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Le storie degli altri

La frontiera — Alessandro Leogrande

Nelle prime righe di La linea d’ombra, Joseph Conrad scrive: “Già. Si va avanti. E anche il tempo va, fino a quando innanzi a noi si profila una linea d’ombra, ad avvertirci che bisogna dire addio anche al paese della gioventù…”
Il paese della gioventù… Dirgli addio. […] Spesso l’ingresso nel mondo degli adulti, la scoperta della morte, dei saliscendi della vita, avviene nei viaggi. Conrad intuì che ci sono frontiere della propria biografia che coincidono con le frontiere del mare. Proprio lì, dove i confini certi si fanno incerti, si aprono infiniti varchi per il passaggio in un’altra età della vita.
Proprio lì, in mezzo all’andirivieni delle onde, in un luogo imprecisato, senza coordinate cui aggrapparsi, dove tutto è orizzonte, sole di giorno e stelle di notte, e vomito, ansia, silenzio, promiscuità di corpi, proprio lì dove l’infinito coincidere con la nullità di ognuno, in quel luogo imprecisato, si dice addio al paese della gioventù. O meglio, alcuni riescono a dirlo, mentre altri intorno appassiscono.

[…] Non è solo una questione di parole. Non riguarda solo i termini giusti da trovare per descrivere ciò che avviene ai bordi d’Europa. È come se la consapevolezza del sommovimento del mondo vada scemando mano a mano che ci si allontana da quei bordi e si penetra nel cuore dell’Occidente. Accade a Roma, a Milano, Parigi, Francoforte. E invece c’è una faglia sotterranea che taglia in due il Mediterraneo da est a ovest. Dal Vicino Oriente fino a Gibilterra.
Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la Frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o rimanere nell’altra.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, il confine principale tra il mondo di qua e il mondo di là cade proprio tra le onde di quello che, fin dall’antichità, è stato chiamato Mare di mezzo.
Se l’angelo della storia di Walter Benjamin venisse risucchiato ora, proprio in questo momento, in un vortice che lo sospinge verso il futuro, con la faccia rivolta verso il passato e il cumulo di violenza che si erige incessantemente, vedrebbe innanzitutto il continuo accatastarsi dei corpi dei naufraghi, il vagare dei dispersi nella lotta dei flutti.

[…] Da qui la mia ossessione. Se le coste europee non possono essere che frontiera, tanto vale provare a fissare sulla sabbia alcuni dettagli, alcuni brandelli di esistenza, che altrimenti verrebbero meno col venir meno delle persone. La frontiera è un termometro del mondo. Chi accetta viaggi pericolosissimi in condizioni inumane, attraversando i confini che si frappongono lungo il suo sentiero, non lo fa perché votato al rischio o alla morte, ma perché scappa da condizioni ancora peggiori. O perché sulla sua pelle è stato edificato un mondo che gli appare inalterabile.


Alessandro Leogrande | La frontiera

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One thought on “La frontiera — Alessandro Leogrande

  1. Se dico bestemmie dimmelo, ma sento che Alessandro (che qui, ancora, mi commuove) è volato via in tempo per non vedere qualcosa ancora di costruito sulla pelle di altri, e intendo la questione Gerusalemme/Trump.

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