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Le storie degli altri

Come giocarsi il Premio Nobel — Kurt Vonnegut

Un tempo ero proprietario e direttore di una concessionaria di auto a West Barnstable, nel Massachusetts: si chiamava Saab Cape Cod. Ha chiuso i battenti trentatré anni fa. La Saab, allora come adesso, era una macchina svedese, e ormai sono convinto che il mio fallimento come venditore all’epoca spieghi quello che altrimenti rimarrebbe un profondo mistero: come mai gli svedesi non mi abbiano mai dato il Nobel per la letteratura. C’è un vecchio proverbio norvegese che dice: “Gli svedesi hanno il cazzo corto ma la memoria lunga”.

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Le storie degli altri

Mio padre e le guerre dei mondi

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Università degli studi di Bari, anno accademico 1977-78: mio padre si laurea in lingue con una tesi sul rapporto tra cinema americano di fantascienza e ideologia tra il 1949 e il 1963. Per scriverla, il laureando Cosimo Montanaro ha viaggiato fino a Venezia e consultato infinite fanzine (o almeno questo è quello che racconta adesso, quando glielo chiedo).
Quarant’anni dopo la tesi spunta fuori dalla vecchia libreria di famiglia. Finalmente posso darci un’occhiata. Leggendola non posso non pensare alla riscoperta della sci fi (e del weird) di questi anni, a tutto questo materiale che ha costituito l’immaginario tornato ultimamente di moda grazie a nerd e informatici di seconda e terza generazione.
Per dirne una, nel 1978 Star Wars era uscito da un anno appena (precisamente nel maggio del 1977, per convenzione #maythefourthbewithyou), eppure nella tesi di mio padre si parlava già di space opera. E c’erano già la paranoia dell’atomica (ovviamente), le diseguaglianze economiche ormai di livello globale, il duello infinito tra tecnica e fede, il cinema degli USA come ideologia dominante e la paura di tutto ciò che poteva arrivare da fuori (molto prima dell’11 settembre e del remake de La guerra dei mondi, dunque).
Quello che c’era allora e che forse non c’è oggi era l’idea che il capitalismo non fosse l’unica strada percorribile dall’umanità. La cosiddetta utopia, insomma.

Ma soprattutto: rileggendo la tesi, e soprattutto nei passaggi in cui si parla di B movie, mi è sembrato di percepire la voce di mio padre affettuosamente ironica come quella di un Kurt Vonnegut alle prese con l’opera omnia di Kilgore Trout; un compendio di trame improbabili (e analogiche) per film altrettanto improbabili, che però molto raccontavano di un’epoca.
Quello che segue, allora, è un estratto a parer mio piuttosto significativo di tutto questo lavoro (oltre che il 500esimo post di Malesangue).
Buona lettura.

Nel 1953 compare sugli schermi The War of the Worlds (La guerra dei mondi) di Byron Haskin, probabilmente l’apporto più spettacolare al tema dell’invasione. Barré Lyndon ne trasse il soggetto per Haskin dall’omonimo romanzo di H.G. Wells, ma stravolgendone completamente l’essenza: l’orrore di Wells di fronte a una società e a un mondo che sentiva divenire ogni giorno più estranei, distrutti e trasformati dagli anni, viene ridotto al tema sempre vivo dell’invasione e rinnovato da un diffuso elemento religioso del tutto estraneo all’ateo Wells: se nel precedente The thing a tentare l’approccio pacifico (e inutile) con gli aggressori era stato uno scienziato che aveva gridato alla Cosa: “Non sono tuo nemico, sono uno scienziato”, qui ci prova un sacerdote. Questa volta le intenzioni del regista sono diverse: mentre lo scienziato ci era stato presentato da Hawks sotto una luce negativa, contrapposto all’eroe, Haskin ci presenta il reverendo Collins come un personaggio positivo, e la sua è una figura chiave nonostante compaia per breve tempo. Egli avanza verso gli extraterrestri tenendo davanti a sé una croce e recitando un passo della Bibbia: “Camminando attraverso l’oscura valle della morte, io non temo il male.”

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Le storie degli altri

Grazie per esserti servito di me! — Kurt Vonnegut

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“La cosa peggiore che potrebbe capitare a chiunque” disse Constant “sarebbe di non essere usati da per qualcosa da nessuno.”
Il pensiero la calmò. Si distese sulla vecchia sedia anatomica di Rumfoord e alzò lo sguardo verso la spaventosa bellezza degli anelli di Saturno: l’arcobaleno di Rumfoord.
“Grazie per esserti servito di me” disse a Constant “anche se io non volevo essere usata da nessuno.”
“Prego” disse Constant.
Cominciò a spazzare il cortile. L’immondizia che stava spazzando era un misto di sabbia, che il vento aveva sospinto nell’interno, gusci di semi di margherita, gusci di noccioline terrestri, scatolette vuote di pollo disossato e fogli appallottolati di carta manoscritta. Beatrice viveva quasi esclusivamente di semi di margherita, noccioline e pollo disossato perché non doveva cucinarli, perché per mangiarli non doveva neanche smettere di scrivere.
Poteva mangiare con una mano e scrivere con l’altra; e, più di ogni altra cosa al mondo, voleva prendere nota di tutto.
Con metà del cortile spazzato, Constant si interruppe per vedere se la piscina si stava vuotando.
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Storie

La grande stanchezza

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[Questo post, uscito oggi su Scrittori Precari, continua evidentemente da QUI e da QUI, ma può essere letto in totale autonomia rispetto ai pezzi indicati. Buona lettura.]

Un vecchio maestro mi ha detto che nell’Ottocento, coi romanzi, era la stessa cosa. La gente ci finiva dentro, ci restava attaccata, assumeva pose e si rappresentava come nel libro che stava leggendo. I libri erano in grado di permeare le nostre vite fino al midollo. Erano pervasivi.
Adesso tutto si misura sulla pervasività della rete. Il modo in cui ci rappresentiamo, in cui diamo indicazioni di noi stessi (la musica che ascoltiamo, le foto in cui siamo felici o solo ridicoli, i posti in cui andiamo, ecc.). La narrazione delle merci, su cui hanno costruito la loro fortuna molti scrittori americani e anche qualcuno nostrano (mi viene in mente Aldo Nove, ma potrei sbagliarmi), ha fatto il suo tempo. Bisognerebbe raccontare di come le merci siano divenute un corollario, di come le vere merci siano le sensazioni, i sentimenti, le esperienze, tutto ciò che costruisce una persona. Tutto questo accade mentre là fuori c’è una spaventosa crisi economica mondiale. Da queste parti la sensazione è sempre quella del Titanic, dell’affondare cantando.
Registro in questi giorni che alcune cose funzionano con dinamiche molto simili: si sta progressivamente espungendo il fatto letterario dalla letteratura (sempre più simile alle sceneggiature dei film o alle guide turistiche) e la vita dalla vita. Quest’ultima cosa mi pare molto preoccupante. Si sta eliminando dalla vita l’idea della fatica fisica, della disperazione, della morte reale, fuori da ogni rappresentazione – non certo perché le tre cose non esistano (più), è appunto l’idea che esistano che viene fatta fuori. Per dire, nessun tossico mostra il cucchiaio e la siringa su un social network, però posta musica da tossico.
Sarebbe sano, e molto più semplice, accettare la fatica, la disperazione, la morte.

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Fare Malesangue, Storie

Operazione Quarantaquattro – Una frottola di fine impero

Questo è il post numero 200 del Vecchio Malesangue; tra qualche giorno ci sono le elezioni negli USA.
Così, come in altre occasioni, ho pensato che questa fosse la (doppia) giusta occasione per fare un regalo ai miei lettori.

Operazione 44 – Una frottola di fine impero è il titolo del romanzo in paragrafi (in formato pdf) che ho deciso di donarvi. L’autore di quest’opera inedita si chiama Melquiades Locura e ha scritto i quarantaquattro paragrafi che compongono il testo nella notte tra il 4 e il 5 novembre 2008, mentre negli USA erano in corso le elezioni che avrebbero visto vincitore Barack Obama (divenuto dunque il Quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America). Il termine “frottola” del sottotitolo è un riferimento alle menzogne presenti nel romanzo e al genere di canzone, popolare e danzante, che fu sperimentata e si diffuse in Italia nel XV secolo.
Il consiglio che sento di dare ai lettori di Operazione 44 è quello di leggerlo alla vigilia del 6 novembre 2012, mentre sarà ancora in corso la sfida tra Obama e Mitt Romney.
Quella che segue è la scheda del romanzo:

5 novembre 2008. Il mondo sta per conoscere il nome del Quarantaquattresimo Presidente degli USA. Quello stesso giorno, in una non meglio precisata nazione, Kent Rockwell sta per sottoporsi a un intervento chirurgico molto delicato. Qualche mese prima Kent ha infatti scoperto di avere un fastidioso virus, il quale ha già causato il crollo della sua vita erotica e sentimentale. Tra le mura dell’ospedale Holy Hope, Kent Rockwell incontrerà diversi personaggi strampalati, tra cui un omino che vuole sterminare l’intera razza umana, un vecchio con un buffo segreto, un dottore nazista e un improbabile messaggero di Dio. Quest’ultimo chiederà a Kent di sacrificare la cosa più preziosa che ha perché Barack Obama possa infine trionfare su John McCain. Una banale giornata d’ospedale si trasforma così nel ritratto affezionato di un’età paranoica, in cui le disavventure sentimentali di una giovane coppia si affiancano a quelle, politiche e culturali, di un Impero al tramonto. Un’epoca intera viene raccontata attraverso l’epica dei suoi disintegrati.

Melquiades Locura ha pubblicato la raccolta di versi “Endecasillabi scelti”. Assicura di aver scritto “Operazione 44 – Una frottola di fine impero” nella notte tra il 4 e il 5 novembre del 2008.

Aggiungo solo che il romanzo è un omaggio alle opere di Richard Brautigan, Kurt Vonnegut, John Kennedy Toole e Rockwell Kent.
Le modalità per ricevere Operazione 44 sono le solite: è sufficiente spedire una mail al mio indirizzo (b_nabbaloni@libero.it) con oggetto: Operazione 44. Tutto questo potrà avvenire a partire da oggi (1 novembre 2012) fino al 6 novembre. Per i più curiosi e coraggiosi (la curiosità è sempre una prima forma di coraggio), è possibile consultare la mia postfazione e altri materiali collaterali al libro qui.
In ogni caso, e comunque vadano le cose al vecchio Barack: buona lettura.

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Storie

La moda del tempo

Tempo fa mi sorprendevo spesso a pensare che l’11 settembre fosse una sorta di simbolo utile a spiegare un particolare momento di caduta, sconfitta totale e morale e su ogni fronte per ciascuno di noi. Ammetto di essermene andato in giro per un po’ a dire che “ognuno ha il suo undici settembre”.
Be’, poi è arrivata la crisi e dunque adesso trovo altrettanto divertente raccontare la storiella per cui “ognuno ha il suo ‘29”.
Comunque. Sento di dover tacere ancora un po’ sul mio personalissimo 11 settembre e sul mio altrettanto personale ‘29. Non credo abbiano molta importanza e in ogni caso tento ancora di essere una persona discreta sebbene le mie miserie abbiano ormai ben poco di privato; del resto devo anche dire di trovarmi in uno di quei rari momenti in cui tutto di me è pubblico e, davvero per una volta nella vita, non ho molto da nascondere. Direi quasi nulla. Questo mi rende molto poco interessante, in effetti.
Stando a questioni più generali, devo dire di non aver usato l’aggettivo interessante per caso. Avrei potuto anche dire desiderabile o, perché no, appetibile. Adesso userò il passato per spiegare quello che ho in mente e lo farò per due ragioni che mi paiono, va da sé, piuttosto ragionevoli: da un lato il passato, inteso come verbo, è decisamente passato, e dunque posso giovarmene in funzione apotropaica (credo che molte delle cose che faccio o scrivo abbiano questa funzione: allontanare da me cose di me e del mio immaginario che non so digerire o gestire, mettiamola così); e da un altro il passato tornerà utile per dare una sorta di autorevolezza a quello che sto per dire. Se lo dicessi al presente, be’, finirei decisamente col sembrare un pornografo nichilista. Ma sono troppo noioso per esserlo davvero, giuro. E giuro anche che sto per farlo, sto per dirlo sul serio, quello che ho in mente.
Ecco:

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