ye olde malesangue

Oh, questa cruda, cruda vita! Andrebbe ancora un po' bollita!

Questionario sulla scrittura #2: Luciano Pagano

L’attenzione. Luciano è devoto all’attenzione. Non c’è dettaglio che sfugga: ogni cosa va riportata nella sua dimensione reale con precisione e pulizia. Ecco, viene in mente la pulizia: un concetto non va espresso due volte, bisogna puntare all’essenziale perché quello che si sta mettendo in campo arrivi diretto a chi è dall’altra parte. L’attenzione è anche quella per i lettori: coautori e in qualche modo veri depositari del destino di un’opera. Un rispetto che va oltre il rispetto: è ricerca dell’altro perchè abbia senso il proprio scrivere. La ricerca, va da sé, è già nel lavoro di Luciano. La profondità che sta sotto la superficie apparantemente piana dello scrivere di Luciano è frutto di una ricerca mai appagata dal semplice cercare. Può svanire nel nulla, Luciano, ma sai già che non è lì ad aspettare qualcosa. Sta rifinendo, studiando, scendendo ai piani inferiori per afferrare qualcosa che riporterà in superficie; non per questo portando addosso cicatrici poi troppo apparenti, di quelle che fanno curriculum prima ancora che una buona scrittura. Luciano è un uomo che scrive e fa sul serio. Non s’intravedono altri appigli per trattarlo.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Credo che la mia scrittura rappresenti tutto di me, in ciò che voglio venga rappresentato e in ciò che viene nascosto. Prima ancora di rappresentare la mia vita “è” scrittura. Ho iniziato a leggere fin da piccolo, come tutti, ma al contrario di molti ho continuato a leggere qualsiasi cosa, sono onnivoro, e a qualsiasi età. Mi è sempre piaciuto leggere e, a un certo punto, iniziare a esprimermi nella scrittura.

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Dizionario Immaginario: Alfabeto (un’introduzione)

[Quanto segue è l'introduzione al mio Dizionario Immaginario, di cui avevo parlato qui.]

***

Incontriamoci, sì: ma per andare al circo.
Circo che è mare e deserto insieme, mantra, Cina, glossolalia, recita il rosario l’ardore di ogni sud privo d’equatore: si è sempre a sud di sé quando si racconta. Alfabeto, formule base per formulare l’universo, il cielo, il circo, l’inferno: cortocircuito di a e di p, seduzione di z, x e g, accostamento di d e di j: logica infranta da leggi disumane ma prima dell’umano: miscela e scoppio sono rami dello stesso fusto.
Alfabeto, senza di te è sangue. Sangue senza pelle né ossa, sangue misto a niente, bada bene, non chiediamo qui l’omicidio. Solo mischiati, mischia i globuli, sia lambada anche per loro, mischia le strade, le tue, e gioca ai dadi.

d+a+d+i

E questo è circo.
Incontro.
Così il doppio di me rideva.
In alternativa.
Staccava i biglietti la B, maiuscola, con fare severo: si scherza ma non si scherza davvero. Siamo a scuola, imparerete il caso. Subito dentro, tra il pubblico, tante piccole m, e c, le vocali in prima fila. Applaudivano il direttore, il maestro, coi baffi attizzati dal fuoco di una F (maiuscola, anche questa). Entrava il domatore, i leoni, una G con tanto di frusta alle prese con n minuscole, odore di savana (j). Era poi la volta dell’elefante, L, barriva libertà correndo più su se stesso che in tondo. Il pubblico gaudente, il tendone un’enorme Y, ci sovrastava generoso come avesse le stelle (svariate, innumerevoli x): un lenzuolo, avresti detto (V).
Poi furono coriandoli (piccole c, capovolte però, e qualche ç), barzellette (z o t), foche (h!), dromedari (che banali, con le d) e l’immancabile piovra gigante (o, minuscola, sì).

E un filo di fumo.
In un batter d’occhio il circo svanì, evaporò, fu fatto polvere dai sogni dell’alfabeto. Tutta notte chini a raccoglier lettere, io e il mio compare, guardandoci in cagnesco per capire a quale lettera assomigliassimo. Le raccogliemmo tutte, fino all’ultima rimasta sotto il tendone, e ne riempimmo un sacchetto. Attendemmo l’alba e solo allora svuotammo il sacchetto sul prato. Tra i fili d’erba osservammo il quadro, la splendida composizione, il mosaico, il mostropasticcio che è ogni parola che impasta la lingua di Dante (A).
Così si erano mischiate le lettere che un tempo furono circo.
Quanto segue ne è il risultato.
Raccontiamo in due, io e il compare (doppio!, si dice doppio!), raccontiamo in due con voce di orco (P).

Per una volta il sottoscritto è oggetto d’intervista. È accaduto il 19 gennaio 2012 sulle pagine de Il Paese Nuovo, quotidiano leccese, e le domande le ha poste Ennio Ciotta partendo dal libro La Passione. L’intervista è disponibile anche in pdf.

Come nasce La Passione?
La Passione nasce come reportage nel giugno del 2009. M’impegnai allora a riprendere tutti o quasi i comizi che si tenevano nella piazza del mio paese, la cui situazione politica rispecchiava nel piccolo quello che accadeva o sarebbe accaduto di lì a breve a livello nazionale (si pensi al Laboratorio Politico tra Pd e Udc di oggi, lanciato proprio in quei giorni in provincia di Brindisi). Avevo del materiale video (tuttora su Youtube) e un diario in cui raccontavo soprattutto di una comunità che nei giorni delle elezioni si apre come in festa. Un’assurda festa patronale, in cui il mito – così è il politico in elezioni – si fa rito (i comizianti come i crociferi della Settimana Santa). Il destino della comunità in quei giorni sembra sciogliersi nelle vite e nei melodrammi dei politici. Tutto questo poi è entrato nel libro, commissionatomi dall’editore Untitl.ed a inizio 2010. Ho quindi tirato su un romanzo dalla cronica cronaca del giugno 2009, facendone più che altro un libro sulla lingua e sul sempre incombente ritorno della Balena Bianca (la DC, insomma).

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Tre libri per una compagnia «non galleggiante»

Vorrei dire ancora della nausea che m’ha preso per la lettura nel corso dell’estate del 2010. Una nausea che si mutava presto in terrore e poi tornava a ronzare sulle meste frequenze di una più apparentemente tranquilla nausea da due soldi: ma pur sempre una nausea. E che poi m’è passata sul finire del 2011 grazie a tre libri in particolare, accomunati, questi tre libri, non tanto dal fatto che mi sono stati in un certo senso donati quanto dalla prossimità che ho avvertito nei confronti delle persone che li hanno prodotti.
E allora vorrei partire dal titolo di questo post. «Compagnia galleggiante» l’ho rubato a un corrispondente de La Repubblica, Luigi Irdi, che l’ha utilizzato nel corso di un reportage sulla provincia italiana pubblicato un mesetto addietro sulle pagine de Il Venerdì. Ebbene Irdi si giovava di questa perifrasi per indicare la merda con cui si rischia di nuotare sulla riviera romagnola quando i depuratori smettono di funzionare a causa delle cacate del gran numero di turisti che affollano Rimini e compagnia (cantante) a fine estate. E così ecco il gancio, l’anello, il link che cercavo: quest’estate ho smesso di leggere proprio mentre mi addentravo nella cultura romagnola con un libro Sellerio (del quale ora non ricordo neppure il titolo). L’ho dovuto proprio chiudere di colpo mentre le miserie della vita vera superavano di gran lunga quelle su carta. Ora, il libro non è che fosse davvero brutto; ma in generale è ovvio che m’ero circondato di parecchia compagnia galleggiante a livello letterario. Per mesi ho avuto nausea, nausea per tutti i libri brutti o, se preferite, non imprescindibili e soprattutto per la gran mole di libri che in generale mi circondava (e che mai smaltirò) – compagnia galleggiante, appunto, o quantomeno abbondante, senz’anima, come le pile di libri tutti uguali che lasciano le penne ogni mese nelle librerie, grandi o indipendenti che siano.
Poi sono arrivati questi tre libri, per l’appunto, e pian piano ho ripreso. C’è un motivo se queste tre opere mi hanno fatto tornare la voglia di leggere; e adesso provo a spiegarvelo[1].

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Questionario sulla scrittura #1 — Giorgio Fontana

Analitico, l’esistenza di carta sembra farla a pezzi. Giorgio Fontana cerca purezza e spesso trova nient’altro che altri interrogativi. E ricomincia la corsa, un po’ folle, a volte fino a rincorrere se stesso. Che sia onesto non c’è dubbio. Che sia d’aiuto per molti, pure; e così potrebbe apparire addirittura stucchevole per altri. Ma quello che fa lo fa per intero e lascia che lo investa, per intero, fino a renderlo nudo, con le braccia alzate, di fronte a un mondo che è spesso solo un cono d’ombra – per lo più incomprensibile. C’è garbo, una sorta di galateo da autodidatta solitario, nello scrivere di Giorgio, che porta in qualche caso a provare invidia per lui, certo mai sudditanza: semmai stima, ammirazione. Se decidi di leggerlo – che è un po’ ascoltarlo – lo fai perché lo senti prossimo. Perché sai che merita la tua attenzione. Non gli chiederai nulla in cambio, perché nulla riceveresti. Questo lui lo mette in ogni pezzo e le conseguenze le vive da sé. Come dovrebbe essere.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Mettiamola così: rappresenta il modo in cui affronto gran parte dell’esistenza. In termini narrativi, analitici, alfabetici, quel che vuoi. E definisce chiaramente anche tutto quello che non la riguarda, e che è altrettanto importante – il cono d’ombra dove le parole sono disarmate, inutili.
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Gli ultimi dell’anno — Due pinguini stasera

Comunque c’è poco da fidarsi. Ha pur sempre sguardo e spirito da pianista. Ti sfida, da pianista. Del resto: lui è, un pianista. Solleva lo sguardo dai tasti mentre suona e guarda te ma è a lei che tende, seduce per interposta musica e persona, guarda te – sì, di fatto sfida te – ma è a lei che vuol arrivare, gli occhi come uova lesse, volto e sguardo sghembi, obliqui, un po’ ottusi (da pianista). Se va sul lento è sulla schiena di lei che rallenta: se è habanera, lei è notturna o negra e non balla certo con te; se è foxtrot, sta’ attento: siamo alla furbizia mesta e assassina che da millenni avvantaggia i musicisti e i cantori.
Domani sarà invisibile; domani: non ora. Lei confida a te gli sguardi degli altri in sala, non di lui, non di lui che lei non vede neppure ma ascolta; nel frattempo sul collo tuo hai degli occhi, e prendi coraggio: lo guardi. Sempre lì: sghembo, obliquo, sghembo, ottuso: è un uomo così brutto da apparir bello mentre fa qualcosa. E la fa così bene: lui suona. Un ologramma prodotto dall’incrocio di suono, ritmo e pulviscolo nel cono di luce della lampada sul golfo del pianoforte a coda. Non esisterà domani ma non esita adesso: eccome, se c’è adesso.
Arrenditi – sta dicendo – arrenditi, tu ce l’hai fatta e io no, dammene un po’, dammene un po’: così ti guarda. Tenta la pietà: carta tra carte, si avvantaggia con una melodia latina. Ne sei quasi convinto: che abbia bisogno di lei almeno quanto tu di lui per sopravvivere a stasera. Guardi lei: com’è possibile che anche lei – anche lei – com’è possibile che anche lei lo desideri… così? Di colpo? Ma se fino a un attimo fa neppure lo guardavi? Dimmi com’è, le diresti, com’è aver me e sentire lui e non il contrario, stasera. Com’è.
Hai pagato. Hai pagato stasera per allontanare il traguardo che ti sei dato e raggiunto: per sapere com’è a non avere quel che già si ha e non si fa più nulla per tenere. Così il resto è: temere: e ogni cosa che si teme ha sguardo sghembo, obliquo, un po’ ottuso e poi coda, coda lunga e nera.
Per questo anche tu eri vestito da pinguino, stasera.

2012

Capita che certe cose che agli altri possono apparir nuove, frutto di un percorso nuovo, siano al contrario vecchi fantasmi che hanno finalmente trovato la forza e soprattutto l’occasione di venir fuori. Ecco, il mio 2012 sarà in parte abitato da vecchi fantasmi miei – al contrario nuovi, cortesi e gradevoli, mi auguro, per voi.

Partirei dal libro nuovo. Il libro nuovo è un romanzo e uscirà a metà 2012 per Caratteri Mobili. L’ho scritto più di un anno fa. Al momento ha due titoli – uno rimanda al corpo, l’altro alla pioggia – ed è in fase di editing. In ogni caso si tratta di una tragedia on the road. Una tragedia perché, letteralmente, finisce male. Anche se le ultime due parole del libro sono molto belle e contengono un po’ di speranza per tutti noi. Be’, com’era quella storia a proposito delle tragedie? C’è sempre tempo per fare una tragedia. Anche perché i miei primi due libri, a quanto pare, erano molto divertenti. Ero convinto di aver fatto due tragedie, e invece chi li ha letti mi ha detto di aver persino riso. Il lettore, si sa, è come il cliente di un ristorante abusivo a due passi dal mare: ha sempre ragione. Comunque. Voglio aggiungere solo un dettaglio sul protagonista di questo mio terzo figlio: si chiama Danilo, è un ingranaggio minuscolo e insignificante di un meccanismo antropologico che si inceppa a prescindere ed è appena fuori da una dipendenza socialmente inaccettabile.

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Il regalo di Buon Natale/Buon Inizio

Bene, anche quest’anno i lettori di questo anziano trabiccolo avranno il loro meritatissimo regalo di Natale. Per la verità siamo di fronte a un regalo di Natale/Buon Inizio. In effetti. Si tratta di una mia vecchia filastrocca intitolata Buon anno, di che anno che il disegnatore argentino Daniel Cuello ha avuto la cortesia di illustrare per me. Di questa cosa sono molto contento (grazie, Daniel!). Il risultato è una graziosa cartolina di cui vi dirò a breve – e che vedete fresca-fresca di stampa nella foto quassù, ancora adagiata, in numero di due esemplari, sulla stampante contro cui lotto quotidianamente.
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La moda del tempo

Tempo fa mi sorprendevo spesso a pensare che l’11 settembre fosse una sorta di simbolo utile a spiegare un particolare momento di caduta, sconfitta totale e morale e su ogni fronte per ciascuno di noi. Ammetto di essermene andato in giro per un po’ a dire che “ognuno ha il suo undici settembre”.
Be’, poi è arrivata la crisi e dunque adesso trovo altrettanto divertente raccontare la storiella per cui “ognuno ha il suo ‘29”.
Comunque. Sento di dover tacere ancora un po’ sul mio personalissimo 11 settembre e sul mio altrettanto personale ‘29. Non credo abbiano molta importanza e in ogni caso tento ancora di essere una persona discreta sebbene le mie miserie abbiano ormai ben poco di privato; del resto devo anche dire di trovarmi in uno di quei rari momenti in cui tutto di me è pubblico e, davvero per una volta nella vita, non ho molto da nascondere. Direi quasi nulla. Questo mi rende molto poco interessante, in effetti.
Stando a questioni più generali, devo dire di non aver usato l’aggettivo interessante per caso. Avrei potuto anche dire desiderabile o, perché no, appetibile. Adesso userò il passato per spiegare quello che ho in mente e lo farò per due ragioni che mi paiono, va da sé, piuttosto ragionevoli: da un lato il passato, inteso come verbo, è decisamente passato, e dunque posso giovarmene in funzione apotropaica (credo che molte delle cose che faccio o scrivo abbiano questa funzione: allontanare da me cose di me e del mio immaginario che non so digerire o gestire, mettiamola così); e da un altro il passato tornerà utile per dare una sorta di autorevolezza a quello che sto per dire. Se lo dicessi al presente, be’, finirei decisamente col sembrare un pornografo nichilista. Ma sono troppo noioso per esserlo davvero, giuro. E giuro anche che sto per farlo, sto per dirlo sul serio, quello che ho in mente.
Ecco:

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