Storie

Ancora sul Fiffa inda Street (e su Reflektor)

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Torno sul Fiffa inda Street (di cui avevo parlato qui), un torneo di calcio tre contro tre che si gioca nella mia città, per strada, abusivo, insomma senza preavviso come un rave, seguito da centinaia di ragazzi. Più ci penso e più realizzo che assomiglia alla Pallastrada dei Celestini di Stefano Benni. Ad ogni modo, il 13 dicembre ho preso e sono andato a Lecce con tutto il baraccone del Fiffa per Destroy Powerpoint, un incontro nazionale tra spazi pubblici per i giovani, la creatività, l’innovazione sociale, tutte cose che prese così non significano molto. Comunque, i due video in questo post documentano quest’allegra scampagnata. Parlo di scampagnata perché ci siamo divertiti un mondo. C’erano anche il Teatro Valle e l’Angelo Mai di Roma, tra gli altri, ma io ho molto apprezzato Rudere, Bigmagma e La Guarimba. In generale tutti quelli che si sono avvicinati in quell’occasione al Fiffa si sono divertiti molto.

A quest’incontro ci sono andato con il Laboratorio Urbano del mio paese, con cui lavoro per alcuni mesi all’anno. Dovrebbe trattarsi di un centro giovanile, ma io sto invecchiando e in generale mi piace pensarlo più come uno spazio pubblico aperto a chiunque. È una cosa che faccio in continuità con lo scrivere. È molto triste pensare che la scrittura sia diversa dalle altre cose, o che si possa fare spezzandola dal ritmo del resto della vita. Vorrei comunque ragionare davvero su cos’è uno spazio pubblico. Ad esempio la scrittura ha rappresentato molto spesso l’unico spazio pubblico realmente abitabile, per il sottoscritto. Non è poco. C’è chi non ha neppure questa che, per dirla con Valentino Ronchi, è comunque una piccola traccia di un giro sulla terra, il mio.

In relazione con tutto questo c’è l’idea di utilizzare la musica gli Arcade Fire per i video per il Fiffa inda Street. Non è una scelta casuale, anche se il primo a farlo è stato Pierpaolo Filomeno. In estrema sintesi, gli Arcade Fire sono miei coetanei e hanno reintrodotto, coi loro primi dischi, una certa dose di speranza e spiritualismo nel rock contemporaneo. E poi parlavano, già all’epoca, di cose del tipo: riusciremo ad avere dei figli, a lasciare la casa dei nostri genitori? Per chi o cosa combattiamo noi nati sul finire degli anni ’70 e negli anni ’80? Tutto questo senza il disincanto tipico del postmodernismo che ha ucciso la mia generazione prima ancora che potesse cominciare a vivere, senza il cinismo che l’ha imbottigliata nella fase anale di qualsiasi cosa prima ancora di tirarsi la prima sega. Tutto questo ha fatto degli Arcade Fire, fin qui, una band che parlava di una generazione clandestina che era obbligata a uscire di notte per riappropriarsi dei propri spazi (pubblici, perché no). Penso ai videoclip di Spike Jonze, ad esempio. E anche questo è il Fiffa inda Street. Penso anche a The Sprawl II.
Con Reflektor, l’ultimo disco, di cui ho letto pessime recensioni – non tanto per il giudizio sul disco quanto per la qualità delle recensioni stesse – le cose non sono cambiate di molto. C’è la stessa sensazione di fine prossima, una fine che non ha mai conosciuto un inizio, e allo stesso tempo il desiderio di vivere quello che c’è, per quello che è. Molta critica si è arrotolata sul fatto che Reflektor sia un disco molto ballabile e che non abbia rappresentato, per i canadesi, quello che Kid A ha rappresentato per i Radiohead. Penso che molto più semplicemente gli Arcade Fire abbiano dato dei pezzi da ballare ai loro coetanei. Un mio amico dice che i giornalisti musicali non sono musicisti mancati, ma giornalisti mancati. In effetti i critici hanno dimenticato i terribili Harlem Shake dell’anno scorso e il sia pur (musicalmente parlando) lodevole lavoro di Pharrell Williams coi Daft Punk e Robin Thicke, che è però edonismo puro. Gli Arcade Fire ti consigliano di andare a ballare nel carnevale della loro musica, molto ben suonata, prima che torni la notte. Tutto qui. Non mi pare un messaggio da buttar via.

Di ritorno da Lecce uno dei ragazzi del Fiffa inda Street, in auto, mi chiede come me la passavo all’età sua, cioè a diciannove anni, dal momento che lui ha finito la scuola e non ha idea di cosa fare, l’università è una merda e lavoro non ce n’è. E io avrei voluto dirgli che quando avevo diciannove anni era dura, ma non come ora, all’epoca in fondo pensavi che in un modo o nell’altro ce l’avresti fatta, e che è stato durante che si è incasinato tutto, e che però questa storia della notte eterna e futura non deve fregarti, non devi farti fregare da questa storia della crisi, perché c’è sempre tempo per la notte e ci sarà sempre una notte da cui fuggire, per tutti gli uomini di tutte le epoche, per la miseria, almeno è questo quello che avrei voluto dirgli, davvero.

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