Storie

Sognando Eichmann

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Qualche notte fa ho sognato Adolf Eichmann, il tristemente noto Obersturmbannführer delle SS. Era seduto su una vecchia sedia di legno con il sedile in vimini, accanto al mio letto. Non era uno di quei sogni in cui realizzi di star sognando, quindi mi godevo la scena in tutta la sua magnificenza: il mio letto era posizionato da qualche parte sulla superficie della faccia scura della luna. Tutt’attorno il buio della galassia curvava e curvava su se stesso attorno a me e a Eichmann, vestito con una tuta acetata bianca e blu, ai piedi delle Air Jordan Son of Mars. Mentre una supernova si estingueva lontana in un tempo dimenticato, il nazista cominciava a parlarmi: «Sei ben sveglio? Ho mal di schiena e tra un po’ vado via. Quindi apri bene le orecchie. Sai perfettamente che in alcune teologie si parla di un demiurgo assurdamente feroce che plasma la realtà – quella che vedete laggiù sulla terra, per dirla in breve – in forma mendace. Perché lo fa? Per disorientarvi, o perché è cattivo, ma non è questo il punto. Anzi, il punto è proprio questo: forse lui non è cattivo, e non c’è alcun Anticristo che si diverte a disfare continuamente il lavoro di Dio. Forse questo demiurgo è solo diverso. Cosa fa un creatore, del resto? Crea un mondo secondo le regole del suo linguaggio. Non può fare diversamente. Il mondo creato da questo demiurgo parla necessariamente la lingua del suo creatore. Non può che essere così. Il demiurgo e il suo mondo sono programmati – non sappiamo da chi, questo non possiamo saperlo – per comportarsi in un certo modo. Allora faresti bene a cercare di comprendere il linguaggio di questo creatore. Probabilmente la sua è una lingua semplice, incapace di rendere le sfumature e le complessità che al contrario ti piace cogliere tra le pieghe del mondo. Immagina un idioma dialettale, parlato ormai da poche tribù, per lo più trascritto male, del tutto sgrammaticato e confuso. Un borbottio gutturale che tenta di imitare il pensiero con soluzioni linguistiche per lo più simili a onomatopee… E che dunque non fanno che replicare se stesse e dunque il mondo sorto nello spazio di un decibel. Pensaci bene, il tuo è un mondo in cui ogni epoca non dura che un’istante, in cui ogni individuo è una generazione… Non è un mondo che vuol essere compreso, è una terra attraversata da tribù che vivono per morire, perché non hanno che un linguaggio – quello del loro creatore – che disegna continuamente non un avvenire, ma un continuo passato. Un passato distopico (ma non lo è ogni passato?), perché è un presente che slitta continuamente all’indietro, verso la distruzione. Quello che voglio dirti è che non è colpa di queste tribù, e neppure del demiurgo. Forse bisognerebbe tenere delle lezioni private per questo creatore, per ampliare il recinto del suo lessico, delle sue possibilità espressive… A patto di poterlo incontrare. Di volerlo incontrare. Non posso dirti altro. Adesso fammi una domanda.»
A quel punto mi svegliavo.

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Le storie degli altri

David Foster Wallace: «Il re pallido», primo capitolo

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(Fonte illustrazione: qui)

Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e al di là dal fiume tabacco sormontato dagli alberi piangenti monetine di sole che filtrano sull’acqua della foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano: sorgo, farinello, leersia, salsapariglia, cipero, stramonio, menta selvatica, soffione, setaria, uva muscadina, verza, verga aurea, edera terrestre, acero da fiore, solano, ambrosia, avena folle, veccia, gramigna, fagiolini spontanei invaginati, tutte teste che annuiscono dolcemente a una brezza mattutina che è la morbida mano di una madre sulla guancia. Uno strale di storni scoccato dalle stoppie del frangivento. Il lucore di rugiada che resta lì a svaporare tutto il giorno. Un girasole, altri quattro, uno chiuso. e lontani cavalli rigidi e immoti come giocattoli. Annuiscono tutti. Suoni elettrici di insetti indaffarati. Sole biondo birra, cielo pallido e volute di cirri così alte da non fare ombra. Insetti indefessamente indaffarati. Quarzo, selce, scisto e croste di condrite ferrosa nel granito. Terra antichissima. Guardatevi intorno. L’orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli.
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Le storie degli altri

Le belve

belve

Una festa impagabile è l’arrivo al tavolo di sconosciuti o amici persi di vista. Vengono dall’entroterra. Sono stati a rubare in qualche posto di provincia. O a scontare una condanna in prigione. O a truffare qualcuno sui treni. Comunque, che abbiano la testa rapata o i capelli lunghi, poco importa: i loro racconti e i loro soldi valgono l’accoglienza che gli riserviamo. Allora per un istante il cameriere diventa euforico, tante sono le bevande richieste dalle diverse gole. Un’incredibile allegria esplode dentro ciascuna belva, e seguendo l’impulso di un’inspiegabile vanità, di un orgoglio demoniaco, si parla… Se si parla, è delle battute di caccia alle donne nel centro cittadino, dell’inseguimento nei bordelli clandestini fuori mura dove si nascondono. Se si parla, è di risse con bande nemiche che le hanno sequestrate, di rapine, imboscate, furti, scalate e fratture. Se si parla, è del carcere, delle notti eterne nella berlina (cella triangolare nella quale il detenuto non può coricarsi né sedersi), se si parla è dei metodi dei giudici, dei politici a cui si sono venduti, degli sbirri e della loro crudeltà, di interrogatori, confronti faccia a faccia, deposizioni e ricostruzioni dei fatti, se si parla è di condanne, sofferenze, torture, cazzotti in faccia, pugni nello stomaco, strizzate di testicoli, pedate negli stinchi, dita schiacciate, polsi slogati, pestaggi con pezzi di gomma, martellate con il calcio della pistola… se si parla, è di donne ammazzate, sequestrate, scappate, bastonate…
Sempre gli stessi argomenti: il crimine, la venalità, la condanna, il tradimento, la ferocia. Lentamente sale il fumo delle sigarette. Ogni fronte corrugata è un brutto ricordo. Remoto. Poi subentra il silenzio. Gli sconosciuti se ne vanno insieme al compagno che ce li ha presentati.
Allora gli sguardi scrutano i tavoli vicini, si soffermano sulla ragazza che si occupa del grammofono, prorompe un commento breve e crudele come un razzo, un sorriso gelido torce qualche labbro, perché si sa nelle mani di chi sta per cadere la disgraziata, quello che le sta dietro ha già anticipato addirittura quante bastonate le somministrerà, un fiammifero crepita accendendosi fra due dita e il fumo azzurognolo sale lento verso il soffitto.
Oh, quante cose si dicono in poche parole in queste interminabili notti nere.


Roberto Arlt | Le belve

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Le storie degli altri

La dittatura e i pianeti paralleli

brevediario

Data la situazione, l’unico modo per sperimentare l’esistenza del mondo-oltre-i-confini erano le trasmissioni radiofoniche e televisive. Eravamo soprattutto noi adolescenti che cercavamo di captare e decodificare i segnali di quel pianeta parallelo. Ma se non capivi la lingua in cui si esprimeva il pianeta parallelo, ogni sforzo era inutile. Da qui la passione per l’apprendimento delle lingue straniere, soprattutto l’italiano, che si osservava in particolare tra gli abitanti delle grandi città.
L’apprendimento delle lingue straniere non era un hobby né un lusso né un bisogno pratico: era soprattutto un modo per viaggiare con la fantasia nel mondo-oltre-i-confini e sfidare così l’impossibilità a compiere viaggi fisici imposta dalle severe regole del regime. Ma il mondo-oltre-i-confini veniva idealizzato dalla nostra fantasia. Più la pressione del regime diventava insopportabile e più il pianeta parallelo assumeva contorni meravigliosi. Il regime aveva suddiviso il mondo in due categorie, quella del male assoluto e quella del bene assoluto, e noi avevamo fatto la stessa cosa, ma in maniera uguale e contraria: il male assoluto era l’Albania, il Paese al di qua dei confini. Se per imporsi e sopravvivere il regime aveva bisogno di coltivare il disprezzo paranoico per gli stranieri, noi per reazione avevamo bisogno di coltivare un tipo particolare di esterofilia.

[…] In fondo la statua del tiranno simboleggiava l’immobilità stessa della tirannia. Un’immobilità secolare. Infatti lo scopo della tirannia è immobilizzare tutto quanto: i pensieri, le ambizioni, persino il tempo. Tutto deve essere reso prevedibile e immobile come in un cimitero. Si dice che abbattendo la statua del tiranno e quindi la tirannia, il popolo a un tratto si riappropria della libertà e scopre il modo per ottenere la verità e il benessere. Purtroppo non è vero. Le tirannie sono spietate soprattutto perché si lasciano dietro società deformi, spossate dall’oppressione e affette dalla sindrome dell’orfano. Coloro che subito dopo aver abbattuto la statua del tiranno si abbandonano a saccheggi e vandalismi si comportano proprio come orfani: oltraggiano la salma di un padre bugiardo e terribile.
Una volta caduta la statua del tiranno, comincia un doloroso percorso di autocoscienza: per un certo tempo i frammenti della statua del tiranno continuano a vivere nella mentalità delle persone nate e cresciute in un regime totalitario.


Gazmend Kapllani | Breve diario di frontiera

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Corpi estranei

Il sottoprecariato

zion

Come vi fu un proletariato
che generò una versione deteriore
e miserabile
di quella stessa classe
(tuttavia triplamente abbarbicata
all’infame identità:
nessuna alternativa, se non
rafforzarsi in essa),
così appare oggi un sottoprecariato
che si inurba in una propria,
creativa e sinistra non-coscienza
e snello affonda
nel più abbacinante
smarrimento di sé


Guglielmo Soga | Etica frammista a epica

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Le storie degli altri

Silvio D’Arzo: la compassione è dei tempi felici

contea_inglese

Vada pure a uccidere il toro in Ispagna o a sparare ai leoni in Kenya: molte delle sue pagine siano pure candite dalle raffiche di mitra e di pistola, e il sangue le bagni un po’ troppo spesso e un po’ troppo: Hemingway è tutt’altro che un primitivo, che un barbaro. Ed è una tristezza, la sua, di civilissimo uomo. Solo che Hemingway sa fin troppo bene che ci sono tempi amari ed ingrati in cui ogni parola (“tranne il nome dei paesi sulle targhe stradali”, dice all’incirca in un punto del suo A Farewell to Arms) minaccia di diventare retorica: e che all’uomo non rimane altra forma di partecipazione possibile, che non offenda o degradi, che l’impassibilità: e che, in fondo, e per strano che sembri, la compassione è proprio dei tempi felici.


Silvio D’Arzo | Ernest Hemingway (in Contea inglese)

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Microrec

Mad Max: Fury Road, George Miller

fury road
«Oh, what a day, what a lovely day!»

Per prima cosa diremo che Mad Max: Fury Road è una di quelle rare opere cinematografiche che sono all’altezza del proprio trailer. Perché è a questo che sono oggi condannati numerosi film d’azione, reboot, pellicole con supereroi o di genere: e cioè a confrontarsi con quella sintesi di tre minuti – una sintesi degna dei migliori videoclip musicali – che spesso finisce col dare già allo spettatore ciò che gli è sufficiente, con la netta e conseguente sensazione che l’opera, per intero, non sia che un’estensione noiosamente mortifera degli intenti iniziali di regista e produzione.

Questo per iniziare. Poi: certamente Mad Max è un film che dialoga. Con chi, con cosa? Con i film precedenti della saga di George Miller, è chiaro, e dunque con l’immaginario che lo stesso Miller ha creato sul finire del millennio scorso. Scenari post-apocalittici, violenza dell’uomo sul sub-uomo in cerca di risorse naturali, pacchiane superstizioni che, come per ogni religione, si fanno religione. Per cui la creatura di Miller ha gli stessi pregi di pochissime altre opere (si pensi al Cormac McCarthy che scrive La strada): ovvero il non dover spiegare, il non dover dire oltre misura. Pura azione, ma attenzione: di per sé non è sufficiente per poter affermare di aver scolpito nella pietra (come appunto accade con McCarthy). Cosa che invece Miller fa. E come lo fa? Con la cura dei dettagli, per dirne una.
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