Interviste

Nella perfida terra di Dio. Conversazione con Omar Di Monopoli

Conosco Omar Di Monopoli da dieci anni: da quando cioè ha esordito con Isbn col suo primo romanzo Uomini e cani. Adesso, dopo altri due romanzi e una raccolta di racconti, Omar è approdato a Adelphi con l’ultimo Nella perfida terra di Dio.
Posso dire di far parte della nutrita schiera di suoi lettori che ha esultato alla notizia del passaggio, qualche mese fa: per me Omar, che vive a dieci chilometri da dove vivo io, è stato un punto di riferimento costante, e la sua scrittura una sorta di sorella maggiore per la mia – per chi non l’avesse mai incontrata: bisogna immaginare il muro di una bellissima chiesa barocca però abbandonata, nelle cui crepe (di questo muro) crescono dei rigogliosi cespuglietti di malerba; oppure si provi a evocare il suono ubersaturato di chitarre collegate ad amplificatori per basso di certo stoner rock anni ’90 – altro esempio per dire, pure, che i romanzi di Omar andrebbero letti con orecchie interiori, oltre che con gli occhi: perché se gli occhi rimandano a paesaggi da gotico appulo-americano, la sonorità dell’italiano desueto di questo William Faulkner di Terra d’Otranto, che ingloba e rivomita lingue locali acide e senzadio, è un’avventura nell’avventura.
Di questo e altro abbiamo parlato con Omar nel corso della conversazione che potete leggere di seguito.

Inizierei dallo stupore di leggere le tue parole rivestite dal completo tipografico di Adelphi (un sobrio gessato, direi). Ti avevo lasciato bardato dal rossosangue dei dorsi Isbn, con quei caratteri secchi e puntuti, e ora sei tutto aggraziato e pulito. Il che rispecchia pure, se vogliamo, il passaggio dall’ultrapop Anni Zero di Massimo Coppola al classico dei classici e senzatempo di Roberto Calasso; passaggio in cui la tua opera non perde nulla, anzi, al contrario acquista un’identità, un’aura nuova – un po’ quello che è successo a M.P. Shiel con La nube purpurea, passato dal “genere” di Urania all’autorialità forte di Adelphi; Adelphi che peraltro ti ha collocato nella stessa collana, Fabula, in cui escono Bolaño e Carrère, tanto per fare i nomi di due autori che indagano il male da una prospettiva simile alla tua, forse. Come ti senti? È un sogno, è tutto vero? Come calzano questi panni nuovi?

Caro mio, non smetto di ripeterlo, in questi giorni, e quindi lo ribadirò anche qui: è ovviamente un salto quantico, una cosa che mi rende orgoglioso. Pure, sperando di non sembrare troppo presuntuoso, credo si tratti in fondo di uno sviluppo naturale (non dovuto, intendiamoci, ma naturale!) giacché la Isbn era, per lo meno agli esordi, una sorta di Adelphi in sedicesimo: una casa editrice insomma con un catalogo curato e vivo, con una sua precipua identità anche grafica oltre che filosofica (solo decisamente più pop rispetto alla monumentale casa in cui adesso ho l’onore di essere ospite). Poi le cose sono andate a ramengo ma è inutile stare a riparlarne: io so solo che probabilmente non sarei mai entrato nello studio di Calasso se prima non avessi incontrato l’entusiasmo di Papi, Coppola e Formenton in Isbn, coi quali sono cresciuto come autore. Il resto è cronaca, anche giudiziaria, e credo sull’argomento si sia detto abbastanza… Continua a leggere

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Storie

Dio e la carta

Se all’epoca degli Antichi avessimo avuto già luce e gas, Prometeo non avrebbe rubato il fuoco e forse gli dèi non si sarebbero mai palesati all’uomo. Oppure chissà, magari avrebbero implorato un po’ di attenzione da parte nostra. Di certo, noi non avremmo avuto la più grande scoperta scientifica di tutti i tempi: e cioè la divinità stessa.

Oggi infatti adoriamo la tecnica e la scienza ignorandone completamente il funzionamento, la loro vita interiore. Facendone metafisica. Adorando questo dio che balbetta e stenta a rivelarsi, come dice Walter Siti, e soprattutto non si dà un nome (come del resto dovrebbe fare ogni divinità che si rispetti).

Ad ogni modo. Ieri sono stato a teatro a seguire uno spettacolo su un celebre romanziere cileno. Nel frattempo arrivavano gli sconfortanti dati sulla lettura di libri di carta in Italia. Mettendo insieme le due cose, in nottata ero arrivato a queste conclusioni.
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Le storie degli altri

Pura fronte serena di bimba — Nicola Lagioia

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Quando moriva un sedicenne, talvolta anche un ventenne, le chiese erano invase da questo esercito di ragazzini e ragazzine. Non si erano mai spinti oltre un’acquasantiera dal giorno della cresima, e non sarebbero tornati per molto tempo. Una languida rabbiosa carica di corpi in fiore. Non c’era santa che pareggiasse il profumo di frutta e sudore di una quattordicenne in lacrime per la scomparsa di un’amica. Pura fronte serena di bimba, recitò ancora il sacerdote. Quando ad andarsene erano i sessantenni, accorrevano i colleghi di lavoro. I novantenni erano specializzati nel trascinarsi dietro interi paesi. Ma erano i trentenni la tragedia. I trentacinquenni, non di rado i quarantenni. Non c’erano colleghi di lavoro perché spesso non c’era un lavoro. E quando il lavoro c’era, i colleghi erano troppo impegnati nella lotta per la sopravvivenza. Gli amici – quelli veri, quelli che un tempo lo erano stati – erano lontani, persi nelle città del Nord, dentro i pantani delle loro vite. Forse la notizia era arrivata anche a loro, e il cordoglio (da centinaia, forse migliaia di chilometri) provocava minuscole torsioni nelle fiamme delle candele elettriche.
Così in quei casi il corpo restava alla mercé della famiglia. Col risultato (la beffa, pensò il sacerdote preparandosi alla comunione) che a gestirlo erano coloro contro cui il morto doveva aver lottato per emanciparsi quando era in vita – madri e padri e nonni e zie dei quali non sopportava neanche più la dentatura deformata attraverso il vetro del bicchiere da cui bevevano.
Avere al proprio funerale le persone ai funerali delle quali avresti dovuto esserci tu. Per non parlare dei loro amici, che magari non avevi mai neanche conosciuto.
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Fare Malesangue, Storie

Roberto Bolaño, scrittore canaglia

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Questo è articolo è uscito il 28 aprile 2015 su minima&moralia in occasione del compleanno di Roberto Bolaño. La foto quassù è invece di Alessandra Guttagliere, che ringrazio, e fa parte della serie Perfezione Esilio Vedovanza – La sposa del cielo.

Chi sta nei campi, il fulmine lo ammazza.

Herta Müller

Scrivendo e riscrivendo un articolo su Roberto Bolaño per il giorno del suo compleanno, ho finito per trovarmi nella stessa condizione di uno di quei suoi personaggi che attraversano la terra insieme vivi e morti, insieme patetici e incendiati; nella condizione di chi, cioè, mastica e rimastica un pensiero senza arrivare ad alcuna conclusione, infine sputandolo via insofferente, rassegnato, ben consapevole che quel masticare e rimasticare è tuttavia la pienezza stessa di ogni vita. Ironia della sorte (l’ironia incantata, quando si parla del cileno, è il grezzo e puro contrappunto del cinico sarcasmo di certa scrittura contemporanea), il mio pezzo voleva analizzare l’opera del cileno a partire proprio dall’epanortosi, ovvero da quella figura retorica per cui si ritorna su un concetto, una frase o un enunciato per riscriverlo fino a cambiarne il senso, fino a contraddirlo.

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Le storie degli altri

La fine dell’editoria italiana

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A proposito dell’affare Mondadori-Rizzoli: ho ricevuto questa mail stamattina dal mio amico Danilo Dannoso, agente letterario. La pubblico così com’è. Chiedo scusa per eventuali refusi. Il titolo di questo post è volutamente fuorviante.

#Mondazzoli, è fatta. Il monopolio è compiuto. Per cui la fine del mondo si avvicina. Almeno per i bruchi. Verrà il gigante a mangiarci tutti. Da duemila anni va così.
Anche in questo caso, in grossa parte delle analisi che leggo in giro si scambia, come al solito, editoria e letteratura. Ma anche l’editoria può essere cosa buona (e non è detto che la letteratura lo sia sempre). Come la politica, anche l’editoria è un’altra attività umana che ha assunto ormai un connotato negativo. Perché, poi?
Ma in ogni caso, spero che sia chiaro a tutti che si va verso un’editoria globale anche in campo letterario. Mondadori venderà a qualche gruppo straniero, insomma.
È una cosa buona, è una cosa cattiva? Non ne ho idea. Il gruppo straniero pubblicherà libri che vendono. Mondadori (compresa Einaudi) e Rizzoli facevano già la stessa cosa, con un piede però ancora in un’epoca in cui era forte l’eredità dell’editoria nostrana novecentesca: quella fatta da editori – e scrittori – che erano in qualche modo i anche padri della cultura italiana del Dopoguerra. Adesso noi, in un modo o nell’altro, ci emanciperemo da questa eredità.
Anche in questo caso, non so se è un male o se è un bene. Se emanciparsi in questo caso significherà liberarsi di certe retoriche con cui si finisce coll’ammantare i libri con una certa aurea di sacralità, mentre, sottobanco, si costruisce un settore economicamente insostenibile, allora è un bene.

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Storie

C’è una luce che non saprai maledire

C’è una luce, una luce che accade prima. Si compone di piccoli dettagli, bagliori a volte infimi, altre solo inspiegabili, in ogni caso accidentali. Allo stesso modo mi chiedo: come sono arrivato al libro di Emanuele? Come lui è arrivato a me? Il meccanismo è indifferente all’umana natura ed è allora forse spiegabile coi percorsi in genere battuti dalla grazia? Non ha importanza. C’è una luce che accade prima, o forse è immobile e andrebbe dunque detto: una luce che sta prima. Come si sta prima di nascere, come siamo noi prima che accada la nostra storia. Quando non eravamo neppure embrione ma cosmo, universo potenziale. Un intero universo potenziale. Così questo libro sta prima delle letteratura stessa, prima dei libri. Da lì mi ha colpito e da lì mi ha riguardato. Mesi di letture ignobili che nulla aggiungevano alla porcheria della vita come già la conoscevo sono stati spazzati via in una notte di lavoro e in un mattino di prima luce autunnale.
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Interviste

Sette domande a Nicola Lagioia (senza risparmiare la Puglia)

«Tutto quello che ho è questo pollo di gomma con una carrucola in mezzo.»
Guybrush Threepwood

Signori, voi avete a che fare con un onesto intervistatore che si prodiga per il buon nome di tutta la categoria. Ecco perché non ho ritoccato a posteriori le domande di questa chiacchierata con Nicola Lagioia, scrittore barese (classe 1973). Dato che ci ho fatto la figura del Guybrush Threepwood di turno (i fan di Monkey Island sapranno di cosa sto parlando), avrei potuto tagliare e riscrivere qua e là per dare l’impressione di avere la benché minima idea di quel che Nicola ha espresso in un paio di punti. In molti lo avrebbero fatto, al posto mio. Comunque. L’idea era quella di fare un po’ il punto della situazione sulla regione in cui vivo, la Puglia, da qualche anno il posto più cool del sud Italia per un sacco di motivi. Il fatto è che fino a dieci anni fa qui era buio. Me lo ricordo. Il cambiamento, o la New Wave di cui parlo nell’intervista mutuando un pessimo termine da certa pessima critica musicale, è roba di pochi anni. E giuro che Nicola Lagioia, quando il sottoscritto era ancora all’università, faceva già grandi cose. Gli ho chiesto di questo cambiamento in atto il cui risultato, per adesso – devo essero sincero – non riesco ancora a capire. Puglia Migliore o, ancora, Puglia Minore? Un giorno lo spiegherò meglio. Nel frattempo, però, Nicola è diventato il responsabile di una cosa che genera dipendenza: la collana Nichel di minimum fax. Prego.

Facciamo un gioco. Io sparo delle parole che per me hanno a che fare col cambiamento pugliese, e poi tu dici le tue. Vado: Operazione Primavera – Franco Cassano – Melpignano – Italian SudEst – Punta Perotti – Emiliano – Vendola.
Il Rinascimento non fu causato da un meteorite caduto a Fiesole tra XV e XVI secolo.

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