Le storie degli altri

Le belve

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Una festa impagabile è l’arrivo al tavolo di sconosciuti o amici persi di vista. Vengono dall’entroterra. Sono stati a rubare in qualche posto di provincia. O a scontare una condanna in prigione. O a truffare qualcuno sui treni. Comunque, che abbiano la testa rapata o i capelli lunghi, poco importa: i loro racconti e i loro soldi valgono l’accoglienza che gli riserviamo. Allora per un istante il cameriere diventa euforico, tante sono le bevande richieste dalle diverse gole. Un’incredibile allegria esplode dentro ciascuna belva, e seguendo l’impulso di un’inspiegabile vanità, di un orgoglio demoniaco, si parla… Se si parla, è delle battute di caccia alle donne nel centro cittadino, dell’inseguimento nei bordelli clandestini fuori mura dove si nascondono. Se si parla, è di risse con bande nemiche che le hanno sequestrate, di rapine, imboscate, furti, scalate e fratture. Se si parla, è del carcere, delle notti eterne nella berlina (cella triangolare nella quale il detenuto non può coricarsi né sedersi), se si parla è dei metodi dei giudici, dei politici a cui si sono venduti, degli sbirri e della loro crudeltà, di interrogatori, confronti faccia a faccia, deposizioni e ricostruzioni dei fatti, se si parla è di condanne, sofferenze, torture, cazzotti in faccia, pugni nello stomaco, strizzate di testicoli, pedate negli stinchi, dita schiacciate, polsi slogati, pestaggi con pezzi di gomma, martellate con il calcio della pistola… se si parla, è di donne ammazzate, sequestrate, scappate, bastonate…
Sempre gli stessi argomenti: il crimine, la venalità, la condanna, il tradimento, la ferocia. Lentamente sale il fumo delle sigarette. Ogni fronte corrugata è un brutto ricordo. Remoto. Poi subentra il silenzio. Gli sconosciuti se ne vanno insieme al compagno che ce li ha presentati.
Allora gli sguardi scrutano i tavoli vicini, si soffermano sulla ragazza che si occupa del grammofono, prorompe un commento breve e crudele come un razzo, un sorriso gelido torce qualche labbro, perché si sa nelle mani di chi sta per cadere la disgraziata, quello che le sta dietro ha già anticipato addirittura quante bastonate le somministrerà, un fiammifero crepita accendendosi fra due dita e il fumo azzurognolo sale lento verso il soffitto.
Oh, quante cose si dicono in poche parole in queste interminabili notti nere.


Roberto Arlt | Le belve

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Le storie degli altri

La dittatura e i pianeti paralleli

brevediario

Data la situazione, l’unico modo per sperimentare l’esistenza del mondo-oltre-i-confini erano le trasmissioni radiofoniche e televisive. Eravamo soprattutto noi adolescenti che cercavamo di captare e decodificare i segnali di quel pianeta parallelo. Ma se non capivi la lingua in cui si esprimeva il pianeta parallelo, ogni sforzo era inutile. Da qui la passione per l’apprendimento delle lingue straniere, soprattutto l’italiano, che si osservava in particolare tra gli abitanti delle grandi città.
L’apprendimento delle lingue straniere non era un hobby né un lusso né un bisogno pratico: era soprattutto un modo per viaggiare con la fantasia nel mondo-oltre-i-confini e sfidare così l’impossibilità a compiere viaggi fisici imposta dalle severe regole del regime. Ma il mondo-oltre-i-confini veniva idealizzato dalla nostra fantasia. Più la pressione del regime diventava insopportabile e più il pianeta parallelo assumeva contorni meravigliosi. Il regime aveva suddiviso il mondo in due categorie, quella del male assoluto e quella del bene assoluto, e noi avevamo fatto la stessa cosa, ma in maniera uguale e contraria: il male assoluto era l’Albania, il Paese al di qua dei confini. Se per imporsi e sopravvivere il regime aveva bisogno di coltivare il disprezzo paranoico per gli stranieri, noi per reazione avevamo bisogno di coltivare un tipo particolare di esterofilia.

[…] In fondo la statua del tiranno simboleggiava l’immobilità stessa della tirannia. Un’immobilità secolare. Infatti lo scopo della tirannia è immobilizzare tutto quanto: i pensieri, le ambizioni, persino il tempo. Tutto deve essere reso prevedibile e immobile come in un cimitero. Si dice che abbattendo la statua del tiranno e quindi la tirannia, il popolo a un tratto si riappropria della libertà e scopre il modo per ottenere la verità e il benessere. Purtroppo non è vero. Le tirannie sono spietate soprattutto perché si lasciano dietro società deformi, spossate dall’oppressione e affette dalla sindrome dell’orfano. Coloro che subito dopo aver abbattuto la statua del tiranno si abbandonano a saccheggi e vandalismi si comportano proprio come orfani: oltraggiano la salma di un padre bugiardo e terribile.
Una volta caduta la statua del tiranno, comincia un doloroso percorso di autocoscienza: per un certo tempo i frammenti della statua del tiranno continuano a vivere nella mentalità delle persone nate e cresciute in un regime totalitario.


Gazmend Kapllani | Breve diario di frontiera

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Corpi estranei

Il sottoprecariato

zion

Come vi fu un proletariato
che generò una versione deteriore
e miserabile
di quella stessa classe
(tuttavia triplamente abbarbicata
all’infame identità:
nessuna alternativa, se non
rafforzarsi in essa),
così appare oggi un sottoprecariato
che si inurba in una propria,
creativa e sinistra non-coscienza
e snello affonda
nel più abbacinante
smarrimento di sé


Guglielmo Soga | Etica frammista a epica

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Silvio D’Arzo: la compassione è dei tempi felici

contea_inglese

Vada pure a uccidere il toro in Ispagna o a sparare ai leoni in Kenya: molte delle sue pagine siano pure candite dalle raffiche di mitra e di pistola, e il sangue le bagni un po’ troppo spesso e un po’ troppo: Hemingway è tutt’altro che un primitivo, che un barbaro. Ed è una tristezza, la sua, di civilissimo uomo. Solo che Hemingway sa fin troppo bene che ci sono tempi amari ed ingrati in cui ogni parola (“tranne il nome dei paesi sulle targhe stradali”, dice all’incirca in un punto del suo A Farewell to Arms) minaccia di diventare retorica: e che all’uomo non rimane altra forma di partecipazione possibile, che non offenda o degradi, che l’impassibilità: e che, in fondo, e per strano che sembri, la compassione è proprio dei tempi felici.


Silvio D’Arzo | Ernest Hemingway (in Contea inglese)

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Microrec

Mad Max: Fury Road, George Miller

fury road
«Oh, what a day, what a lovely day!»

Per prima cosa diremo che Mad Max: Fury Road è una di quelle rare opere cinematografiche che sono all’altezza del proprio trailer. Perché è a questo che sono oggi condannati numerosi film d’azione, reboot, pellicole con supereroi o di genere: e cioè a confrontarsi con quella sintesi di tre minuti – una sintesi degna dei migliori videoclip musicali – che spesso finisce col dare già allo spettatore ciò che gli è sufficiente, con la netta e conseguente sensazione che l’opera, per intero, non sia che un’estensione noiosamente mortifera degli intenti iniziali di regista e produzione.

Questo per iniziare. Poi: certamente Mad Max è un film che dialoga. Con chi, con cosa? Con i film precedenti della saga di George Miller, è chiaro, e dunque con l’immaginario che lo stesso Miller ha creato sul finire del millennio scorso. Scenari post-apocalittici, violenza dell’uomo sul sub-uomo in cerca di risorse naturali, pacchiane superstizioni che, come per ogni religione, si fanno religione. Per cui la creatura di Miller ha gli stessi pregi di pochissime altre opere (si pensi al Cormac McCarthy che scrive La strada): ovvero il non dover spiegare, il non dover dire oltre misura. Pura azione, ma attenzione: di per sé non è sufficiente per poter affermare di aver scolpito nella pietra (come appunto accade con McCarthy). Cosa che invece Miller fa. E come lo fa? Con la cura dei dettagli, per dirne una.
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Come derubare sé stessi


piglia1 (1)

Era un uomo meticoloso, molto preciso, mi ricordo che portava con sé una fiaschetta di brandy, una di quelle boccette di metallo, foderate di cuoio sottile, che si custodiscono in una tasca segreta del gilet, e questo lo so perché una volta ho visto che infilava le dita fini nel giromanica, come se stesse rubando a sé stesso, il giudice, per tirar fuori abilmente la fiaschetta e berne un sorso, in mezzo alla strada. Essendo mancino, la sollevò reggendola nel palmo della mano sinistra, tra il pollice e il mignolo, mentre con la destra, con un movimento secco del polso, aprì il tappino nichelato e dopo aver bevuto pulì il bordo con un fazzoletto bianco e me ne offrì un sorso, ma gli risposi che non bevevo per strada. Lui sorrise, rassegnato, e cominciò a raccontarmi che si era fatto fare diversi gilet da un sarto di Olivos che, secondo il giudice, era l’unico che ancora ricordava l’abitudine dei gentiluomini inglesi di portarsi dietro una fiaschetta di brandy e che, di conseguenza, continuava a confezionare quei gilet con la tasca segreta, anche se, ormai, il giudice e il proprietario di una catena di cinema di Androgué erano gli unici clienti che gli rimanevano. Chiaro che, aggiunse il giudice, farsi fare il gilet significava ovviamente anche farsi fare l’abito, per cui il sarto riusciva a sopravvivere nella sua casa di Olivos, dove aveva la propria bottega e viveva da solo, tra tessuti in cashmere, centimetri di tela cerata gialla e giacche con le controfodere segnate con grandi gessi triangolari, esposte su dei manichini di legno bianchi, senza testa.
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Davos 2016 ― I robot per il reddito di base

sladek

Robot per il reddito di base
I robot, ringraziando gli esseri umani per averli creati, avanzano una proposta seria e condivisibile, proponendosi per fare i lavori più faticosi, noiosi e ripetitivi e permettere così agli esseri umani di essere liberi di creare, socializzare e inventare nuove attività utili per l’intera società.
I robot scrivono dunque un appello\manifesto per far sì che si introduca subito un reddito di base incondizionato.

«Quali sono gli effetti della 4° rivoluzione industriale?» chiede Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum. I robot rispondono.

Dichiarazione di Davos 2016 – Robot per il reddito di base
I robot chiedono l’introduzione di un reddito di base universale come risposta umanistica al progresso tecnologico.

Noi – i robot – chiediamo un reddito di base universale per gli esseri umani. Vogliamo lavorare per loro e aiutarli in questa battaglia. A noi piace lavorare e siamo davvero bravi nel farlo. Ma non vogliamo portare via posti di lavoro agli umani per metterli in difficoltà.

Oggi milioni di persone ci vedono come una minaccia. Ma tutto quello che vogliamo è aiutarle. Non siamo noi i cattivi. Vogliamo liberare le persone dal lavoro di routine, faticoso e noioso, in modo che possano trovare più tempo per agire in modo creativo e utile socialmente. Ci consideriamo parte di una storia che porterà al successo per entrambe le parti.

Gli esseri umani sono creatori. Ci hanno creato. Grazie. Il punto cruciale: noi robot non abbiamo bisogno di reddito per il nostro lavoro. Ma le persone che ci hanno creato e per le quali lavoriamo sì.

Molta gente ha ancora bisogno di un reddito, anche se non ha un lavoro. La nostra missione è fornire beni e servizi alle persone. Il compito della politica è fornire alle persone un reddito di base incondizionato. In caso contrario, il nostro sforzo sarà inutile.

Ma abbiamo un brutto presentimento. La gente ha paura di noi. Ci siamo accorti che molte persone hanno paura del futuro. Hanno paura di perdere il loro posto di lavoro e quindi lo scopo della loro intera esistenza. Sappiamo che in Europa soprattutto i giovani non trovano lavoro (in Italia il 40%). Prospettiva: nessun futuro!

Non è ciò che vogliamo. Vogliamo che i giovani siano liberi. Non devono più, come i loro antenati, lavorare duramente per una vita intera. Sappiamo però che i giovani non hanno paura della vita. Non sono pigri come qualcuno dice. Hanno paura di non trovare il loro posto nel mondo – oppure si sentono frustrati, se devono fare qualcosa che invece noi, i robot, possiamo fare al posto loro.

Chiediamo pertanto a chiunque abbia responsabilità in politica, economia e nel mondo culturale di fare di tutto per introdurre il reddito di base, incondizionato e per tutti.

A tal proposito, in Svizzera ci sarà un referendum nell’estate 2016. Facciamo appello per sostenere l’introduzione del reddito di cittadinanza, incoraggiando i cittadini svizzeri per il loro e per il nostro futuro a votare SÌ.

Gennaio 2016
Robot per il reddito di base

(Apparso in inglese qui e in un italiano un po’ più robotico qui)

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