ye olde malesangue

Oh, questa cruda, cruda vita! Andrebbe ancora un po' bollita!

A mio figlio, auguro

air

Una crescita responsabile
è chimera
lo dico al mondo,
lo ripeto a me

Ridere, sorridere
scegliere il peggio per sé
(rassegnazione) oppure
il peggio per gli altri
(omissione, ossessione)

Ridere, sorridere, frusciare
di pellicola che brucia
e nel muto scorgere
il delfino

A mio figlio auguro
di farsi incubo, menzogna
di sapere la soluzione
e non dirla in giro mai
(ridere, ridere, ridere)

Dizionario Immaginario: Scrittori

Sto ammucchiando alcuni libri di Antonio Tabucchi qui intorno a me. Prima o poi ne inizierò uno e non so per quale motivo penso che si tireranno dietro l’un con l’altro fin quando non li avrò letti tutti. Ma la verità è un’altra. Li sto accumulando inutilmente e loro mi svolazzano attorno come avvoltoi. Ricordandomi che è lì dov’è Antonio che finiremo tutti.
(Qualche giorno fa ho detto a qualcuno che le parole che uso, ultimamente, svolazzano attorno ai concetti che vorrei esprimere proprio come avvoltoi; mi muovo per bozze, che nessun editor correggerà, attorno ai miei concetti, concetti, evidentemente, già morti.)
Ma non è il dove, è il come. Che un po’ mi atterrisce. Siamo lontani dalle grandi morti che interrompono grandi vite. C’è gente che muore così com’è vissuta. Morte normale per una vita normale, tutta tradotta in una scrittura normale, fatta da uomo a uomo. Una vita così può far paura, da qui.

Antonio, come Roberto (Bolaño), Richard (Brautigan), Herman (Melville) e Guido (Morselli), io non l’ho conosciuto se non attraverso quei tre o quattro libri suoi che ho letto. E dietro alle sue parole ho trovato subito l’uomo. Non è così per tutte le scritture, ci sono scritture meravigliose che per essere necessitano tuttavia di mettere distanza tra autore e lettore. Per cui è come se lo avessi conosciuto di persona, Antonio, come se mi fosse arrivato, sottopelle, quel suo modo di stare al mondo strettamente legato al suo scrivere. Certo potrebbe anche essere che io mi sbagli.
Ci sono questi tipi di scrittori, che non posso dire di aver (solo) amato. Forse è che li ho conosciuti. In fondo non riesco neppure a ricordare particolari dettagli dei loro libri. Mi rimane l’atmosfera, lo stile, la voce, il ritmo – non è tutto questo, l’esistere?; e guarda caso poi me li ritrovo in quello che scrivo. Rileggendomi, mesi o anni dopo, penso: Qui ero Tabucchi, qui ero Bolaño. Qui Brautigan. Qui Melville o Morselli. Ma lo so solo io, sono fantasmi di altre scritture apparentemente irriconoscibili: non si tratta solo di semplice imitazione, non di citazioni inconsapevoli e neppure di semplice cleptomnesia. Mi si sono calcificati. Suppongo che, per riuscire in questo intento involontario, debbano essere stati scrittori e, soprattutto, uomini straordinari: che dico, molto più semplicemente: autentici.

Il numero cinque di Cadillac

cadillac

Con grande felicità posso dire di essere ospite del numero cinque della rivista Cadillac (che si può sfogliare qui).
Sono presente con un racconto brevissimo che si chiama Non fermarti, il quale fa parte dei 169 pezzi brevi pubblicati in una dimensione parallela qualche anno addietro (pezzi che continuerò a rivedere e riscrivere all’infinito, credo).
L’illustrazione di copertina del numero cinque della rivista è di Alexandra Huard. Gli altri pezzi e racconti sono di Stephen Thompson, Eimear Ryan, Shelley Jackson, Marco Piazza, Srećko Jurišić, Mimmo de Musso, con un fumetto di Lorenzo Palloni.
Ringrazio Mauro Maraschi per avermi invitato a partecipare a questo piacevolissimo happening cartaceo/digitale.
Buona lettura.

Città dei giovani. Visioni di un apparente distacco

upd
Voglio fare a questa città quel che lei ha fatto a me.
Una forma di restituzione anche questa.
Lei, nelle foto, è quella che scatta la foto.
Per adesso le scrivo: scriverci è sempre stato esimerci da noi.
Esenzioni, astensioni.
Ho sempre preferito l’esitazione.
C’è tanta gente col coltello nella giacca, in giro, che adesso mi sembra che il bene sia l’unica tentazione possibile.
La tentazione di fare del bene.
Non ne faccio.
Mi piace il sentimento dell’esitazione, ha salvato più vite lui che non so cos’altro.
Impedisce. Impedisce a chi lo prova di.
M’impedisce.
Non di scriverti, questo è chiaro.

Le scrivo con un panico senza companatico addosso.
Un modo come un altro per dire che non c’è consolazione.
Un modo come un altro.
Bisogna trovare un modo che sia uno, capace di escluderne altri, e farlo durare.
Mi si perdoni nel frattempo il gioco di parole.
Una volta in un libro ne ho infilati così tanti.
Non parlavo di città, non più di quanto se ne parli nei pubblici discorsi di quei miei amici che rotolano via al sabato e alla domenica.
Non parlavo di città e sceglievo cosa salvare dall’inferno di refusi umani che c’è toccato.
Sceglievo mettendo in campo deliri ortografici d’ogni sorta.
In fatto di città l’unica mia sorte è la porta.
C’è gente a cui è facile indicare la strada per l’ospedale, o per quel tale bar, o per il bagno, ch’è sempre in fondo a destra.
A me si indica spesso la porta.
Non sempre sono io a chiedere indicazioni.

Dizionario Immaginario: Roulette Russa

Sono riuscito, per un istante, a immaginare una scrittura assolutamente intima, privata, solo per me. Una scrittura in grado di negarsi. Con cui e in cui dire al riparo dagli occhi del mondo. In cui realtà oggettiva e soggettiva si fondono. In cui non c’è spazio che per me. Quello che ho provato immaginando questo tipo di scrittura è quello che stai leggendo in questo momento. Ho fatto ruotare il tamburo della pistola, ho beccato l’unico proiettile che avevo inserito ed eccolo qui, pubblicato da qualche parte in giro per il mondo.

Dizionario Immaginario: Passato

Una volta, di sera e di maggio, rese omaggio a una cosa del passato. Si disse, pensieroso, «come posso tornare indietro, come posso, io crocifero, mi faccio adesso tarantino?». Così passeggiò sulla piastrella del suo bagno, in verticale, consumandola di passo e di compasso. Poi decise.

In verità ne scrisse. Ne scrisse prima, durante (soprattutto) e dopo l’omaggio. Un esercizio d’esorcismo, mettersi in cassaforte prima del mare. A che serve celebrare il passato? Serve forse un po’ al presente, per destabilizzarlo, forse un po’ al futuro, per deresponsabilizzarlo. Certo non serve al passato, tutt’ora un passaggio, per stare al circense, rimanere all’equestre.

Di corsa dovrebbe andare il passato: di chilometri ne macina, eccome. Per venirti a trovare, per venirti a stanare: tenero e minaccioso, un pirata di mari già bevuti, in tempesta ieri, in quietante bonaccia oggi, evaporati domani. Ma è in quella tenerezza che s’infila l’omaggio: lui passato che ha fatto tanta strada, non vuoi tu ospitarlo, almeno per una sera, seppure per un’ora? La compagnia è buona – non foss’altro che è già nota, una vecchia zia – da bere ci sarà qualcosa – sempre così, al passaggio – da dimenticare pure – siamo qui per questo.

Così fu che ruotò gli occhi mezza volta e fece una piroetta per dare il benvenuto alla cosa dal passato. Così fu che gli si strinse il cuore: era proprio lui morto capovolto e risolto in quel frammento che era stato; così fu che esangue si osservò al passaggio di quell’epoca salmastra che si faceva già passata, succo di pomodoro: piuttosto che sangue.

Il corpo estraneo: un anno dopo

copertina_il corpo estraneo

Un anno fa, in questa data scherzosa che è il primo aprile, usciva Il corpo estraneo, il mio terzo libro. Lo stesso giorno chiudevo sanguedalcaso, un tumblr su cui mi sono divertito a scrivere ogni giorno per un paio d’anni. Non so se c’è una correlazione tra i due avvenimenti, o forse lo so e non mi va di spiegarla.
Una cosa che caratterizza Il corpo estraneo, del resto, è proprio tutto il non detto che c’è nel romanzo.
(Oltre al fatto che per la prima volta in vita mia mi ha fatto vincere un premio.)
Una cosa che non ho detto fin qui e che voglio svelare ora (mettiamola così: per festeggiare) è che in un vecchio racconto pubblicato su questo blog c’era un’anticipazione circa il finale del Corpo estraneo (nello specifico, circa la sorte del personaggio femminile che segue Danilo Dannoso in giro per l’Italia).
Il racconto si chiama La voce del Presidente da giovane e si può leggere qui.
Buona lettura.

E non disse nemmeno una parola

§

Germania, subito dopo la guerra. Fred e Käte sono sposati, hanno tre bambini, vivono in un alloggio con altre famiglie. In un modo o nell’altro – forse per la guerra, forse per l’alcol – Fred è andato via da casa. È successo che un giorno ha alzato le mani ai bambini, non si è riconosciuto in quel tipo d’uomo ed è tornato alla sua vita di poco lavoro, mania per i flipper, giri per i cimiteri. Di tanto in tanto Fred e Käte si incontrano per fare l’amore in alberghi di quint’ordine o tra i muri di case distrutte dalle bombe. Fred comprende che è la miseria che l’ha ammalato, Käte potrebbe essere nuovamente incinta e si sente una prostituta.
E non disse nemmeno una parola (Heinrich Böll, 1953) è la storia dell’ultimo – probabile – incontro tra Fred e Käte, in cui i due rievocano un amore che conserva angoli di splendida purezza pur nella miseria postbellica. Nel pezzo che segue, è la donna a parlare.

Nella stanza accanto è cessato quel gemere orrendo, quel grugnire e rantolare spaventoso con cui i vicini accompagnano i loro amplessi. Ora dormono, prima di andare al cinema. Comincio a rendermi conto che dovremo comprare una radio per coprire quei gemiti, perché i discorsi a voce volutamente alta che comincio a fare non appena avviene quella cosa tremenda, che m’ispira non disprezzo ma solo paura, quei discorsi s’interrompono troppo presto e io mi chiedo se i bambini non comincino a capire. Ad ogni modo lo sentono, e l’espressione dei loro volti sembra quella di animali tremanti che fiutino la morte. Quando è possibile cerco di mandarli in strada, ma queste prime ore del pomeriggio della domenica sono piene di una squallida tristezza che spaventa anche i bambini. Divento tutta rossa appena nella stanza accanto si fa quello strano silenzio che mi paralizza, e cerco di mettermi a cantare quando i primi rumori annunciano che la lotta è cominciata: il cupo, irregolare traballar del letto e quelle voci che paiono quelle che gli acrobati si lanciano l’un l’altro quando si librano in cima al tendone del circo e cambiano al volo i trapezi.
Ma la mia voce si spezza, incerta, e io cerco invano le melodie che ho nell’orecchio ma che non riesco a formulare. Sono minuti, interminabili minuti nella mortale tristezza della domenica pomeriggio. Sento i loro sospiri esausti, sento che si accendono la sigaretta, e il silenzio che segue è saturo d’odio. Schiocco la pasta sul tavolo, la voltolo di qua e di là con quanto più rumore possibile, la schiaffeggio un’altra volta e penso ai milioni di generazioni di poveri che sono vissute senza avere lo spazio per fare l’amore, e distendo la pasta, ne rialzo l’orlo tutt’intorno e infarcisco la torta di frutta.

Fine delle ostilità (una preghiera)

venus

Per Valeria.

Tu per me sarai l’anello, il motivo, la lingua imparata perché siano credibili queste memorie dall’interno.
Tu per me sarai pelle, quella morta e ricucita, una canzone cercata per mesi, sottoposta al silenzio, per cui pure le trombe hanno taciuto. Sarai l’àncora e il ripiego, sarai la caduta e il libro nuovo, sarai eco e frustrazione, assenza, paradiso, finzione.
Tu per me sarai vapore, il castigo cercato con ortodossa, caustica precisione; e cura, e risveglio, il rifugio in cui s’incappa per caso, indecisione, in cui affrontarsi è mai nascondere, cancellare le tracce, le orme, il percorso; perché tu sarai percorso, e convinzione.
Tu per me sarai delusione, di anni, e ricerca, e fatica, un desiderio che cola e si raccoglie, il fiato spezzato di chi ha già capito, la scarpa persa, mai trovata; una storia disperata.
Tu per me sarai il coniglio, il tricheco, il difetto, la presa di posizione; per me tu sarai l’errore, il contrario, la ripetizione e l’affanno di una corsa al mare; per me sarai la rete, la confusione, un pescatore.
Sarai tempesta, un mondo labile, e preghiera.
Tu per me sarai la scelta, lo specchio, infranto, il sogno, sarai un elenco e poi la fine, sarai l’augurio, la dipendenza, l’autarchia; per me sarai povertà e ricatto, il pensiero del limite in un giorno marcio; sarai ossa, e polvere, e ritmo, sempre: ritmo.
Tu per me sarai il ritorno, strada sterrata, quando saprò di non esser mai partito, neppure per un giorno o per un’ora: neppure per paura.

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