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Le storie degli altri

Dove cadono le granate — Emmanuel Carrère

A nessuno dei due, né a Jean Rolin né a Jean Hatzfeld, piacerebbe assumere il ruolo dell’eroe positivo in queste pagine. Pazienza. Ammiro il loro coraggio, il loro talento, e soprattutto il fatto che, come il loro modello George Orwell, antepongano la verità a ciò che vorrebbero fosse la verità. Anche loro, come Limonov, non fingono di ignorare che la guerra è eccitante e che, potendo scegliere, ci si va non per virtù ma per piacere. Amano l’adrenalina e l’accozzaglia di spostati che si incontrano sulle linee di ogni fronte. Non sono indifferenti alle sofferenze delle vittime, a qualsiasi campo esse appartengano, e riescono a capire, fino a un certo punto, anche le ragioni dei carnefici. Curiosi del mondo nella sua complessità, se si trovano di fronte un evento che contraddice il loro punto di vista non solo non lo occultano ma lo mettono in risalto. Ed è il caso di Jean Hatzfeld, il quale, per una sorta di manicheismo condizionato, credeva di essere finito in un’imboscata di cecchini serbi decisi a colpire un giornalista, e dopo un anno di ospedale è tornato a Sarajevo per indagare giungendo alla conclusione che i proiettili che gli erano costata la gamba provenivano, per colmo di sfortuna, da miliziani bosniaci. Questa onestà mi colpisce ancor più perché non sfocia nel “sono tutti uguali” che è la tentazione di quelli che la sanno lunga. Giacché arriva infatti il momento in cui bisogna scegliere da che parte stare, o comunque da quale posizione osservare gli eventi. Superata la prima fase dell’assedio di Sarajevo quando, con l’acceleratore a tavoletta e a prezzo di enormi spaventi, era ancora possibile bordeggiare da un fronte all’altro, si doveva scegliere se raccontare gli eventi dall’interno della città assediata o dalle postazioni degli assedianti. Anche per uomini come i due Jean, restii a unirsi al coro delle anime belle, la scelta è stata naturale: quando uno è più debole e l’altro più forte, si continua, per onestà, a sottolineare che il più debole non è tutto bianco e il più forte non è tutto nero, ma ci schiera col più debole. Si va dove cadono le granate, non dove partono. Quando la situazione si capovolge, per un istante si resta sorpresi di provare, come Jean Rolin, “una innegabile soddisfazione al pensiero che una volta tanto erano i serbi a beccarsi tutta quella roba”. Ma è un istante che non dura a lungo, la ruota gira e, se si è quel genere di uomo, ci si ritrova a denunciare la parzialità del Tribunale internazionale dell’Aia che persegue con inflessibilità i criminali di guerra serbi ma lascia gli omologhi croati e bosniaci alla prevedibile clemenza dei loro tribunali nazionali. Oppure si fanno dei servizi sull’orribile condizione in cui vivono oggi nelle loro enclave del Kosovo i serbi sconfitti. Una regola, atroce ma raramente smentita, vuole che carnefici e vittime finiscano per scambiarsi i ruoli. Bisogna adattarsi in fretta, e non avere lo stomaco delicato, per restare sempre dalla parte di queste ultime.


Emmanuel Carrère | Limonov (trad. Francesco Bergamasco)

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Storie

Dove si mischiano i mari: Emmanuel Carrère, dal vivo

Ho incontrato la scrittura di Emmanuel Carrère circa dodici anni fa per la prima volta. Venivo da anni di letture di saggi, soprattutto musicali, e m’era tornata voglia di fiction. Così andai da mia madre, lei consultò la libreria di famiglia e tirò fuori Baffi. Romanzo dell’ambiguità di essere e non essere sé stessi agli occhi degli altri, lo adorai così tanto da finire con l’incorporarlo in uno dei racconti del mio primo libro.

Curioso, a pensarci oggi, oggi che Emmanuel Carrère è considerato il re del reportage dopo aver ripudiato la fitcion. Ad ogni modo, quando ho saputo che Carrère si sarebbe palesato quaggiù in Puglia non ho esitato un attimo. Dovevo conoscerlo, al di là dell’idolatria e del feticismo che impesta quest’epoca di hype ed eventi.

Leuca, dove si sarebbe tenuto l’incontro, è molto lontana. Direi che soprattutto reclama lontananza. Uno pensa che il Salento è tutto lì, Lecce e dintorni, e invece Leuca è un altro mondo. Tanto che mentre la raggiungi ti viene da pensare che stai tornando indietro nel tempo. Verso Gallipoli poi il paesaggio cambia. Meno cemento, più natura selvaggia, e un elenco di paesini come rigurgitati in terra da una mamma-uccello premurosa e subito dimentica del suo ruolo: Salve, Ruffano, Barbarano, Montesano, Montesardo, Alezio, Patù, Morciano…

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Le storie degli altri

La parte del colibrì

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“No, lei no! Oggi pomeriggio Laurent Cantet, la settimana scorsa Michael Haneke, è passato di qui anche Charlie Winston, ma lei proprio no, Carrère, no! Ne abbiamo le scatole piene, mi scusi l’espressione, dei vip che vengono a riempirsi le tasche a spese nostre e che a noi, chiusi tra queste mura, ci prendono per dei topi da laboratorio! Che è venuto a fare qui? Si è ritagliato una decina di giorni tra Il Regno e la sua prossima fatica letteraria per dormire al Meurice, scrivere qualche pagina su un giornale e dire la sua sulla nostra città? Avrà notato che ho detto ‘la nostra città’ come se ormai mi sentissi una di qui. Lo sa, Carrère, che in tre anni passati in questo abisso sono stata contattata almeno una volta alla settimana da persone che arrivavano da fuori e che come lei volevano scrivere, filmare, raccontare al microfono quello che hanno visto, credendo forse di fare meglio degli altri, volendo sicuramente appagare l’imperioso bisogno di svolgere il proprio compitino? Calais è diventata uno zoo e io sono una di quelli che staccano i biglietti. L’iter lo conosco bene e allora mi chiedo: lei, Carrère, da chi si lascerà irretire? Andrà a respirare l’aria del Channel (dove l’ho già vista)? Della Betterave (l’ho vista anche lì)? Del Minck (dove, ci scommetterei, l’hanno portata a stringere la mano a tutti)? Non lo so, non ho un’idea precisa, ma di una cosa sono sicura: la sua impresa sarà comunque un fiasco.”

*

Nella foresta scoppia un incendio, tutti gli animali fuggono, solo un colibrì vola fino al fiume, si riempie d’acqua il minuscolo becco e riparte velocemente per versarne il contenuto sulle fiamme. E continua così, andando avanti e indietro per tutto il giorno, fino a quando un ippopotamo gli fa notare che quelle poche gocce su un incendio così grande sono ridicole; lui risponde: forse, ma faccio la mia parte. La parte del colibrì, per i miei amici di Calais, consisteva, quando i migranti occupavano ancora gli edifici abbandonati nel centro della città, nel portargli cibo, coperte, vestiti, nel discutere con loro, e ora che li hanno evacuati e trasferiti nella Giungla, nel fare più o meno la stessa cosa, ma un po’ meno spesso. Si sentono in colpa, si chiedono angosciati quanto coraggio avrebbero dimostrato sotto l’Occupazione, gli piacerebbe impegnarsi di più — proprio come piacerebbe a me, che nel quartiere in cui vivo, a Parigi, avrei a disposizione tutti gli afgani e i curdi del mondo, se solo volessi essere un colibrì più energico.


Emmanuel Carrère | A Calais

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Le storie degli altri

Io sono vivo, voi siete falsi

dick
(Fonte immagine)

A trent’anni, quando scriveva il libro che ho appena finito di riassumere, Philip K. Dick pensava di essere un misero scrittore proletario, condannato per (mal) guadagnarsi da vivere a scrivere a macchina il più in fretta possibile delle storie per adolescenti che lo distoglievano dall’opera letteraria sulla quale contava per lasciare la sua impronta sulle sabbie del tempo.
Tuttavia, presentiva che quella valutazione rendeva conto in maniera completa della realtà: che in realtà, e a sua insaputa, stava facendo qualcos’altro. Ma che cosa?


Emmanuel Carrère | Io sono vivo, voi siete morti

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Microrec

L’avversario, Emmanuel Carrère

carrère L'avversario

«Scoprendo che la Grazia non consiste nella realizzazione dei miei desideri, per quanto generosi e altruisti, ma nella forza di accettare tutto con gioia, dal fondo di questa cella il mio De profundis si trasforma in un Magnificat, e tutto diventa Luce.»

Di fronte al dramma, letterario o meno, gli atteggiamenti possibili sono quelli del disperato o del credente. C’è però una terza via, che tuttavia esclude l’esorcismo e la redenzione previsti rispettivamente nel primo e nel secondo caso, ed è la volontà di comprendere. Di fronte alla storia, vera, di Jean-Claude Romand, Emmanuel Carrère tenta allora quest’altra strada. Ricercatore per l’OMS, esponente di una classe alto borghese oggi in via d’estinzione, Romand ha ucciso moglie, figli e genitori. Sopravvissuto all’incendio con cui avrebbe voluto punirsi, viene fuori che ha mentito per una vita intera. In fondo è come se lo scoprisse anche lui: non è un medico, non lavora all’OMS, ha millantato amicizie importanti, inventato viaggi di lavoro, i soldi che ha tirato su li ha fatti truffando i suoi vecchi e quelli della moglie. Di fronte a questo celebre fatto di cronaca, Carrère tenta per prima, comunque, la via del romanzo: e gli viene fuori La settimana bianca. Ma poi Romand, in attesa del processo, risponde dal carcere alla sua richiesta di incontrarlo. E così Carrère vede in faccia l’assassino, lo segue durante il processo e ricostruisce la vicenda da un punto di vista esterno, che non giudica, che non impone particolari e diabolici artifici letterari al lettore, avvicinandosi invece a Satana (Romand o l’avversario del titolo, secondo la Bibbia) con uno stile piano, senza picchi e con – addirittura – molte espressioni del gergo comune («Sarebbero piaciute a Romand»). La sospensione dell’incredulità è garantita dal fatto che noi sappiamo vero, fuori dal testo, ogni avvenimento citato nel libro. E senza accorgercene, che si tratti di autofiction o di semplice documentario, Carrère ci sprofonda nell’orrore a portata di mano costituito da quel Romand ancora sopravvissuto (il suo ergastolo dovrebbe concludersi proprio nel 2015): un uomo normale, in carne e ossa, convinto che le menzogne di una vita intera e l’assassinio lo abbiano avvicinato alla Grazia. Carrère ci lascia così con la sensazione che sottilmente l’Avversario sia in ognuno di noi, potenzialmente ogni giorno, non tanto nel costruire e interpretare una parte, il pieno, quanto nel contrastare quel vuoto che, non affrontato, scatena la messinscena: Satana, nel Corano, è detto anche Suggeritore.

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