Storie

Dio e la carta

Se all’epoca degli Antichi avessimo avuto già luce e gas, Prometeo non avrebbe rubato il fuoco e forse gli dèi non si sarebbero mai palesati all’uomo. Oppure chissà, magari avrebbero implorato un po’ di attenzione da parte nostra. Di certo, noi non avremmo avuto la più grande scoperta scientifica di tutti i tempi: e cioè la divinità stessa.

Oggi infatti adoriamo la tecnica e la scienza ignorandone completamente il funzionamento, la loro vita interiore. Facendone metafisica. Adorando questo dio che balbetta e stenta a rivelarsi, come dice Walter Siti, e soprattutto non si dà un nome (come del resto dovrebbe fare ogni divinità che si rispetti).

Ad ogni modo. Ieri sono stato a teatro a seguire uno spettacolo su un celebre romanziere cileno. Nel frattempo arrivavano gli sconfortanti dati sulla lettura di libri di carta in Italia. Mettendo insieme le due cose, in nottata ero arrivato a queste conclusioni.
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Storie

Cinque libri da non leggere in spiaggia

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Cinque libri da non leggere assolutamente in spiaggia. Anche perché quest’anno, fin qui, il caldo è stato poco e poco convinto. Ma non c’è manifestazione letteraria più sublime della vita vera che irrompe e impedisce la letteratura stessa.

*

Comiche, Gianni Celati
Scrittura manicomiale. Comicità da commedia slapstick in una lingua che dolorosa delinque. Gianni Celati prende appunti dagli appunti di quelli che un tempo si chiamavano pazzi, poi handicappati, poi borderline, infine diversamente abili, per finire come tutti gli altri, un giorno, per perdere il lume ma anche il nome.

Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy
Rispetto al film (non si paragonano film e libri) il killer non ha nulla di buffonesco. Di più. Non solo non conosciamo gli intenti più intimi, ma neppure il volto di Anton Chigurh (il male assoluto si manifesta senza occhi né giustificazioni). Il calore delle terre di McCarthy è quello del deserto (o dell’inferno), non certo quello di una spiaggia. E poi quello della fiamma finale, della fiaccola che induce, comunque, alla speranza racchiusa in un sogno.

Tre raccontiTommaso Landolfi
Landolfi scrive in una lingua sua, estinta anche nel momento in cui è viva. Questo è un complimento. Landolfi è un autore, non solo un narratore, e questo è un vizio o un dono per alcuni imperdonabile (spesso si maledice il dono per santificare il vizio). Curioso che queste storie siano sopravvissute al nome del creatore e siano rimaste nell’aria, conosciute anche da chi Landolfi non lo ha letto mai. Nello specifico, tre donne astruse, incomprese e inafferrabili si sostanziano in una quarta, nel fantasma del quarto personaggio.
Il filtro dell’assenza è la miccia di ogni racconto.

Palomar, Italo Calvino
Il meticoloso scomporre la realtà del signor Palomar mira a farne granelli di sabbia. Lo consiglio proprio perché non riuscii a leggerlo sulla spiaggia. Lo terminai un anno dopo, ma a novembre, quando si andava componendo l’autunno e la lente d’ingrandimento poltriva, inutile, nello zaino.

Ieri, Agota Kristof
Un bel libro che mi trova in disaccordo. Se Tobias smette di scrivere è perché impara una lingua nuova, che è quella della vita che fluisce e non ha bisogno di continue puntualizzazioni. Lui smette, ma io credo che non si smetta mai, neppure quando si smette davvero. Forse bisognerebbe indagare l’interruzione più che la dismissione, o almeno la differenza tra queste due condizioni. Che è forse ciò che più distingue la nostra quota di partecipazione al mondo. Se davvero fosse plausibile il finale di questo libro, del resto, non avremmo avuto questo stesso racconto.

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Fare Malesangue

Orientarsi senza stelle – Carver nudo crudo e letto in pubblico

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Abbiamo deciso di leggere Raymond Carver e lo faremo in pubblico. Pensiamo che il mondo ne abbia davvero bisogno. Per la precisione, leggeremo Orientarsi con le stelle, in cui sono raccolte tutte le sue poesie.

Orientarsi con le stelle non è solo un bellissimo libro, è soprattutto una guida.

Per chi alza gli occhi al cielo e lo trova improvvisamente vuoto. Per chi brancola nel buio come la polizia nei poliziotteschi anni ’70. Per il viandante che torna a casa per cena e per cena non ha che se stesso. Per chi è randagio e non ha nessuna scia di sangue da seguire, se non il proprio.

con
Jack Facciadacane – voce recalcitrante
Piccolo Chinchincha – chitarre

e con il supporto di
Pelo di Cane per l’occasione Pumes – illustrazioni dal vivo
Enrico La Ciotola – progetto graffico

Orientarsi senza stelle – Carver nudo crudo e letto in pubblico
28 dicembre 2013
Francavilla Fontana (Brindisi)
Libreria Francavillese
ore 19:00
Info. 0831853193

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Storie

La grande stanchezza

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[Questo post, uscito oggi su Scrittori Precari, continua evidentemente da QUI e da QUI, ma può essere letto in totale autonomia rispetto ai pezzi indicati. Buona lettura.]

Un vecchio maestro mi ha detto che nell’Ottocento, coi romanzi, era la stessa cosa. La gente ci finiva dentro, ci restava attaccata, assumeva pose e si rappresentava come nel libro che stava leggendo. I libri erano in grado di permeare le nostre vite fino al midollo. Erano pervasivi.
Adesso tutto si misura sulla pervasività della rete. Il modo in cui ci rappresentiamo, in cui diamo indicazioni di noi stessi (la musica che ascoltiamo, le foto in cui siamo felici o solo ridicoli, i posti in cui andiamo, ecc.). La narrazione delle merci, su cui hanno costruito la loro fortuna molti scrittori americani e anche qualcuno nostrano (mi viene in mente Aldo Nove, ma potrei sbagliarmi), ha fatto il suo tempo. Bisognerebbe raccontare di come le merci siano divenute un corollario, di come le vere merci siano le sensazioni, i sentimenti, le esperienze, tutto ciò che costruisce una persona. Tutto questo accade mentre là fuori c’è una spaventosa crisi economica mondiale. Da queste parti la sensazione è sempre quella del Titanic, dell’affondare cantando.
Registro in questi giorni che alcune cose funzionano con dinamiche molto simili: si sta progressivamente espungendo il fatto letterario dalla letteratura (sempre più simile alle sceneggiature dei film o alle guide turistiche) e la vita dalla vita. Quest’ultima cosa mi pare molto preoccupante. Si sta eliminando dalla vita l’idea della fatica fisica, della disperazione, della morte reale, fuori da ogni rappresentazione – non certo perché le tre cose non esistano (più), è appunto l’idea che esistano che viene fatta fuori. Per dire, nessun tossico mostra il cucchiaio e la siringa su un social network, però posta musica da tossico.
Sarebbe sano, e molto più semplice, accettare la fatica, la disperazione, la morte.

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Fare Malesangue, Storie

Intendimenti preliminari

Per intendere la poesia, bisogna dimenticarsi degli umani. Funziona come per il mito. Bisogna dimenticare e farsi dimenticare. Se frequenti troppo gli umani, ti dimenticherai che c’è una versione più elevata e sublime, anche nel peggio, di ogni questione umana.
[…]
Si finirà comunque per leggere molti più libri di quanti se ne possa scrivere; è una cosa buona. Certo, ci sarà sempre e comunque da rimpiangere che non si è potuto leggere tutti i libri che si desiderava; resta il fatto che uno può scrivere cinquanta, cento, forse duecento libri, e che comunque ne avrà letti molti di più, il che – a quanto pare – è il requisito minimo per scrivere bene.
[…]
Tuttavia i libri portentosi, la cui influenza per stile e temi dura una vita intera, sono forse una decina e sono quelli che si è letti per primi. Questi libri, ai quali si arriva in via del tutto arbitraria, contengono già quelli che si leggeranno in seguito; sono gli unici necessari, gli unici che ritornano, anche indirettamente, a influenzare il nostro moto scrittorio per una vita intera.
[…]
Uno all’inizio è portato a pensare che scrivere consista soprattutto in quel che si ha da dire. In un certo senso nel contenuto, nelle storie in sé, o nei temi. Poi si impara che c’è anche un modo per farlo, e dunque l’urgenza di dire inizia a conoscere diversi filtri. Il filtro della forma dipende in parte dai libri che si leggono. In poco tempo si realizza che si può scrivere molto meglio, che poi è alla maniera di quel tale o di quell’altro, e che basterebbe un poco di esercizio, o anche una intensa intuizione di gusto letterario, per riuscirci. Insomma, tutto ordisce perché uno non trovi la propria voce o, se l’ha trovata, la smarrisca presto. Ma non è parlando o pensando di scrittura che uno la trova o la ritrova. Un musicista non suona parlando del suo strumento. Lo suona suonandolo. Parlandoscrivendo non si sta scrivendo, si sta parlandoscrivendo, appunto. Solo scrivendo uno percepisce la propria voce di scrittore.

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Interviste, Storie

Signora Lettura

Cara Signora Lettura,
le scrivo una lettera, le scrivo una lettera piuttosto che rivolgerle direttamente la parola perché non ne ho il coraggio sebbene non si direbbe, sebbene io e lei, davanti al mondo, sembriamo essere in quella sorta di incanto e contatto diretto e interrotto che sa essere ogni discorso amoroso e allora le scrivo una lettera perché la sola idea di mostrarle i miei occhi adesso mi schianta al terreno e mi toglie le ultime briciole di coraggio e forza che sento d’avere e sappia, sappia che questa lettera non avrà tuttavia il ritmo e il respiro (figurarsi il fiato) di una lettera normale, perché almeno con questa mia vorrò essere io, vorrò pensare e una volta di più avere la presunzione di poter essere io a mandar lei con le gambe all’aria, per una volta e poi ancora per ogni volta che lei mi leggerà qui, com’è del resto tipico di lei, di lei in cui incappo e ogni volta che accade sono le mie, di gambe, a cedere, e però perdoni il modo sbagliato, io sono imperfetto e difatti dovevo dire “incappavo”, poiché il punto è proprio questo, anche se punti non metterò, il punto è proprio questo e cioè che Continua a leggere

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Interviste

Ma son cose, cose, cose dell’altro mondo! La rivista d’approfondimento culturale «Il Minchione» mi intervista

[per una volta la foto è mia]

Uno può passare tutta la vita a scagliarsi contro intellettuali posoni, parrucconi che rimandano indietro le lancette dell’orologio culturale del nostro Paese di almeno vent’anni; e può impegnarsi a non fare salamelecchi in giro per la Rete o per i circoletti pseudoartistici del circondario pur di esibire una presunta onestà intellettuale… Ma! Quando poi quella che è comunque un’istituzione nell’Italia di quest’inizio millennio viene a chiederti se vuoi rispondere a qualche domanda, be’, c’è poco da fare. Non puoi tirarti indietro. Sto parlando ovviamente de Il Minchione, nota rivista d’approfondimento culturale che si ostina a essere solo cartacea — neppure un’indirizzo di posta elettronica, hanno — e di uno dei suoi redattori, Torlindao Casalegno, che tempo fa mi ha telefonato per dirmi che un certo mio vecchio pezzo l’aveva incuriosito. Ero così intimidito che non ho avuto neppure il coraggio di chiedergli chi gli avesse dato il mio numero. La telefonata si è presto trasformata in una gradevole conversazione che riporto qui di seguito.

Da dove nasce la poesia L’uomo nel cielo?
Non è una poesia. È una canzone. Comunque, l’ho scritta tempo fa come molte delle cose che pubblico su sanguedalcaso. Il riferimento al cielo mi interessava come luogo unico che ritorna in molte canzoni, tra l’altro le più semplici, scritte e cantate dagli uomini in ogni parte del mondo. Da chi finisce in miniera e guarda al cielo come a una speranza fino all’innamorato che s’interroga sullo stato di salute del proprio amore studiando le nuvole (se ci sono).

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