Storie

Lettera a un libro mai nato

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Ti ho sentito, stanotte, il tuo voltare di pagine inedite.
Ti ho sentito e ho pensato: sei mio, ma non vuoi. E ho concluso: non avresti voluto venire al mondo. Sei stato tu, forse – tu, non io – a sabotarti, a impedirti di incarnarti in carta – carta vera, non quella di una stampante domestica – a impedirti l’iscrizione, coatta, a quel club di libri pronti a bruciare nella caldaia della vasta locomotiva editoriale: questo mezzo lentissimo e scaltro, furbo, evanescente.
Niente balletti in saloni o piste da circo, per te; e in questo non posso che rispettarti.
Ma adesso, adesso che tempo ne è passato abbastanza, adesso io posso parlare – più che di te, posso parlare con te.

Ho scoperto che il tempo è per la scrittura ciò che il forno è per il ceramista – il ceramista, sì, il quale scopre, solo dopo l’attesa del fuoco, se il pigmento ha restituito il disegno o se invece, al contrario, il vaso non sia esploso. Così adesso io posso scorrerti, compatirti, adorarti: ma senza più tatto, né sguardo creatore.
E tempo ne è passato a sufficienza anche verso il fuori, verso l’esterno: ricordo i giorni di euforia, subito dopo averti finito, e quelli successivi, da perfetto burocrate, operaietto tuo soltanto: giorni in cui sceglievo gli editori – giusto una manciata, di quelli che avrebbero potuto pagare – e uno per volta gli scrivevo, con pazienza e con calma, per dire: guardate, questo è tutto ciò che ho fatto, che ho saputo fare.
Non ero io, eri tu a muovere me: e con questo non voglio sottrarmi, perché un essere umano inespresso può comunque ricevere infinitamente più approvazione (l’amore è un’altra cosa) di un libro mai nato.

Ed è in fondo a me che questi editori, per la maggior parte, non hanno neppure risposto – ad eccezione di due: il primo, un editore di buon nome caduto in disgrazia (l’ho capito dalla risposta) che alla fine di un lungo giro telefonico mi ha chiesto dei soldi. E io gentile ho detto di no – avrei dovuto indignarmi perché al giorno d’oggi c’è ancora chi si aspetta che qualcuno ci caschi?
Il secondo: una risposta circostanziata, educata, così circostanziata educata da mancare totalmente il bersaglio. Però ho esultato: a ogni no corrisponde un progetto editoriale, un editore che sceglie, seleziona, non pubblica tutto. E non abbiamo mai creduto, né io, né tu, alla retorica dei gran rifiuti che per magia tramutano un’operetta nel classico imperdibile.

Il fatto è che mi dispiace. Avrei dovuto forse frequentare più spesso i presidi editoriali in cui succedono i dài ci sentiamo, i perché no, i fammi leggere qualcosa? E poi i party, le feste (sono cose diverse), le tavole rotonde, i laboratori di scrittura, le lettrici incallite (nel tempo libero correttrici di bozze)? Sai che non fa parte di me, ma soprattutto non fa parte di te.
In te c’è il rifiuto per tutto questo, per il luogo comune che si fa editoria. Per ogni luogo che si fa unico luogo d’incontro ancora possibile per una comunità che altrimenti sapremmo inesistente.
Pubblicare, su questo siamo in accordo, non è un diritto. E per non rendere questa mia lettera un chiagn’e fotte perverso, adesso dico di te, di quello che saresti stato, se solo avessi voluto.

Il fatto è che con te ho raccolto racconti – e già questo ti ha penalizzato: questa forma più o meno breve, irriformabile proprio perché clandestina, fondamentalista.
Hai iniziato ad abitarmi tanti anni or sono, forse già dal 2009, quando bufale e complotti non erano ancora assurte a canone o genere letterario; sei nato con quelle prime cisti brevissime che ho lasciato crescere nel mio corpo estraneo fino a diventare storie complete. E via via, crescendo, abbiamo abolito insieme ogni riferimento alla realtà, alla cronaca, mantenendo però un certo gusto per la parodia della crònica, per quel che ci era accaduto – però traslato, trasceso, reso più intenso dal classico filtro da lavatrici letterarie.
Ho saturato con te un immaginario che non mi è più utile, questo è vero: ma finalmente ho saputo.

Ho saputo, per sempre, che certe categorie e certe opinioni non hanno senso d’esistere se non come cliché letterari, feti ideologici abortiti anche loro sul nascere; che certi sguardi sull’altro sono retorici finché non vivi l’altro davvero, finché non lo consumi riscrivendolo in proprio; ora so pure che il martirio e la decapitazione, di cui mi sussurrasti nel 2010, non hanno nulla d’esotico e sono anzi desiderabili, intimamente e in forma non solo allegorica, da chiunque sia in debito di senso, fama o identità – da qualsiasi bianco iscritto su Facebook; e so pure che in assenza di spirito non trionfa alcuna ragione, ma prende piede un cubo nero che ci inghiotte e ci restituisce all’orrore.
Ora so, infine, che l’idiozia è la forma più sublime d’intelligenza, e che il tempo non scorre per niente, che ciò che accadrà ieri è accaduto domani e che il presente è una coincidenza, un’intersezione di tutti i piani temporali in cui c’è stato amore o anche solo la sua imitazione.
Quel che so grazie a te adesso è mio per sempre. Ma a te cos’ho dato?

Vedi, come ho detto ti so comunque orgoglioso di non essere nato. Perché forse è questo che fa di me e di te una sola, latente irriducibilità.
L’antilibro, il libro inespresso, è un assoluto (non un classico) davvero. Il libro che non partecipa, in cui la scrittura non è lasciapassare verso alcun rango ma forma d’uscita da qualsiasi archetipo di società umana.
E lo dico, come tu lo hai detto, senza alcun desiderio di romanticismo al contrario: in te c’è un antidoto anche a questo, al tono lugubre da poeta che s’intrappola in prosa – ovvero: da adolescente intrappolato in un’età che non è più quella sua – e quell’antidoto è il gioco, il riderne senza ridere però di tutto.
E questo, al di là dell’incompiutezza che è mia e che in qualche modo deve averti contagiato, è un peccato, non si fa e non si perdona nelle società letterarie.

Oggi noi adoriamo l’io, il nostro o l’altrui, meglio ancora se scaturisce come scintilla senza fiamma dalla sovrapposizione di letterato e intellettuale, di rococò e opinione: non esiste scrittura che sia scissa dal suo autore, che sia detta da una maschera e non da quell’io denudato e dato in pasto ai cannibali sociali.
Io tutto questo rifiuto, e tu con me l’hai scansato e questo no, nessuno, ripeto, può perdonartelo.
Forse è questa la nostra comune incompiutezza? O forse è quella militanza – contro la religione dell’ultraintreccio, dell’ultradramma, contro il personaggio complesso, psicologizzato e malato – l’unica che ci siamo dati da dire, oltre a quella del ludum senza patie, della possibilità di scindere scrittura e sofferenza, di smettere di essere il cricetino che si addolora per il gaudio in gabbie altrui?

Io in te ho visto questo: la possibilità di dire, senza esaurire, una serie di cose d’inchiostro e non più di carne, perché l’inchiostro è cortese, elegante, e la carne sempre, sempre e soltanto mattanza; perché in fondo là fuori ce n’è già a sufficienza – non mi riferisco alle cronache di guerre inventate, ma al nostro esporci, continuamente, in forma di scritture e di immagini, il nostro autoiscriverci nel registro di indagini sul nostro stesso conto strasaputo.
Tutta questa vita mediata, che stanca più di quella vissuta.
Contro questo abbiamo scritto, forse, cercando angoli bui in cui fosse ancora possibile fare della sana, giocosa pornografia.

In una mossa su tutte, però, ho peccato – non certo nel raggruppare i tuoi pezzi come nel disco di una band fantasticata, e neppure nel darti fili invisibili da seguire con gli occhi di un cieco; è che ho creduto che assoluto e universale potessero coincidere con forme, voci e toni più classici, dimenticando che anche il classico è sempre in relazione con un’epoca – che durerà pure mille anni, ma epoca resta – e che questa, poi, a sua volta lo dimentica.

Così ti ho reso lento, imbrigliato in un ritmo inespresso, compassato, da Adelphi illustrato per lettori d’asilo.
Questo va detto, perché non sia un piangere per fottere, dicevo, e per dire che pure il tuo restare in potenza, in fondo, ti ha salvato da quei limiti miei e che miei restano ancora (ecco forse cos’è che ti ho dato davvero).

Senza forma – senza forma editoriale – tu, al contrario, resti assoluto. Pensaci bene: nessuno può averti. In ogni rifiuto sei cresciuto non perché potessi riscriverti meglio: quanto per regredire all’inedito, all’impubblicabile, a ciò che non si sostanzia in alcun chiacchiericcio o sentenza (e che neppure rinfranca l’io del suo autore finché quello è ancora in vita e straparla).
Tu hai la dignità delle cose inespresse: e non fai dibattito, né proseliti.
E mentre precipiti nel pozzo dove tutto è terrore, incertezza e terrore, forse davvero hai vissuto più d’altri. Forse pure più forte di me, che sono stato pronto ad accoglierti in tutti questi anni in cui niente m’aspettavo da me e dagli altri.
Non ti sarebbe piaciuto nascere, ecco la conclusione: ma come un dio minore partorito dalla luna tu sei esistito – perciò esisti comunque.
Questa è la tua vendetta, la sola, di cui neppure hai bisogno.

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