso un’espressione derivata dal mondo del cinema e dei videogiochi, cui il testo si rifà tantissimo, per dire che la trattativa con l’editore che me lo ha commissionato è ferma (per motivi che non ho capito). Questo significa che in questo preciso momento non so se il libro si farà o meno – il che potrebbe anche essere un bene: è un po’ retorico dirlo, ma più un’opera se ne sta per gli affari suoi più è probabile che la sua prosa migliori. Non ne faccio un dramma, insomma, anche perché come ho avuto modo di scrivere in passato non credo che me lo abbia ordinato il medico, di fare libri.

E poi c’è questo: nel frattempo, mentre è all’inferno come Euridice, il libro circola clandestinamente tra amici, lettori fidati e fiffer, rientrando a pieno titolo, dunque, in una dimensione di samizdat. Il che, si sarà capito, non mi dispiace affatto: è un po’ come se laggiù Orfeo potesse voltarsi, almeno un po’, senza far danni irreparabili.

IX
Autopubblicato o pubblicato-laggiù, la domanda che mi pongo sempre, quando scrivo, è: ho prodotto letteratura? Domanda che se ne porta dietro altre, ovviamente: cos’è letteratura, cosa non lo è? Chi lo stabilisce? Credo che nessuno, tra i viventi, abbia la risposta; magari tra cinquanta o cento anni, immortali e telepatici come saremo, ci guarderemo indietro e troveremo che tutte o quasi le opere uscite in questi anni non erano che imitazioni composte da semplici divulgatori di stili, perlopiù novecenteschi – sia quelle di autori iper-letterari come può essere lo stesso Millet, sia quelle di autori american-minimalisti i cui epigoni fanno gola tanto all’editoria contemporanea quanto alle agenzie pubblicitarie.
E forse il mio intendere la letteratura come linguaggio, alla stregua di quello della programmazione di un software o di un sito, altro non è che un modo per eludere questa domanda: vai a sapere.

X
La frase che avete appena letto sembrerebbe un’ottima chiusa per questo zibaldone in dieci punti. Però ci sono altre due cose che voglio dire.
Mi sento un po’ un piazzista a scriverlo, uno che deve vendere se stesso insieme all’aspirapolvere che si porta dietro fiera dopo fiera, appartamento dopo appartamento: devo però dire che tutte queste riflessioni sulla letteratura come lingua e sull’iper-letterarietà contaminata da altri linguaggi cui accennavo (videogiochi, social network, cinema, fumetti…) non hanno conformato solo il libro sul Fiffa, ma anche dei racconti che ho scritto per la prima volta nel 2008-2009 e che ho rivisto e ampliato intensamente negli ultimi anni. Qualcuno forse ricorderà quando questo blog si è trasferito su Tumblr (doveva essere l’autunno del 2009): per qualche mese, su quella piattaforma che oggi assomiglia decisamente a una discarica a cielo aperto della nostra intimità, ho pubblicato una serie di 169 racconti da meno di 5mila battute ciascuno; ebbene, quell’operazione, che fu ispirata – guarda un po’ – dalla canzone Black Mirror degli Arcade Fire, diede vita, nella mia testa, a un mondo parallelo che negli anni è cresciuto a dismisura, tanto che ho ripreso alcuni di quei raccontini e li ho trasformati in una serie di avventure ultraletterarie. Adesso questi testi sono un po’ ciò che resta degli anni passati a leggere tanto come un mulo, come dicevo all’inizio, e dopo aver fatto il solito giro di rifiuti e silenzi editoriali – rifiuti e silenzi non fanno necessariamente qualità, questo va detto e questa retorica assolutamente disinnescata – potrebbero aver trovato una casetta, passando così dal samizdat al tamizdat.

Seconda e ultima cosa e poi un po’ di vacanza per questo blog: del libro del Fiffa, al momento, rimane una playlist. Ci sono alcune delle canzoni che hanno accompagnato i primi cinque anni di vita del Fiffa inda Street e altre che hanno accompagnato invece la scrittura del testo, ventisei in tutto, che si possono ascoltare cliccando qui.
Allora buon ascolto, per una volta, e buona estate.

(Non continua più.)

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