ye olde malesangue

Oh, questa cruda, cruda vita! Andrebbe ancora un po' bollita!

Dizionario Immaginario: Solitudine

C’è un tipo di solitudine che non si può raccontare, un tipo di solitudine ricercata con pazienza, che non rende infelici, questo no, ma che ha comunque a che fare con la paura (o col timore, che è una modulazione solo qualche tono più in alto della paura). Questa solitudine non può esser detta per un fatto tecnico, prima di tutto, poiché funziona con lo stesso meccanismo che regola le ore e i minuti e i secondi dei segreti: un segreto esiste solo se sta tra due parentesi ben chiuse; questo tipo di solitudine, puntando in qualche modo ad esser autentica, è viva solo se appartiene a una sola persona. In altri termini, se uno ha da raccontarla, supponendo così di aver qualcun altro per le mani: che razza di solitudine è?

C’è dell’altro. questo tipo di solitudine ha a che fare con le tombe abusive e provvisorie dei morti ammazzati d’incidente stradale che, come pietre miliari, segnano la via che porta al mare, soprattutto d’inverno.
Chi prega, laggiù?

Ha un passo così svelto, da milonga, questa solitudine quando s’accompagna alla paura. La paura: del resto – come il timore – non è il modo con cui la esplicitiamo (non: la affrontiamo, non m’interessa), a caratterizzarci più di ogni altra cosa? Non è forse l’esistenza stessa di una qualche nostra paura a presupporre che si possa sbarazzarsene?
C’è tutto un diritto della paura che andrebbe messo a norma, formalizzato – ma no, ma no: meglio di no, finisce che quelle due o tre regole che conosco di questa materia, nel farsi memoria, si fanno anche legge, e così si farà di tutto per aggirarla.
Quanto a quella mia amica che voleva scrivere una favola per raccontare la personificazione della paura in una dinastia di sovrani… perché non l’hai ancora fatto? L’aspetto: è una misura appropriata e tu sei piccola abbastanza per farlo.
Quanto a me che parlo di solitudine (e poi con chi?), sciupandola: mi darò del dissociato.

Contare i passi è contare i soldi

soir_bleu_by_edward_hopper
“Hai l’età del tipo di mia madre” diceva
anche allora una morsa, il silenzio
baci, annegati, sul bordo di porcellana
fuori dal locale, umido
tutta notte avevo sperato nel freddo
un abbraccio
Contare i passi è contare i soldi,
contare i passi è contare i soldi
banconote umide, sudore impiastro
“Quando avrò tempo” diceva
e così si viveva in provincia, in provincia
di me solo

Spingeva piano la pianta sull’acceleratore
e poi frizione, freno, una scalata
(il tirare) in un certo modo avvalorando
quella tesi sulla dimensione solitaria
d’una certa solitudine
“Non lavoro mica in acciaieria” dicevo
lasciando ai ragazzi i giochi da ragazzi
Contare i passi è contare i soldi,
contare i passi è contare i soldi
“Quando avrò tempo”, poi il fiato
e così si viveva in provincia, in provincia
di me solo

Dizionario Immaginario: Sesso

Sarò sincero: mi piace il nostro sesso. Cammino sempre così, pensando all’ingranaggio – meglio, o peggio, a come incepparlo. Capisci bene, mia signora, che è un fatto d’incastri, l’ingranaggio, e non è che faccia male, ma neppure bene. Il rumore è sordo, lo stacco completo, inoltre – movimento innaturale – io ricerco l’inceppamento, lo stop, l’alt, il congelamento. A noi, invece, è dato il liquefarci: così è il nostro sesso.
E poi giunti al punto di fusione noi evaporiamo, sappiamo già come finisce: ci asciugheremo l’un sull’altra, insozzati, inzuppati. Nel frattempo è budino, tempesta, yogurt: siamo noi, ed è un miracolo. Sì, io amo proprio: nel sapere già che sarò ancora curioso di ascelle, ginocchia, padiglioni auricolari. Nell’infilarmi: che non è inceppare. Siamo noi orizzonte, mia signora: perciò orizzontali. Non c’è strappo, non c’è imbroglio. Non c’è stacco. Un’illusione, forse, un po’ circense: e senza rete.
Nell’incontro fra noi due io ho visto onde.
Dopo, non più io vedevo: ma noi.

Assaggia della sabbia, mia signora. Perché è questa che incepperà. Senti com’è dura, tutta insieme: non scende, soffoca. Ora immagina me, sempre uguale, sempre sabbia, a cercare il dente giusto: ecco i miei lividi sul costato, da santo immaginato. Ora osserva i miei baci sul tuo collo, da oste innamorato: alla malora, mia signora, è questo il nostro sesso: argilla, cotonfioc, panbagnato e vinbrulé: da brodaglia, senz’imbroglio, siam più vicini alla terra, te l’assicuro.

Quelli che sanno si salvano

chiamate

Per F., che ha compreso (e per V., perché comprenda)

“Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto. Siamo cresciuti con questa convinzione. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte.” RB

Sono convinto che ci sia una guerra, là fuori, mentre scrivo. Se mi concentro sento i fischi delle bombe e le mitragliate. Diciamo pure che scrivo in uno dei pochi momenti di calma concessi dalla guerra senza guerra che sento di vivere. Diciamo anche che ha desistito persino il Papa, è successo meno di un mese fa nel momento in cui scrivo. Questa guerra è fatta di sopravvivenza fisica – mettere insieme il pranzo con la cena, si dice così? – e mentale. Quando avremo finito di preoccuparci di come smaltire i rifiuti materiali che produciamo, toccherà a quelli mentali (le informazioni, le chiacchiere, gli eventi, i tormentoni, le dichiarazioni a mezzo stampa).
Se mi capita di scrivere meno – in giro dico abitualmente che non scrivo più – non è per quel fascino che ho sempre subìto nei confronti di chi smette di far qualcosa. C’è un libro di Agota Kristof in cui un immigrato con una storia complicatissima alle spalle smette, a un certo punto, di fare due cose semplicissime: aspettare una donna che non arriverà e scrivere. Il libro si conclude con tre frasi: con due la Kristof ci dice che Tobias si è sposato con una parrucchiera che scopava per noia e che ci ha fatto dei figli (intuiamo che è felice) e con la terza, molto semplicemente, che non scrive più. “Non scrivo più”: con queste tre parole si conclude quel libro.
Se non scrivo più, allora, è perché la guerra senza guerra bisogna pur combatterla. Le parole servono a poco, forse a niente in questo momento. C’è anche il fatto – una premessa di questa guerra – che le parole sono in conflitto con le immagini; avendo smesso di accompagnare le mie parole con la mia brutta faccia, pare anche che le mie parole abbiano perso valore; questo si vedrà; sappiate solo che questa introduzione è necessaria per comprendere quanto segue, cioè il racconto di due vite che ho trovato nel libro Chiamate telefoniche di Roberto Bolaño.

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Movimento laterale

leda

Il racconto che segue, scritto di getto tre o quattro anni fa, è uscito oggi su Scrittori Precari.

§

Una che scopavo s’è sposata. L’ultima volta che sono tornato al paese me l’hanno detto. L’ho vista che passeggiava con uno e aveva un’acconciatura. Non faccio caso alle dita, agli anelli, allora ho guardato il tipo che era con me e lui fatto «Ah». Come se dovessi rimanerci. Me la sono immaginata subito con l’acconciatura di dopo, quella che viene col primo figlio. Io al paese scendo poco e lo faccio solo per mio padre. Che dice che sta male e poi non è vero. Su dove sto faccio lavori così, pesanti si dice, mi sono uscite due spalle e in paese non mi riconoscono. Porto la barba adesso e se qualcuno ricorda dice «Quando la tagli» anche se non mi vede da dieci anni. Mi piace che passo inosservato. Mi siedo nei bar e vedo quelli che fanno le stesse cose da anni e dicono le stesse cose alle stesse persone da anni e io posso starmene accanto a origliare tanto non mi vedono. E se mi riconoscono mi prendo il caffè offerto, mi alzo e me ne vado.

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Dizionario Immaginario: Sei

Sicuro: non puoi andare a letto alle sei e sperare di sopravvivere a quello che non sei. Qui, tutto è cronaca e, al contrario, si sospendono le ferie per lavorare. Lascia perdere Johnny. E quegli altri: fatti in serie. Dell’interrogarsi attorno a un orario non è rimasto che l’intento, sfuso, sfuse le ore: una alla volta le cogli, le soppesi, ne ricerchi il senso. Si può immaginare, non so, l’una senza le tre? Le diciassette di un sabato pomeriggio senza le quattro della notte in cui sei nato? Le ore sono come le spille. Gli spilloni di sicurezza dei giovani del ‘77 ma anche quelle piccole, alla moda, che indossano gli adolescenti di oggi. Le devi appuntare. Le appunti tutte addosso, sul corpo nudo, di modo che la prossima conoscenza possa conoscere il tuo tempo in anticipo.
Bel tempo di merda.
Dico, se lo conosci in anticipo.
A noi tutti è dedicato un tempo solo; se ci si declina secondo altri orari, sono brandelli di pelle e carne che si strappa. Poco male se vivi in una grande città – macelleria urbana, si sa – danno irreparabile quaggiù tra i terrestri. Ogni minuto si dilata fino a gonfiare il petto su quello successivo. Gli urla nelle orecchie: fatti da parte, di qui non si passa mica in due! E lo stesso fa quell’altro. Le ore – dunque, le ore – si gonfiano l’una sull’altra; piscine gonfiabili al caldo di campagna. Dentro ci sei tu che nuoti pensando all’oceano.

A mio figlio, auguro

air

Una crescita responsabile
è chimera
lo dico al mondo,
lo ripeto a me

Ridere, sorridere
scegliere il peggio per sé
(rassegnazione) oppure
il peggio per gli altri
(omissione, ossessione)

Ridere, sorridere, frusciare
di pellicola che brucia
e nel muto scorgere
il delfino

A mio figlio auguro
di farsi incubo, menzogna
di sapere la soluzione
e non dirla in giro mai
(ridere, ridere, ridere)

Dizionario Immaginario: Scrittori

Sto ammucchiando alcuni libri di Antonio Tabucchi qui intorno a me. Prima o poi ne inizierò uno e non so per quale motivo penso che si tireranno dietro l’un con l’altro fin quando non li avrò letti tutti. Ma la verità è un’altra. Li sto accumulando inutilmente e loro mi svolazzano attorno come avvoltoi. Ricordandomi che è lì dov’è Antonio che finiremo tutti.
(Qualche giorno fa ho detto a qualcuno che le parole che uso, ultimamente, svolazzano attorno ai concetti che vorrei esprimere proprio come avvoltoi; mi muovo per bozze, che nessun editor correggerà, attorno ai miei concetti, concetti, evidentemente, già morti.)
Ma non è il dove, è il come. Che un po’ mi atterrisce. Siamo lontani dalle grandi morti che interrompono grandi vite. C’è gente che muore così com’è vissuta. Morte normale per una vita normale, tutta tradotta in una scrittura normale, fatta da uomo a uomo. Una vita così può far paura, da qui.

Antonio, come Roberto (Bolaño), Richard (Brautigan), Herman (Melville) e Guido (Morselli), io non l’ho conosciuto se non attraverso quei tre o quattro libri suoi che ho letto. E dietro alle sue parole ho trovato subito l’uomo. Non è così per tutte le scritture, ci sono scritture meravigliose che per essere necessitano tuttavia di mettere distanza tra autore e lettore. Per cui è come se lo avessi conosciuto di persona, Antonio, come se mi fosse arrivato, sottopelle, quel suo modo di stare al mondo strettamente legato al suo scrivere. Certo potrebbe anche essere che io mi sbagli.
Ci sono questi tipi di scrittori, che non posso dire di aver (solo) amato. Forse è che li ho conosciuti. In fondo non riesco neppure a ricordare particolari dettagli dei loro libri. Mi rimane l’atmosfera, lo stile, la voce, il ritmo – non è tutto questo, l’esistere?; e guarda caso poi me li ritrovo in quello che scrivo. Rileggendomi, mesi o anni dopo, penso: Qui ero Tabucchi, qui ero Bolaño. Qui Brautigan. Qui Melville o Morselli. Ma lo so solo io, sono fantasmi di altre scritture apparentemente irriconoscibili: non si tratta solo di semplice imitazione, non di citazioni inconsapevoli e neppure di semplice cleptomnesia. Mi si sono calcificati. Suppongo che, per riuscire in questo intento involontario, debbano essere stati scrittori e, soprattutto, uomini straordinari: che dico, molto più semplicemente: autentici.

Il numero cinque di Cadillac

cadillac

Con grande felicità posso dire di essere ospite del numero cinque della rivista Cadillac (che si può sfogliare qui).
Sono presente con un racconto brevissimo che si chiama Non fermarti, il quale fa parte dei 169 pezzi brevi pubblicati in una dimensione parallela qualche anno addietro (pezzi che continuerò a rivedere e riscrivere all’infinito, credo).
L’illustrazione di copertina del numero cinque della rivista è di Alexandra Huard. Gli altri pezzi e racconti sono di Stephen Thompson, Eimear Ryan, Shelley Jackson, Marco Piazza, Srećko Jurišić, Mimmo de Musso, con un fumetto di Lorenzo Palloni.
Ringrazio Mauro Maraschi per avermi invitato a partecipare a questo piacevolissimo happening cartaceo/digitale.
Buona lettura.

Città dei giovani. Visioni di un apparente distacco

upd
Voglio fare a questa città quel che lei ha fatto a me.
Una forma di restituzione anche questa.
Lei, nelle foto, è quella che scatta la foto.
Per adesso le scrivo: scriverci è sempre stato esimerci da noi.
Esenzioni, astensioni.
Ho sempre preferito l’esitazione.
C’è tanta gente col coltello nella giacca, in giro, che adesso mi sembra che il bene sia l’unica tentazione possibile.
La tentazione di fare del bene.
Non ne faccio.
Mi piace il sentimento dell’esitazione, ha salvato più vite lui che non so cos’altro.
Impedisce. Impedisce a chi lo prova di.
M’impedisce.
Non di scriverti, questo è chiaro.

Le scrivo con un panico senza companatico addosso.
Un modo come un altro per dire che non c’è consolazione.
Un modo come un altro.
Bisogna trovare un modo che sia uno, capace di escluderne altri, e farlo durare.
Mi si perdoni nel frattempo il gioco di parole.
Una volta in un libro ne ho infilati così tanti.
Non parlavo di città, non più di quanto se ne parli nei pubblici discorsi di quei miei amici che rotolano via al sabato e alla domenica.
Non parlavo di città e sceglievo cosa salvare dall’inferno di refusi umani che c’è toccato.
Sceglievo mettendo in campo deliri ortografici d’ogni sorta.
In fatto di città l’unica mia sorte è la porta.
C’è gente a cui è facile indicare la strada per l’ospedale, o per quel tale bar, o per il bagno, ch’è sempre in fondo a destra.
A me si indica spesso la porta.
Non sempre sono io a chiedere indicazioni.

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