Le storie degli altri

Cortázar non era il migliore

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Furbo e fintamente modesto come un picador (o un fluffer) di un’intera provincia letteraria lanciata nello spazio al posto di una cagnetta inconsapevole, Roberto Bolaño è morto prima di compiere la sua opera. Ma soprattutto, è morto prima che gli altri, i critici, gli epigoni o gli editori (che comunque ci hanno provato), potessero completarla al posto suo. Morendo, si è impedito di diventare il prossimo Gabriel García Márquez o più in generale il prossimo megafono di qualche finto regime democratico sudamericano o, perché no, mondiale. Morendo, non si è imposto la speranza che deriva, in vita, dal desiderare di essersi sbagliati. Sbagliati su cosa? Nell’aver intravisto un’oasi di verità in un deserto di finzione. Morendo prima, Bolaño si è obbligato alla coerenza (la sua) e al fraintendimento (degli altri, come vedremo). L’equivoco della gloria è stato un equivoco postumo, nel suo caso, che è come la risata di un mulo (dunque doppiata da un attore che recita in pubblicità di sottomarche di gelati). Esagerando, si potrebbe dire che Bolaño non ha fatto in tempo a diventare neppure se stesso. Al contrario, Cortázar ha fatto in tempo a diventare se stesso per sé e per tutti quelli per cui doveva diventare Cortázar, ovvero quei placidi lettori che credono nel piacere della lettura come placida stuzzicheria intellettuale. Ha fatto in tempo a porsi i dubbi giusti, le domande sbagliate e a rimuovere gli spazi bianchi, spazzolandoli con una sintassi ammirevole, quegli spazi bianchi che sono gli spazi più poetici (e crudeli e ingiusti) in cui uno scrittore possa vivere. Morendo a settant’anni, Cortázar è stato compreso e digerito. Se non è diventato il prossimo García Márquez (o il prossimo Borges), è perché era già il prossimo Cortázar. Per cui piaceva a sinistra ed era ignorato a destra, il che non rappresenterebbe alcun problema, se non fosse che una dinamica simile finisce sempre col disinnescare, mentre le leggiamo, quelle piccole bombe atomiche che sono i racconti dell’argentino – in letteratura, una bomba atomica è ad esempio un certo uso della prima persona, un uso che fa confondere, al lettore e soprattutto ai critici, la voce narrante con quella del protagonista, addirittura con quella dell’autore, oltre che, appunto, una certa (aristocratica e innata) volontà di essere ignorati sia a destra che a sinistra, un certo (aristocratico) disinteresse per le distinzioni tra destra e sinistra, e dunque tra sinistra e destra e tra mano che scrive e mano che non scrive (e che è sempre la sinistra), per dirla con Blanchot. Detto in altri termini, un’autentica bomba atomica letteraria è l’astuzia che sta nel fuggire uno sguardo commissionato da una certa morale politica, specie se autoindotta, che è sempre, come sappiamo, una morale provvisoria.


Folco Mondo | Canidi nello spazio

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Le storie degli altri

Dall’anima all’anonimato

manlio cancogni perfidi inganni
Il tempo è sempre più sfacciatamente radioso. Si sta tutto il giorno in acqua, si mangia all’aperto, si gioca a palla sulla spiaggia. Sembra la felicità. E io m’annoio. L’altra notte papà ci portò tutti in alto mare sul peschereccio di un suo amico di Lerici. Andammo molto al largo, verso la Corsica, aiutammo a calare e a tirare la rete, due volte. Un bellissimo spettacolo, molto eccitante. C’ero solo con la testa, non col cuore. Poi si cucinò un risotto alla marinara e un cacciucco. Mangiammo a bordo seduti sul ponte, su mucchi di corde, col fiasco che girava. C’era anche Cogan; e io parlavo quasi sempre con lui, perché mi pareva che avesse addosso qualcosa di Armand. Si vedevano a tratti scintillare i lumi della costa, e io ero interessata a sapere solo dov’era Livorno.
[…]
E davanti a quella domanda, non c’è ricordo e immagine dell’estate che tenga; le partite a water-polo nella caletta, la pesca di notte che ci portò fin quasi sulle coste della Corsica, le gite sui monti, le cene in trattoria a Lerici o nei paesetti dell’interno da cui si tornava a notte fonda; Livorno, i fossi, è tutto scomparso, svanito, mai esistito. E questa cecità, questa idiozia è ciò che si chiama passione; e la gente ne va tanto orgogliosa da considerare men che niente quelli che non la provano. Io sono fierissima di non provarla. Io me ne vanto. Per me non c’è bene maggiore che avere gli occhi aperti, la mente chiara, la memoria così fresca che ogni cosa vi si mantenga viva e vera come nel momento stesso in cui emerse dall’anonimato per entrare nella nostra anima.


Manlio Cancogni | Perfidi inganni

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Storie

Dati Svimez 2015: cinque opinioni oscure e divergenti

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Qualche giorno fa mi sono divertito a leggere i dati Svimez 2015 sul non-sviluppo (per usare un eufemismo) del meridione italiano. Soprattutto mi hanno divertito le opinioni fiorite in merito a destra e a manca. Ho voluto prolungare questo sadico divertimento immaginando cosa pensano della questione alcuni dei personaggi di cui ho scritto negli ultimi anni. Si tratta di esuli, per la maggior parte pugliesi, che conosco ormai a memoria. Ne è venuto fuori quanto segue.

*

Vivo ormai da anni in Toscana, una splendida regione che mi ospita come la perla nell’ostrica. Non sto dicendo che sono una perla, ma di sicuro non c’è ostrica senza perla. Io non sarei io se non fossi qui, se non avessi lasciato il sud per venire qui. Per cui quello che penso dei dati Svimez 2015 ha a che fare con questo senso di sicurezza e di bellezza che la mia vita si è portata dietro. Ma non del tutto. Chi mi conosce sa che, ad esempio, continuo a scrivere sui quotidiani delle terre che mi hanno dato i natali, e sa anche con quanta rabbia io scriva. Forse, come dice Guglielmo Soga, dovremmo abbandonarci all’idea di essere stati abbandonati, farne un punto di forza per il rilancio del nostro meridione. A questo punto io sarei uno che ha abbandonato, però, e tuttavia mi sento anche abbandonato a mia volta dalla mia Puglia: altrimenti non sarei dovuto andar via, oltre trent’anni fa. Questo genera un senso di rabbia. E la rabbia, dispiace dirlo, la indirizzo contro la politica. Senza per questo alimentare un qualunquismo di dubbio gusto. Il discorso di Soga è incompleto: va bene fare dei propri limiti, della propria condizione limitata, un punto di forza, ma se la politica non ti segue? Se non è in grado di seguirti, di pensare un modello di sviluppo differente? Peggio, se è in cattiva fede e semplicemente non può seguirti, caro Guglielmo, perché per un’intera classe dirigente è sconveniente pensare a modelli di sviluppo alternativi? Temo le voci isolate, come la mia e quella di Guglielmo Soga, perché tendono al martirio oppure all’oblio. Come per la mia Puglia, ora più che mai.


Franco Dannoso, docente

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Il tema, a quanto pare, è l’opinione sui dati Svimez, prima ancora che il dato in sé. Questo è un problema. Il contrario dell’impegno non è il disimpegno. Ma il rischio è quello di sembrare disimpegnati se si risponde con un’altra domanda, con tono peraltro pacato (che mi si creda o meno): cosa vi aspettavate? Regge appena la Puglia, forse, dicono, ma non si sa se è vero. Bene, anche la Puglia è un posto di esuli. Via tutti, i figli chi doveva farli? Li fanno i lavoratori neri nelle campagne, nascosti finché non li stronca un colpo al cuore. Prendete la striscia di terra tra Taranto e Brindisi: tra l’Ilva e il petrolchimico abbiamo avuto solo tumori e lauree, lauree e tumori. I tumori degli operai e di chi ha vissuto dell’indotto sono serviti, oltre a comprare villini al mare e SUV, a fare in modo che i nostri figli studiassero. Ma una laurea non cura un cancro ben più esteso, neppure una in medicina. E in ogni caso è un gioco a somma zero, per cui la vita diventa un deposito della morte. Qui, dopo la rape culture insegnataci dai piemontesi nel passato, è andato avanti un secondo olocausto. Oggi diciamo che non è ne valsa la pena, ma lo diciamo da tempo e lo si è detto in tutte le forme. Forme sbagliate, questo è evidente, forme dello sfruttamento, soprattutto, nel momento in cui è chiaro a tutti che non hanno prodotto un’ulteriore forma di rovesciamento dello stato delle cose. Cosa vi aspettavate, allora? Adesso ci attende il deserto, i paesini sono già svuotati, forse li riempiranno gli africani, cambiando il nome alle vie, alle chiese, alle case. Prolifererà la droga, per sopportare questa terra, e perché fa guadagnare. Questo sud non sarà sud in eterno: diventerà confine, frontiera, terra d’attraversamento o di ripiego, almeno per chi vorrà restare per investire su un clima insopportabile, sul lavoro, poco, sfruttato e sempre più parcellizzato, e su grandi città che, nel tentativo di assomigliare a quelle del resto d’Europa, diventeranno del tutto simili a miniature di megalopoli africane o sudamericane. Se questo è disimpegno, allora temo che l’impegno vesta il suo sguardo di insipidi insaccati, d’importazione ormai anche quelli.


Folco Mondo, critico

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Giro il mondo ormai da qualche anno, lo faccio perché dubito di tutto e allora cerco conferma ai miei dubbi dappertutto, in attesa di riscontri o smentite. La tristezza dei dati diffusi l’altro giorno viene da una conferma. È chiaro. Quei dati dicono una cosa che sappiamo, che abbiamo sempre saputo, anche mentre andava avanti quella che potrebbe essere definita una specie di bolla culturale, quella della riscoperta di certi sud, che poi sono tanti e non sempre dialogano tra loro, e allora questa conferma ha la sola e ancora più triste novità di essere accostata a quella parola che non designa più un paese o una cultura, ma uno stato mentale: “Grecia”. Questi dati hanno bucato lo schermo, come si suol dire, perché hanno evocato uno spettro, e che spettro!, che non solo si aggira per l’Europa, ma di volta in volta ne affossa l’idea, la rilancia, la svuota di ogni significato, ci delude ancora… E noi in mezzo, a sentire le rimostranze di questo o quell’altro politico. Ma c’è poco da fare, si tratta di economia e poco altro. Salire definitivamente sul carro dei perdenti neoliberisti lo si fa per noia, per mancanza di sguardo alternativo, almeno credo, altrimenti non si spiegherebbero certi trattati internazionali, e poi tutta la vicenda Xylella in Puglia, ad esempio… In Puglia dove abbiamo dimostrato che con la cultura si mangia, altroché, non credete a chi dice il contrario, ma forse ci è mancato il coraggio di dimostrarlo fino in fondo, ed ecco la bolla degli ultimi dieci anni… E allora bisognerebbe decidere una volta per tutte se vogliamo stare davvero su quel carro là, per imitazione o, come detto, per noia o paranoia di restarne fuori, o provare a segnare per davvero una strada tutta nostra, per quanto in salita, tristemente in salita, forse più che in passato, anche se non l’avremmo mai detto.


Stefano Dannoso, scrittore

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Sì, i dati sono avvilenti. Ma è avvilente ogni avvenimento umano ridotto a dato, statistica, metafisica della concludenza a ogni costo. Sì, sono avvilenti, questi dati, ma immaginateli se avessero riguardo il nord, se li avesse ascoltati un milanese: avrebbe tirato dritto verso il lavoro, ad oliare imperterrito la macchina che sta costruendo e che lo strangolerà insieme alla sua famiglia, ai suoi amici, insieme a chi, in altri termini, fa con lui comunità. Noi meridionali invece tiriamo dritto, è vero, ma tiriamo dritto verso il nulla che c’era prima di quei dati e che ci sarà sempre. A volte facciamo tragedie, ma le facciamo cantando. Tiriamo fuori il demone così, per questo ne facciamo, di tragedie, soprattutto per questioni di lutto o d’amore. L’economia, quella finanziaria soprattutto, non ci incanta se non a metà, forse per un quarto soltanto. Noi viviamo così da sempre. Se soffriamo, e se soffriamo alla milanese, è perché ci siamo fatti contagiare. Ci siamo fatti illudere e ci siamo fatti abbandonare. Neppure sedurre, perché non siamo andati via con loro, non del tutto almeno. Prendiamo le stesse pastiglie degli occidentali ma soffriamo d’altro, questo sarebbe bene mettercelo in testa. Allora soffriamolo tutto, il nostro soffrire. Soffre solo chi s’offre, diceva un poeta, e noi questo abbiamo soprattutto: che sappiamo offrirci. Lo sanno i testoni che redigono certe classifiche e certe statistiche (non sono poi la stessa cosa?) e che vengono a fare le vacanze qui. Ripartiamo dalle sofferenze, quelle più nostre, e troviamo le terapie più adeguate. Una panchina a forma di onda, meglio se in legno, sul lungomare di Amalfi, mi cura più di mille pillole che mi suggerisce il medico (è uno che ha studiato a Parma, glielo dico sempre che ne risente). Il canto del cardellino mi ricongiunge a Gesù Cristo, lui sì depositario di un sacrificio spropositato ma giusto, colmo d’amore, e così gli uccelli notturni, in quanto rapaci, mi dicono che di notte si sta in guardia, che è normale non dormire e fare l’amore per non pensare al caldo, agli agguati, alle statistiche. Non siamo numeri, quando ero adolescente si diceva che c’era un modo di fare l’amore “alla milanese”, si diceva di certe signore che venivano in vacanza qui e sceglievano tra noi ragazzi del luogo i loro amanti. Era un amore senza amore, dedito alla simulazione degli amplessi, di un vuoto incolmabile e che queste signore usavano per riempire un vuoto ancora più grande. Potevamo vantarci, da bulli adolescenti, di aver avuto la turista, la signora coi bracciali: ma non restava niente, se non un cuore più vivido, ardente. Facciamo l’amore come sappiamo farlo noi, non alla milanese, allora. Ci hanno abbandonati, abbandoniamoci a noi stessi. La deriva non è un ripiego, come dicono certi giornalisti e professorini che non condividono queste tesi, la deriva è un’occasione. Smettiamo i panni dei terroni cercatori di visibilità, diamoci alla visione. L’unica esistenza che sappiamo è quella lirica, cantiamola. Le statistiche no, non sono spartiti se non per gli spariti: quelle funzionano solo se restano su carta.


Guglielmo Soga, poeta

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Nel 2050 avremo una regione desertica e abbandonata? Con le vecchie città ridotte a piccole comunità di consanguinei o creoli mischiati con slavi, arabi e africani? E quel sangue mischiato male e il calore ci faranno diventare pazzi del tutto? E queste comunità saranno delimitate e circondate da filo spinato perché nessuno possa entrare e uscire senza il permesso di amministratori che non saranno più emanazione di scelte politiche? E le scelte politiche, una volta dismessa la politica, diventeranno tendenze e paranoie religiose? I vecchi partiti e i movimenti, culturali o politici, diventeranno piccole chiese i cui adepti saranno disposti ad uccidere, pur di mantenere il loro minuscolo frammento di potere? La tecnologia digitale, avanzata come in tutto il resto del pianeta, non smuoverà di un granello di sabbia o di polvere la produttività di questa regione? Saremo costretti a vivere rinchiusi in casa, nelle nostre case isolate e lontane nel deserto, con un fucile sotto al letto per proteggere i nostri cari? Dovremo tornare ad essere pronti ad ammazzare per strada, anche solo per difendere il nostro onore? D’accordo. Non capisco la differenza col passato. Però ho una certezza: produrremo ottima letteratura.


Nero Desideri, scrittore segreto

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Le storie degli altri

Roberto Bolaño — Mai esaurire un filone!

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Joaquín Font, clinica psichiatrica El Reposo, Camino del Desierto de los leones, dintorni del DF, gennaio 1977

Esiste una letteratura per quando ti annoi. Abbondante. C’è una letteratura per quando sei calmo. La letteratura migliore, credo. C’è anche una letteratura per quando sei triste. E c’è una letteratura per quando sei allegro. C’è una letteratura per quando sei avido di conoscenza. E c’è una letteratura per quando sei disperato. Quest’ultima è quella che volevano fare Ulises Lima e Belano. Grave errore, come vedremo presto. Prendiamo, ad esempio, un lettore medio, un tipo tranquillo, colto, maturo, dalla vita più o meno sana. Un uomo che compra libri e riviste di letteratura. Bene, ci siamo. Quest’uomo può leggere quello che viene scritto per quando sei sereno, per quando sei calmo, ma può leggere anche qualsiasi altro genere di letteratura, con occhio critico, senza complicità assurde o deplorevoli, spassionatamente. Ecco cosa penso. Non voglio offendere nessuno. Ora prendiamo il lettore disperato, al quale è presumibilmente rivolta la letteratura dei disperati. Cosa vedete? Primo: si tratta di un lettore adolescente o di un adulto immaturo, insicuro, coi nervi a fior di pelle. È il tipico coglione (scusate il termine) che si suicidava dopo aver letto il Werther. Secondo: è un lettore limitato. Perché limitato? Elementare, perché non può leggere altro che letteratura disperata o per disperati, il che gira e rigira è uguale, un soggetto o un mostro incapace di leggere d’un fiato Alla ricerca del tempo perduto, per esempio, o La montagna magica (secondo la mia modesta opinione un paradigma della letteratura tranquilla, serena, completa) o, per dirla tutta, I miserabili oppure Guerra e pace. Penso di essere stato chiaro, no? Bene, sono stato chiaro. Così fui chiaro con loro, glielo dissi, li avvertii, li misi in guardia contro i pericoli che si trovavano davanti. Come parlare al muro. Inoltre, i lettori disperati sono come le miniere d’oro della California. Finiscono alla svelta! Perché? È evidente! Non si può vivere disperati per tutta la vita, il corpo pian piano cede, il dolore diventa insopportabile, la lucidità sfugge a grandi fiotti freddi. Il lettore disperato (e ancora di più il lettore di poesia disperata, quello è insopportabile, credetemi) finisce per disinteressarsi dei libri, finisce per trasformarsi ineluttabilmente in un disperato e basta. Oppure guarisce! E allora, come parte del suo processo di rigenerazione, torna lentamente, come nella bambagia, come sotto una pioggia di pillole tranquillanti sciolte, torna, dicevo, a una letteratura scritta per lettori sereni, riposati, con la mente equilibrata. Questo si chiama (e se nessuno lo chiama così, lo chiamo così io) il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. E con ciò non voglio dire che quando uno è diventato un lettore tranquillo non legga più libri per disperati. Certo che li legge! Soprattutto se sono buoni o passabili o se un amico glieli ha consigliati. Ma in fondo lo annoiano! In fondo quella letteratura amareggiata, piena di armi bianche e di Messia impiccati, non riesce a toccargli il cuore come invece fa una pagina serena, una pagina meditata, una pagina tecnicamente perfetta! E io glielo dissi. Li avvertii. Gli mostrai la pagina tecnicamente perfetta. Li avvisai dei pericoli. Mai esaurire un filone! Umiltà! Cercare, perdersi in terre sconosciute! Ma in cordata, con briciole di pane o sassolini bianchi! Però io ero matto, matto per colpa delle mie figlie, per colpa loro, per colpa di Laura Damián, e quei due non mi diedero retta.


Roberto Bolaño | I detective selvaggi

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Microrec

Wilco, Star Wars

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Come un amico che si sposa da un giorno all’altro, senza preavviso, come il chioschetto che vende le angurie che spunta fuori dal nulla in un giorno d’estate.

wilco star wars facebook announcement

Con questo messaggio, una mattina di luglio 2015, i Wilco annunciano l’arrivo del loro nuovo disco, Star Wars. A quanto pare, lo hanno messo online – gratuitamente, per qualche ora, e a sorpresa – semplicemente perché “è divertente”.

E allora, dove li avevamo lasciati, Jeff Tweedy e compagnia? L’ultimo lavoro di studio era The whole love (2011), cui erano seguiti progetti paralleli, solisti (e familiari), produzioni di festival e partecipazioni varie. L’idea, tutto sommato, era che i Wilco fossero in quella parte della carriera (della vita?) in cui, in effetti, puoi finalmente pensare a divertirti.

E in effetti, in Star Wars tutto sembra rimandare a un’idea di divertimento. Nel senso (come si suol dire) più nobile del termine. Un piccolo paradosso che sta tra l’intrattenimento da mercato discografico novecentesco e il piacere di suonare (e produrre dischi) senza il condizionamento e le ansie dell’industria: a partire dal lancio di questa mattina, passando per il titolo e la copertina dell’album, che stridono parodisticamente, se pensiamo alla saga di George Lucas – il gatto dell’illustrazione ammicca facendo l’occhiolino mentre scarichiamo il disco da wilcoworld.net – fino, ovviamente, al disco stesso.

Star Wars dura pochissimo. Undici canzoni, per la maggior parte tra i due e i tre minuti, con la sola You satellite, tesa e romanticamente ipnotica, oltre i cinque. L’apertura è per la strumentale EKG, un minuto e quindici di chitarre che si inseguono e si inacidiscono spezzandosi e accartocciandosi, una sull’altra, su un drumming insieme regolare e selvaggio. La chiusura è affidata invece a Magnetized, tre minuti e quaranta di sussurrato intimismo spaziale. Nel mezzo, le melodie, ruvide e scanzonate, di Random name generator e The joke explained, il sound cupo e saturo del rock’n’roll di Pickled ginger, l’episodio malinconico (l’unico, forse) di Where do I begin, con tanto di coda con batterie reversed (altra eco beatlesiana, insieme a certe linee melodiche del cantato di Tweedy). Poco più di mezz’ora in cui rock classico, alternative e sperimentazione si amalgamano alla perfezione, per cui è davvero difficile dire dove finisca uno spunto o una fonte (perché nei Wilco confluisce quasi un secolo di musica rock), dove inizi l’altra.

Un disco breve – non per questo un lavoro improvvisato. Al contrario, il sound, al solito dei Wilco, è raffinatissimo, curato in ogni minimo dettaglio. Star Wars conferma quello che Tweedy e soci sono da un decennio: una band che dimostra che c’è vita oltre l’adolescenza creativa che sì, ti fa scrivere canzoni intense, tuttavia inchiodandoti a una conseguente e inevitabile fiacchezza compositiva; ancora, una band capace di una scrittura piena e felice, perché ormai padrona di un linguaggio, quello rock, con tutte le soluzioni stilistiche che può offrire.

Ma c’è, forse, anche dell’altro: ovvero l’indicazione di una via alternativa a quella dei dinosauri del rock, per cui l’estinzione si palesa nel momento in cui si inizia a suonare sempre lo stesso pezzo. E questa via è quella di una band che suona e produce musica di continuo, potendosi permettere di cristallizzarla, di darle forma con un disco, quando – semplicemente – ne ha voglia. E di regalare quel disco ai fan, utilizzando, dalla prospettiva di chi in qualche modo è sopravvissuto, quella stessa rete che salvò un album bellissimo come Yankee Hotel Foxtrot dal potenziale dimenticatoio. Era il 2002, i Wilco cominciavano finalmente a diventare se stessi.

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Storie

La differenza tra musica e letteratura con un video di Vinicio Capossela

Vinicio Capossela Live

Un pomeriggio che c’è stato un lieve terremoto ed ero diviso tra diverse letture (poniamo: Manlio Cancogni, Annie Ernaux, Guglielmo Soga, Juan Carlos Onetti) mi sono imbattuto in questo video di Vinicio Capossela. Aggiungo che ero tutto preso nel bel mezzo di una colluttazione/revisione di vecchi racconti, e stavo giusto interrogandomi sulla strada più appropriata da far imboccare alla mia scrittura. Il fatto è che resto soprattutto un lettore: così, mettendo insieme le letture di quel pomeriggio con il video in questione, ho cominciato a chiedermi, con aria un po’ infantile, cosa fosse la letteratura, cosa la innescasse, soprattutto confrontandola con il linguaggio musicale.

Nel video, Vinicio Capossela canta una sua vecchia canzone in un posto di mare. Il primo piano lo mostra rapito dall’intensità del canto: sono solo lui e il pianoforte, in fondo. A un certo punto sta vocalizzando in un modo inedito, almeno per chi conosce la versione da studio di quel brano. L’applauso del pubblico sottolinea il picco, il momento più intenso e più poetico dell’esibizione. In quel punto, la musica sta facendo il suo dovere: sta emozionando mentre viene eseguita.

Il video, è evidente, è amatoriale. Oltre all’inquadratura che balla piano, ci sono almeno un paio di elementi, sullo sfondo, che rischiano di minare la sospensione dell’incredulità in noi che guardiamo questo breve reperto da casa nostra o sui nostri smartphone. Mi riferisco ovviamente ai due uomini in barca che appaiono verso la fine, e soprattutto al poliziotto che resta in secondo piano, ma sempre ben presente, per tutta la durata del video.

Ora, non voglio perdermi in un parallelo particolarmente lungo, peraltro banale già nell’intento, tra musica (a volte poesia) e letteratura. Ma credo che proprio in questi due elementi di sospensione dell’incredulità vada ricercato ciò che può innescare una dinamica puramente letteraria. Soprattutto nella presenza del poliziotto (i due uomini in barca, tutto sommato, possono essere tollerati come parte della scenografia marina). In altri termini, mentre la musica, com’è ovvio, ha nella sua natura prima di tutto la possibilità di essere eseguita dal vivo, la letteratura sta in disparte e necessita di un certo lasso di tempo per prodursi – o di una certa latenza, per restare su un terreno vagamente musicale, tra il momento in cui qualcosa viene colto e quello in cui viene raccontato. Soprattutto, quello che la letteratura può fare è certamente interrogarsi su ciò che sta in secondo piano, o che addirittura non dovrebbe neppure trovarsi in un certo posto: ad esempio, cosa sta pensando il poliziotto che assiste, di pomeriggio, per lavoro, a un concerto di Vinicio Capossela in una città di mare? Cosa pensa della canzone eseguita dal cantante, quali ricordi gli porta, se gliene porta? In più, il poliziotto è alle spalle del cantante: come lo vede? Può darsi che a lui sembri buffo, particolarmente sgraziato o non abbastanza sciolto sullo strumento. O anche solo stonato. O magari, perché no, non gliene frega un bel niente – e non è da escludersi, visto che si trova dall’altra parte, che l’agente stia osservando una signorina tra il pubblico, la quale, tutta presa dall’esecuzione del pianista, non fa neppure caso a quell’uomo in divisa che le spia il seno dietro i suoi imperscrutabili occhiali da sole a specchio. E così via.

(Poi, in serata, sono andato a sentire la banda del paese che suonava Puccini in cassarmonica. Non c’era molta gente. Gli anziani, che sono il pubblico per eccellenza di questi concertini, vanno estinguendosi. Mentre ascoltavo la Turandot ho pensato all’unica persona che conosco che è in grado di riconoscere della buona letteratura d’istinto, con uno sguardo furbo e veloce. È un mio amico, gliel’ho visto fare diverse volte. Prende un libro, lo apre a caso, fa notare un passaggio particolarmente riuscito. Allora ti fa vedere il punto esatto in cui l’intelligenza dello scrittore e quella del lettore possono incontrarsi o addirittura coincidere, indicando la bellezza assoluta e nascosta che si cela dietro una breve descrizione in cui ogni parola è al posto giusto, l’universo ulteriore che c’è dietro un dialogo apparentemente banale, e poi questioni più tecniche: la punteggiatura usata non per fermare ma per imprimere un certo ritmo alla scrittura, il fantasma di chissà quale tic di un personaggio dietro lo stesso aggettivo usato due volte a poche righe di distanza, e poi quelle frasi che, lette come si deve, funzionano come una leggera increspatura sulla superficie marina, svelando un fondale incredibilmente pieno di vita… E ho concluso che questo mio amico è del tutto simile agli anziani esperti di opera, che parla di libri e letteratura così come uno di quei vecchi esperti ascoltatori da cassarmonica, se glielo chiedessi, canticchierebbe questa o quell’altra aria di Puccini. Ho pensato che è una cosa incredibile, e che è davvero da stupidi pensare che possa estinguersi. E così via.)

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Microrec

Il pozzo, Juan Carlos Onetti

Juan Carlos Onetti El pozo

«Mi sarebbe piaciuto infilzare la notte sul foglio come una grande farfalla notturna.»

Cos’è Il pozzo, racconto lungo o romanzo breve, se non lo sprofondare nel proprio esofago man mano che si smarrisce la voce? Scrittore fallito il Linacero del racconto, scrittore vero l’autore Juan Carlos Onetti, anche in questa prima prova, e prova ne è che il suo lamento ha la forza di farsi lascito (di Linacero, non suo). Non a caso è sempre la voce, il tono dei narratori di Onetti la componente più vitale del suo stile, anche mentre racconta la miseria, sia pur magmatica, di locande per marinai e prostitute, il disincanto di ogni rivoluzione, la disperata irriducibilità di una scrittura che non diventa romanzo mentre è già tradita dalla poesia. E così è Linacero, visitato in sogno da avventure e fatti che sgrana come un rosario di aneddoti; li accenna, non li scrive, non li sviluppa: ecco perché resta racconto – ma il romanzo, diceva Roberto Bolaño, non è che una successione di racconti legati l’un l’altro. Dunque avrebbe la chiave per schiudersi, Linacero, per non soccombere di fronte alla poesia di Cordes (Borges?), per diventare farfalla e non farsi infilzare come un pesciolino rosso nel suo laghetto dal raggio di luce lunare. Ma non può, e così attende la notte come un brucaliffo con la faccia da Céline, e borbotta il lamento accarezzando la farneticazione. Perché se pensi troppo alla scrittura senza praticarla (lo sa l’Ulises Lima di Bolaño, lo sanno Camus e Fante), dimentichi la vita e finisci nel delirio: «Lázaro è un cretino ma ha fede, crede in qualcosa. Senza saperlo, ama la vita e solo così è possibile essere un poeta». Della poesia, in Linacero (e in Onetti), resta la convinzione che i sentimenti, attraversando e toccando gli amanti per un istante di grazia (la fugacità in una permanenza di Cortázar?), siano più importanti delle persone. «Intendo dire: è assurdo che si dia più importanza allo strumento che alla musica».

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