Le storie degli altri

Un’industria per l’arte

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George Tooker, Government bureau

La questione circa la morte del romanzo è un evidente false flag che finisce col rafforzare il romanzo come mero prodotto editoriale […] In altri termini la domanda non è se il romanzo sia morto o meno, ma se per la maggior parte non sia diventato un prodotto codificato, seriale, da dare in pasto a un pubblico che surrettiziamente l’industria editoriale considera un ammasso di bambini idioti […] è chiaro, ovviamente, che i grandi romanzi intesi come opere d’arte continueranno a esistere, quei romanzi intensi, che ti avvolgono e completano e ti fanno vivere altrove per qualche giorno […] Ma la questione dovrebbe essere, piuttosto: cosa può fare di diverso, di autenticamente diverso, oggi, il romanzo? O addirittura l’oggetto libro, perché no, come in fondo si è chiesto Tommaso Pincio in un intelligente articolo su Geoff Dyer […] Badate bene, qui non si parla soltanto di industria editoriale, ammesso che ne esista una, ma – si sarebbe detto un tempo – di industria culturale […] Cos’è questo prodotto tipico che chiamiamo romanzo se non un’operetta ben codificata – lo si è detto – e rassicurante, da produrre in serie? Non trova forse il suo equivalente nello sceneggiato televisivo da prima serata, nel disco di canzonette da scaricare da Youtube, buono solo a giustificare un tour estivo? Il punto è che un’industria non si limita a produrre solo perché può farlo – e nel caso del sistema editoriale non potrebbe neppure –, ma produce razionalmente […] cioè non si può produrre lo stesso identico prodotto, chiesto allo stesso modo a un numero di artisti/produttori di contenuti e persino critici che diventano così tutti uguali (quando l’industria non li forma perché lo diventino), destinato a un numero finito e limitato di fruitori totalmente immaginari, che non esistono cioè né per qualità né nelle quantità che l’industria stessa  […] Ovviamente si tratta di una bolla, di una bolla che dura da quarant’anni o forse cinquanta o sessanta e che necessita di uno slittamento, di una rivoluzione che non verrà certo dai produttori (industria e creatori) ma dal pubblico, quando il pubblico […] E non sarà una rivoluzione dell’arte per l’arte – il punto non è avere le sale o gli account Netflix pieni di film à la Lars Von Trier, ovviamente – ma dell’industria per l’arte.


Macramé Ballantini | Lo sfizio e altri saggi critici

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