Le storie degli altri

La stalla più fotografata d’America — Don DeLillo

Diversi giorni più tardi Murray mi chiese notizie di un’attrazione turistica nota come la stalla più fotografata d’America. Quindi facemmo in auto ventidue miglia nella campagna che circonda Farmington. C’erano prati e orti di mele. Bianche staccionate fiancheggiavano i campi che scorrevano ai nostri fianchi. Presto cominciarono ad apparire i cartelli stradali. LA STALLA PIÙ FOTOGRAFATA D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare al sito. Nell’improvvisato parcheggio c’erano quaranta auto e un autobus turistico. Procedemmo a piedi lungo un tratturo per vacche fino a un lieve sopralzo isolato, creato apposta per guardare e fotografare. Tutti erano muniti di macchina fotografica, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. Un uomo in un’edicola vendeva cartoline e diapositive, fotografie della strada prese da quello stesso sopralzo. Ci mettemmo in piedi accanto a una macchia di alberi a osservare i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, scribacchiando di quando in quando qualche appunto in un quadernetto.
“La stalla non la vede nessuno” disse finalmente.
Seguì un lungo silenzio.
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Le storie degli altri

Pura fronte serena di bimba — Nicola Lagioia

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Quando moriva un sedicenne, talvolta anche un ventenne, le chiese erano invase da questo esercito di ragazzini e ragazzine. Non si erano mai spinti oltre un’acquasantiera dal giorno della cresima, e non sarebbero tornati per molto tempo. Una languida rabbiosa carica di corpi in fiore. Non c’era santa che pareggiasse il profumo di frutta e sudore di una quattordicenne in lacrime per la scomparsa di un’amica. Pura fronte serena di bimba, recitò ancora il sacerdote. Quando ad andarsene erano i sessantenni, accorrevano i colleghi di lavoro. I novantenni erano specializzati nel trascinarsi dietro interi paesi. Ma erano i trentenni la tragedia. I trentacinquenni, non di rado i quarantenni. Non c’erano colleghi di lavoro perché spesso non c’era un lavoro. E quando il lavoro c’era, i colleghi erano troppo impegnati nella lotta per la sopravvivenza. Gli amici – quelli veri, quelli che un tempo lo erano stati – erano lontani, persi nelle città del Nord, dentro i pantani delle loro vite. Forse la notizia era arrivata anche a loro, e il cordoglio (da centinaia, forse migliaia di chilometri) provocava minuscole torsioni nelle fiamme delle candele elettriche.
Così in quei casi il corpo restava alla mercé della famiglia. Col risultato (la beffa, pensò il sacerdote preparandosi alla comunione) che a gestirlo erano coloro contro cui il morto doveva aver lottato per emanciparsi quando era in vita – madri e padri e nonni e zie dei quali non sopportava neanche più la dentatura deformata attraverso il vetro del bicchiere da cui bevevano.
Avere al proprio funerale le persone ai funerali delle quali avresti dovuto esserci tu. Per non parlare dei loro amici, che magari non avevi mai neanche conosciuto.
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Microrec, Storie

Livelli di vita, Julian Barnes

Che libro è Livelli di vita di Julian Barnes? Sulle prime ho pensato di rifarmi alla definizione di oggetto non identificato, tirata fuori qualche anno fa da certa critica alle prese con Gomorra e altri libri a metà tra romanzo, saggio e autofiction. Erano gli anni in cui un’opera come quella di Roberto Saviano veniva studiata e letta ancora con curiosità, tenuta distinta dalla biografia del suo autore, dalla sua figura pubblica.

Di certo Livelli di vita è un libro asimmetrico. Barnes parte con una sorta di saggio sulla storia del volo in mongolfiera, racconta le vite dell’aeronauta Fred Burnaby, dell’attrice Sarah Bernhardt e del fotografo Nadar, le incrocia tra loro e conclude con un memoir sull’elaborazione di un lutto personale.

I primi due capitoli sono dedicati al volo e all’amore, e anche qui l’asimmetria è forte: la storia dei mongolfolli si trasforma gradualmente nella storia delle intuizioni fotografiche di Nadar, poi cambia ancora e diventa l’intreccio da vaudeville sentimentale tra Burnaby e la Bernhardt.
L’ultimo capitolo imprime un cambio di ritmo molto marcato. Entra in scena lo stesso Barnes che racconta il dolore per la perdita della moglie, morta di cancro dopo trent’anni di matrimonio. Sono, queste ultime, pagine molto pesanti. Difficili da voltare. Io stesso ci sono incappato per caso: avevo preso il libro attratto, appunto, dall’intreccio delle vicende del trio Burnaby-Bernhardt-Nadar.

Sono arrivato a questa conclusione. Livelli di vita è un libro asimmetrico perché, al cuore del suo discorso, c’è il richiamo della simmetria di un rapporto amoroso, coi suoi picchi (“Il suono della propria vita”, che si percepisce solo a contatto con la persona amata), i suoi dolori, le solitudini che genera. C’è una pagina illuminante, in questo senso, che è questa (e che mi ha fatto venire in mente la gabbietta di un certo scrittore italiano):

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Aggiungo solo, per i più curiosi, che nel libro, a un certo punto, c’è anche Antonio Tabucchi. Quello che mette il povero Pereira nella stessa condizione del Barnes delle pagine finali di Livelli di vita. Proprio come Barnes, in fondo, anche Pereira, a contatto col dottor Cardoso, non fa che reiterare l’incauto gesto di Orfeo: voltarsi a guardare Euridice, un peccato che si compie anche solo raccontando, anche solo scrivendo di Euridice.

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Storie

Ieri

ieri-copertinaVoglio raccontarvi una storia che ho sentito qualche notte fa dal fantasma di Agota Kristof. La storia si chiama Ieri. La consiglio a chiunque abbia voglia di scrivere, perché in un modo o nell’altro è in quella materia che va a scavare. In giro sentirete dire che questo racconto ha uno stile asciutto, freddo. Io credo invece che sia il frutto di un equilibrio miracoloso e raro di prosa e poesia; della prima ha la precisione del dettaglio e della seconda l’impalpabilità e la bellezza disturbante. Ultima cosa: consiglio di leggere quanto segue con, in sottofondo, la versione live di Home dei Depeche Mode, se possibile.

§

Potremmo dire subito che Tobias Horvath è pazzo: la questione sarebbe già chiusa.
Allora diciamo che Tobias Horvath, o Sandor Lester, se preferite – tra le cose che fa, c’è questa di cambiar nome e inventarsi ogni volta una biografia diversa – è anche un figlio di puttana nel senso letterale del termine. Sua madre se la faceva coi contadini, al villaggio, e Tobias è stato tirato su e mantenuto con quei soldi. Ma non è tutto, o meglio, non è proprio così che stanno le cose. Tobias sente sua madre ansimare ogni sera, mentre lui è in cucina, sporco di fango perché ha giocato nella terra tutto il giorno. C’è però un cliente particolare, un maestro del villaggio, che di tanto in tanto si ferma in quella cucina per chiedere qualcosa al piccolo dopo aver chiavato sua madre. Ogni tanto gli accarezza i capelli.
Il primo giorno di scuola Tobias si ritrova l’uomo dall’altra parte della cattedra. A quanto pare, il cliente più affezionato di sua madre sarà anche il suo maestro, e sua figlia Caroline la sua compagna di banco.
Ma Tobias è, soprattutto, povero.
Per questo Caroline gli porta da mangiare e da vestire, perché il padre gli ha insegnato che i poveri vanno aiutati. In fondo Tobias sa come stanno le cose.

Per la verità, Tobias lo conosciamo come Sandor, è profugo in Francia e con le donne ci sa fare, le porta a letto facile, soprattutto tale Yolande che ha tutta l’aria di essere una parrucchiera. Lui però aspetta Line e intanto lavora in una fabbrica di orologi dove fa dei buchi ai cinturini, ogni giorno gli stessi buchi, negli stessi punti degli stessi identici cinturini, e dunque divide il tempo con chi fabbrica il tempo – senza, com’è tipico di ogni catena, riuscire mai a vedere in faccia la creatura finale cui sta dando vita insieme agli altri operai.
Nella solitudine del suo appartamento, Tobias mangia, si ubriaca, vomita, aspettando una donna che non ha mai visto in vita sua.

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Interviste

Sette domande a Nicola Lagioia (senza risparmiare la Puglia)

«Tutto quello che ho è questo pollo di gomma con una carrucola in mezzo.»
Guybrush Threepwood

Signori, voi avete a che fare con un onesto intervistatore che si prodiga per il buon nome di tutta la categoria. Ecco perché non ho ritoccato a posteriori le domande di questa chiacchierata con Nicola Lagioia, scrittore barese (classe 1973). Dato che ci ho fatto la figura del Guybrush Threepwood di turno (i fan di Monkey Island sapranno di cosa sto parlando), avrei potuto tagliare e riscrivere qua e là per dare l’impressione di avere la benché minima idea di quel che Nicola ha espresso in un paio di punti. In molti lo avrebbero fatto, al posto mio. Comunque. L’idea era quella di fare un po’ il punto della situazione sulla regione in cui vivo, la Puglia, da qualche anno il posto più cool del sud Italia per un sacco di motivi. Il fatto è che fino a dieci anni fa qui era buio. Me lo ricordo. Il cambiamento, o la New Wave di cui parlo nell’intervista mutuando un pessimo termine da certa pessima critica musicale, è roba di pochi anni. E giuro che Nicola Lagioia, quando il sottoscritto era ancora all’università, faceva già grandi cose. Gli ho chiesto di questo cambiamento in atto il cui risultato, per adesso – devo essero sincero – non riesco ancora a capire. Puglia Migliore o, ancora, Puglia Minore? Un giorno lo spiegherò meglio. Nel frattempo, però, Nicola è diventato il responsabile di una cosa che genera dipendenza: la collana Nichel di minimum fax. Prego.

Facciamo un gioco. Io sparo delle parole che per me hanno a che fare col cambiamento pugliese, e poi tu dici le tue. Vado: Operazione Primavera – Franco Cassano – Melpignano – Italian SudEst – Punta Perotti – Emiliano – Vendola.
Il Rinascimento non fu causato da un meteorite caduto a Fiesole tra XV e XVI secolo.

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