Microrec

Il pozzo, Juan Carlos Onetti

Juan Carlos Onetti El pozo

«Mi sarebbe piaciuto infilzare la notte sul foglio come una grande farfalla notturna.»

Cos’è Il pozzo, racconto lungo o romanzo breve, se non lo sprofondare nel proprio esofago man mano che si smarrisce la voce? Scrittore fallito il Linacero del racconto, scrittore vero l’autore Juan Carlos Onetti, anche in questa prima prova, e prova ne è che il suo lamento ha la forza di farsi lascito (di Linacero, non suo). Non a caso è sempre la voce, il tono dei narratori di Onetti la componente più vitale del suo stile, anche mentre racconta la miseria, sia pur magmatica, di locande per marinai e prostitute, il disincanto di ogni rivoluzione, la disperata irriducibilità di una scrittura che non diventa romanzo mentre è già tradita dalla poesia. E così è Linacero, visitato in sogno da avventure e fatti che sgrana come un rosario di aneddoti; li accenna, non li scrive, non li sviluppa: ecco perché resta racconto – ma il romanzo, diceva Roberto Bolaño, non è che una successione di racconti legati l’un l’altro. Dunque avrebbe la chiave per schiudersi, Linacero, per non soccombere di fronte alla poesia di Cordes (Borges?), per diventare farfalla e non farsi infilzare come un pesciolino rosso nel suo laghetto dal raggio di luce lunare. Ma non può, e così attende la notte come un brucaliffo con la faccia da Céline, e borbotta il lamento accarezzando la farneticazione. Perché se pensi troppo alla scrittura senza praticarla (lo sa l’Ulises Lima di Bolaño, lo sanno Camus e Fante), dimentichi la vita e finisci nel delirio: «Lázaro è un cretino ma ha fede, crede in qualcosa. Senza saperlo, ama la vita e solo così è possibile essere un poeta». Della poesia, in Linacero (e in Onetti), resta la convinzione che i sentimenti, attraversando e toccando gli amanti per un istante di grazia (la fugacità in una permanenza di Cortázar?), siano più importanti delle persone. «Intendo dire: è assurdo che si dia più importanza allo strumento che alla musica».

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Le storie degli altri

Non sono razzista ma

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Lipsia, che era in maggioranza socialdemocratica, ha accettato la rivoluzione senza sforzo. Cortei nazionalisti percorrono frequentemente le vie centrali e periferiche, in silenzio, ma con aspetto sufficientemente marziale. Rare le uniformi brune mentre campeggia ovunque la croce uncinata. La persecuzione ebraica riempie di allegrezza la maggioranza ariana. Il numero di coloro che troveranno posto nell’amministrazione pubblica e in molte private, in seguito all’espulsione degli ebrei, è rilevantissimo; e questo spiega la popolarità della lotta antisemita. A Berlino oltre il cinquanta per cento dei procuratori erano israeliti. Di essi un terzo sono stati eliminati; gli altri rimangono perché erano in carica nel ’14 e hanno fatto la guerra. Negli ambienti universitari l’epurazione sarà completa entro il mese di ottobre. Il nazionalismo tedesco consiste in gran parte nell’orgoglio della razza. Tutti gli insegnanti hanno avuto raccomandazione di esaltare nelle scuole il contributo dato alla civiltà dalla razza nordica, e anche il conflitto ebraico è giustificato più con la differenza di razza che con la necessità di reprimere una mentalità socialmente dannosa. In realtà non solo gli ebrei, ma anche i comunisti e in genere gli avversari del regime vengono in gran numero eliminati dalla vita sociale. Nel complesso l’opera del governo risponde a una necessità storica: far posto alla nuova generazione che rischia di essere soffocata dalla stasi economica.


Da una lettera di Ettore Majorana a sua madre

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Storie

Scimmia infinita

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Solo vivendo assurdamente potremo forse arrivare a rompere questo assurdo infinito.
(J.C.)

Qualcuno dovrà pur rompere il guscio, o almeno intaccarlo, scocuzzarlo fino a scalfirlo, finché sia visibile, per lo meno, il nettare più intimo e cagliato al suo interno.
Il guscio, lo diciamo da subito per neofiti e divulgatori di uno stile cinico o anche solo retorico, si trova al centro della stanza brutta e spoglia, come una reliquia orfana di qualsivoglia religione.
Farebbe comodo allora l’adoperarsi della scimmia in rivolta personale nell’angolo buio, lo stesso, per intenderci, in cui non ci sono prese elettriche ad eccezione di quella, zebrata, per il tostapane. A dispetto di quello che può apparire, infatti, la scimmia non è muta quanto spudorata, sebbene non abbia mai mostrato il prolasso rettale ad anima viva – tranne che a sua madre, ovviamente, la zingara del negozio d’informatica a piano terra.
Ancora a proposito della scimmia, sarebbe auspicabile che smettesse pure di contare gli universi paralleli in cui è apparso il suo doppio, un professore di etargia greco-romana che rimanda di anno in anno la pensione e le ambizioni, cominciando così col raccogliere la grossa pietra di chiara origine lavica dall’altro lato della stanza. A quel punto sarebbe facile nonché letale conseguenza, per l’esimia antropomorfa, prendere a rintuzzare, coi tipici e neutrali colpi regolari di chi sta solo svolgendo un compito (per quanto infame, per quanto luttuoso), il guscio al centro della stanza. A quel punto, in altri termini, l’esito dello scalfire protoumano sarebbe già chiaro a tutti gli scienziati, i quali, come sappiamo, seguono la dimostrazione dall’appartamento di fronte servendosi di un poderoso cannocchiale; lo stesso strumento che, brevettato in contumacia dal più geniale di loro, un colonnello triste e baffuto dedito ai furti di bestiame, sopra ogni cosa si rivelerebbe veicolo di lungimiranza, di quella lungimiranza capace di spingersi a un passo dalla profezia in cui una scimmia, scintillando sul dorso sdrucciolo del guscio, produce fiamma, e la fiamma, in quanto fiamma, dà fuoco alla scimmia, in quanto infima, e pelosa.

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Storie

Dalla parte di Massimo Coppola

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Qualche anno fa vengo a sapere che la mia intervista a Enrico Monti, riscopritore e attuale traduttore di Richard Brautigan per ISBN Edizioni, è stata rubata e pubblicato nell’annuario della stessa ISBN. Dico rubata ma intendo dire: presa a mia insaputa, benché con indicazione di fonte e autore. Non ricordo come l’ho scoperto, ma ho scritto a ISBN e mi è stata subito spedita una copia della pubblicazione (avrei dovuto chiedere dei soldi?);

ISBN ha portato in Italia Richard Brautigan, ripubblicando alcuni suoi testi già apparsi in Italia con Marcos y Marcos e traducendo qualche inedito. Così per molti altri autori che diversamente non avrei scoperto e amato. Ha rappresentato, questo, l’equivalente editoriale di quello che fu il salotto su cui sedeva Massimo Coppola nelle puntate di MTV BRAND:NEW in ambito musicale, a inizio Duemila? Non lo so ma attenzione, perché questa è la risposta che lo stesso Coppola – come Daniela Di Sora di Voland – dà ai suoi detrattori: ho fatto qualità;

Qualche tempo fa mi è capitata una cosa simile a ciò che sta accadendo ai lavoratori di ISBN Edizioni in questo periodo, anche se in un altro settore – in cui oggettivamente i soldi girano in quantità impressionante rispetto a quello editoriale. Anche in quel caso, un datore di lavoro socialmente rispettabile – ben più di un povero stronzo senza neppure uno straccio di rappresentanza sindacale come il sottoscritto – aveva smesso di pagare fornitori e dipendenti da tempo, sperando forse di cavarsela, prima o poi, e senza ovviamente essere chiaro e trasparente da subito sulla situazione. Risultato: psicodrammi personali, dipendenti a casa, ottimo lavoro svolto in quel settore finito nel dimenticatoio, azienda in questione che continua però a sopravvivere (il famoso cadere sempre in piedi di certuni? Non so, ma di certo comprendo lo stato d’animo dei lavoratori di ISBN);

Ed è pur vero che se ISBN avesse pubblicato meno qualità, o in altri termini se avesse avuto un catalogo più generalista e appetibile per qualche grande gruppo editoriale, quel gruppo editoriale si sarebbe mosso per salvare ISBN. Come Mondadori che va a salvare Rizzoli;

E il punto è anche questo: cioè il punto è lì, più in alto, inarrivabile, nell’Olimpo dell’editoria indicibile in cui i giganti si salvano tra loro. Accadeva già sul finire degli anni ’50 del secolo scorso, quando Mondadori risanò i debiti di Einaudi (grazie all’intermediazione di Erich Linder), ottenendone in cambio una fetta del suo catalogo (che avrebbe costituito la base per gli Oscar Mondadori). Con la differenza che stavolta il rischio è che Mondadori svenda Rcs Libri all’estero, o dia avvio a una fusione con un editore straniero. Se in tutti gli altri settori si ragiona in termini globali, perché non dovrebbe essere così anche per l’editoria? Ci troveremo a difendere gli autori nazionali e dunque la nostra lingua come oggi difendiamo il cetriolo di Bernalda? Vai a sapere;

Il titolo di questo post è, ovviamente, una provocazione. Si sarebbe potuto chiamare Anche se su Facebook lasci intendere di essere fidanzata, su Tumblr continui a sembrare sessualmente curiosa, e su Instagram le tue foto sexy con libri annessi non rendono certo onore al lavoro di tutti noi (laddove l’utente Facebook in questione è ovviamente l’editoria italiana, sicuramente una bella ragazza); sarebbe cambiato poco. Il titolo di un post serve soprattutto per essere letto, a prescindere dal suo contenuto: il che dice molto dei tempi che viviamo, in cui adottare la lingua del potere (sic) è l’unico stratagemma per essere letti e condivisi (e molto spesso questa lingua presuppone la provocazione, a mezzo hashtag, del tutto fine a se stessa); in cui non si riesce a immaginare altro che il potere (coi suoi strumenti), per quanto rinegoziabile di momento in momento, su più livelli, di rapporto in rapporto (in questo momento sono io a dominare te; poi sarà il contrario; poi io e te domineremo qualcun altro, che a sua volta ci dominerà dopodomani, e così via). Il fatto è che se tutta l’agitazione attorno a ISBN (e ad altre case editrici poco trasparenti) non diventa un fatto politico rilevante (e non può: il piano politico rilevante, purtroppo, è ancora quello su cui giocano Mondadori e Rizzoli, al momento), allora questa lotta (!) resterà un match tra invisibili o, al più, tra pari. Risolto questo conflitto, ce ne dimenticheremo, fino al prossimo. Occorrerebbe un ragionamento sul sistema industriale-editoriale italiano più ampio, e più onesto, magari andando a rileggere le tesi e le soluzioni dello stesso Linder (due su tutte: abolizione dei resi per le librerie, intervento pubblico minimo in un settore che fatica a emanciparsi da un concetto di cultura che troppo spesso è l’alibi di chi non sa stare sul mercato) e perché no andando a sfogliare il libro, per quanto furbetto e qui o lì addirittura superficiale, di Roberto Calasso su Adelphi; oppure arrendendosi infine una buona volta alla risposta, involontaria e potenziale, dei Blur.

20/05/2015
(Potrei cambiare idea.)
(Il cetriolo di Bernalda me lo sono inventato, ovviamente.)

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Storie

Il re dorme

Blind Man's Journey Mike Davis

(Illustrazione: Mike Davis)

Un giorno, prima della guerra, la banda del paese con le divise rosse scure era alla stazione. Il frontone della stazione era tutto ornato di ghirlande di gigli rossi, astri della Cina e fronde di acacia. La gente era in abiti estivi. I bambini avevano calze bianche fino alle ginocchia. Davanti alle facce reggevano pesanti mazzi di fiori.
Quando il treno era entrato in stazione la banda aveva suonato una marcia. La gente applaudiva. I bambini lanciavano fiori nell’aria.
Il treno camminava lentamente. Un giovane tese un lungo braccio fuori dal finestrino. Allargò le dita ed esclamò: “Silenzio. Sua Maestà, il Re, dorme”.
Quando il treno si fu allontanato dalla stazione, un gregge di capre bianche arrivò dai pascoli. Le capre si diressero lungo i binari e divorarono mazzi di fiori.
I musicisti erano andati a casa con la loro marcia interrotta. Gli uomini e le donne erano andati a casa con i loro gesti di saluto interrotti. I bambini erano andati a casa con le loro mani vuote.
Una bambina che al termine della marcia e degli applausi avrebbe dovuto recitare al re una poesia restò sola a piangere nella sala d’attesa, fin quando le capre ebbero divorato tutti i mazzi di fiori.


Herta Müller | L’uomo è un grande fagiano nel mondo

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I draghi ci aiutano a essere felici

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(Paolo Uccello, San Giorgio e il drago, 1456 circa)

Siamo io e la vita. Siamo seduti su comode poltrone di pelle rossa proprio come Barack Obama Hussein e Hu Jintao durante l’ultimo e infecondo vertice tra USA e Cina. Io ho la faccia di uno che sta pensando a un brutto sogno fatto appena sveglio, mentre Hu Jintao (la vita) sembra decisamente a suo agio, come se stesse su quella poltrona da sempre.
A un certo punto guardo in camera e dico, con le mani raccolte in grembo e il tono di chi, in un modo o nell’altro, è abituato a portare sempre a casa il risultato: “Adoro i puntuali. Senza di loro, non solo non potrei permettermi di essere in ritardo, ma neppure in anticipo, che è un’altra mia storica prerogativa, costante nel tempo.” Subito dopo faccio riferimento a un paio di argomenti affrontati nel corso dell’ultimo G20, ma senza affannarmi troppo. Ho già svolto il compito.
Alla fine del mio discorso smetto di guardare in camera e faccio un gesto con la mano, forse ambiguo ma certamente distensivo, verso Hu Jintao (la vita). Non so bene cos’avevo in mente, però a questo punto è chiaro che tocca a lui. Allora Hu Jintao (la vita) si sporge e mi dice qualcosa nell’orecchio. Il suo alito è di tonno. Poi guarda anche lui in camera e prende a raccontare una vecchia storiella ben nota a tutti noi in sala, specie alla giornalista in fondo, che segue con la mano sulla bocca (per uno sbadiglio o per lo scandalo, gli occhi non lo dicono).
“C’è un signore di mezza età con la passione per i camion e i camionisti”, esordisce Hu Jintao (la vita). “In effetti, questo signore avrebbe voluto fare il camionista e se non c’è riuscito è stato solo per un soffio, per la distrazione di un attimo. Di certo, il signore è un amante della solitudine e della forza, tipica dei camionisti, che deriva da essa, una forza tutta intensità e prosecchini bevuti in serie, di corsa. Ad ogni modo, questo signore sa tutto di camion e camionisti: come spesso accade, ha compensato quel che non è stato con la conoscenza approfondita, abbonandosi dunque a molte riviste di settore. Una sera d’estate, inoltre, il signore ha fatalmente scoperto dove si comprano le lettere al led con cui i camionisti compongono i nomi alla base dei parabrezza dei loro dragoni. Si tratta degli stessi negozi che vendono olio e spazzole di ricambio per i tergicristalli, solo che a differenza di questi ultimi si limitano ad apparire soltanto all’alba, per mezz’ora al massimo, in autostrada, nelle stazioni di servizio. Un giorno, il signore che ama i camion e i camionisti sta tornando da un lungo viaggio. Diciamo che è andato a trovare sua figlia, che da anni vive al nord, dove ha sposato un allevatore di conigli che adesso ha comprato anche un frutteto che dà soprattutto mele succulente. Diciamo pure che il signore ama viaggiare di notte, perché incrociando un camion può scoprire il nome del suo cavaliere leggendo le lettere al neon che si accendono dietro il parabrezza. I nomi di questi cavalieri, pensa il signore, si illuminano di notte, anche se questo non dovrebbe costituire un segreto per nessuno di noi. Nomi come Angelo Solitario, Raffaello Tornamai, Toni Vagabondo, Giorgetto Pietà e Massimo Drago: queste sono le stelle terrestri nelle lunghe notti sulle strade del nostro metafisico Paese. E quella notte, quasi al termine del suo viaggio, il signore incontra un drago più lungo del solito, il quale dipana la sua trama squamosa su una curva che pare infinita. Il signore ne è estasiato, così rallenta quasi fino a fermare la sua vettura nella sua parte di carreggiata. Vuol conoscere il nome di quel cavaliere, vuole ammirarlo per sognare ancora. E quel nome è: Giacomo, e riluce così tanto in quell’ultima notte di viaggio che il signore che ama i camion e i camionisti non può fare a meno di premere nuovamente sull’acceleratore per corrergli incontro e finalmente abbracciarlo.”

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La deiezione notturna, specie se in trasferta

deiezione

Come spiegare a chi non può capire che non ha capito o complimentarsi con chi ha già capito per averlo fatto; così la questione della deiezione notturna, specie in trasferta, afferisce alla categoria del «desiderio» più che a quelle, piuttosto abusate, della «capacità» o della «necessità». In altri termini, una volta preso possesso dell’inedito spazio per la deiezione, adeguatamente e con la maggior cura possibile (data comunque una certa limitazione di tempo a disposizione), solo il «desiderio», in altri termini il «volerla fare» (ma «a tutti i costi»: in casi simili è da escludersi pure la categoria della «volontà»), rende possibile lo svuotamento intestinale, il lascito estremo (o «profonda eredità») di ciò che per giorni o anche solo per ore abbiamo gelosamente custodito e sofferto dall’interno. Dimostrazione, tutt’altro secondaria, del fatto che la comodità è una predisposizione dell’animo, un presupposto che costruiamo con una prassi del tutto soggettiva e mentale, peraltro in base alle nostre più profonde inclinazioni e abitudini, e che solo il «desiderio», appunto, può modificare, in attesa di quel «plof» tremendo e liberatorio cui tutti, come per il voto in una democrazia pienamente realizzata (dunque non solo nominale), legittimamente ambiamo.

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