Le storie degli altri

Roberto Bolaño — Mai esaurire un filone!

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Joaquín Font, clinica psichiatrica El Reposo, Camino del Desierto de los leones, dintorni del DF, gennaio 1977

Esiste una letteratura per quando ti annoi. Abbondante. C’è una letteratura per quando sei calmo. La letteratura migliore, credo. C’è anche una letteratura per quando sei triste. E c’è una letteratura per quando sei allegro. C’è una letteratura per quando sei avido di conoscenza. E c’è una letteratura per quando sei disperato. Quest’ultima è quella che volevano fare Ulises Lima e Belano. Grave errore, come vedremo presto. Prendiamo, ad esempio, un lettore medio, un tipo tranquillo, colto, maturo, dalla vita più o meno sana. Un uomo che compra libri e riviste di letteratura. Bene, ci siamo. Quest’uomo può leggere quello che viene scritto per quando sei sereno, per quando sei calmo, ma può leggere anche qualsiasi altro genere di letteratura, con occhio critico, senza complicità assurde o deplorevoli, spassionatamente. Ecco cosa penso. Non voglio offendere nessuno. Ora prendiamo il lettore disperato, al quale è presumibilmente rivolta la letteratura dei disperati. Cosa vedete? Primo: si tratta di un lettore adolescente o di un adulto immaturo, insicuro, coi nervi a fior di pelle. È il tipico coglione (scusate il termine) che si suicidava dopo aver letto il Werther. Secondo: è un lettore limitato. Perché limitato? Elementare, perché non può leggere altro che letteratura disperata o per disperati, il che gira e rigira è uguale, un soggetto o un mostro incapace di leggere d’un fiato Alla ricerca del tempo perduto, per esempio, o La montagna magica (secondo la mia modesta opinione un paradigma della letteratura tranquilla, serena, completa) o, per dirla tutta, I miserabili oppure Guerra e pace. Penso di essere stato chiaro, no? Bene, sono stato chiaro. Così fui chiaro con loro, glielo dissi, li avvertii, li misi in guardia contro i pericoli che si trovavano davanti. Come parlare al muro. Inoltre, i lettori disperati sono come le miniere d’oro della California. Finiscono alla svelta! Perché? È evidente! Non si può vivere disperati per tutta la vita, il corpo pian piano cede, il dolore diventa insopportabile, la lucidità sfugge a grandi fiotti freddi. Il lettore disperato (e ancora di più il lettore di poesia disperata, quello è insopportabile, credetemi) finisce per disinteressarsi dei libri, finisce per trasformarsi ineluttabilmente in un disperato e basta. Oppure guarisce! E allora, come parte del suo processo di rigenerazione, torna lentamente, come nella bambagia, come sotto una pioggia di pillole tranquillanti sciolte, torna, dicevo, a una letteratura scritta per lettori sereni, riposati, con la mente equilibrata. Questo si chiama (e se nessuno lo chiama così, lo chiamo così io) il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. E con ciò non voglio dire che quando uno è diventato un lettore tranquillo non legga più libri per disperati. Certo che li legge! Soprattutto se sono buoni o passabili o se un amico glieli ha consigliati. Ma in fondo lo annoiano! In fondo quella letteratura amareggiata, piena di armi bianche e di Messia impiccati, non riesce a toccargli il cuore come invece fa una pagina serena, una pagina meditata, una pagina tecnicamente perfetta! E io glielo dissi. Li avvertii. Gli mostrai la pagina tecnicamente perfetta. Li avvisai dei pericoli. Mai esaurire un filone! Umiltà! Cercare, perdersi in terre sconosciute! Ma in cordata, con briciole di pane o sassolini bianchi! Però io ero matto, matto per colpa delle mie figlie, per colpa loro, per colpa di Laura Damián, e quei due non mi diedero retta.


Roberto Bolaño | I detective selvaggi

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Microrec

Wilco, Star Wars

wilco_star wars

Come un amico che si sposa da un giorno all’altro, senza preavviso, come il chioschetto che vende le angurie che spunta fuori dal nulla in un giorno d’estate.

wilco star wars facebook announcement

Con questo messaggio, una mattina di luglio 2015, i Wilco annunciano l’arrivo del loro nuovo disco, Star Wars. A quanto pare, lo hanno messo online – gratuitamente, per qualche ora, e a sorpresa – semplicemente perché “è divertente”.

E allora, dove li avevamo lasciati, Jeff Tweedy e compagnia? L’ultimo lavoro di studio era The whole love (2011), cui erano seguiti progetti paralleli, solisti (e familiari), produzioni di festival e partecipazioni varie. L’idea, tutto sommato, era che i Wilco fossero in quella parte della carriera (della vita?) in cui, in effetti, puoi finalmente pensare a divertirti.

E in effetti, in Star Wars tutto sembra rimandare a un’idea di divertimento. Nel senso (come si suol dire) più nobile del termine. Un piccolo paradosso che sta tra l’intrattenimento da mercato discografico novecentesco e il piacere di suonare (e produrre dischi) senza il condizionamento e le ansie dell’industria: a partire dal lancio di questa mattina, passando per il titolo e la copertina dell’album, che stridono parodisticamente, se pensiamo alla saga di George Lucas – il gatto dell’illustrazione ammicca facendo l’occhiolino mentre scarichiamo il disco da wilcoworld.net – fino, ovviamente, al disco stesso.

Star Wars dura pochissimo. Undici canzoni, per la maggior parte tra i due e i tre minuti, con la sola You satellite, tesa e romanticamente ipnotica, oltre i cinque. L’apertura è per la strumentale EKG, un minuto e quindici di chitarre che si inseguono e si inacidiscono spezzandosi e accartocciandosi, una sull’altra, su un drumming insieme regolare e selvaggio. La chiusura è affidata invece a Magnetized, tre minuti e quaranta di sussurrato intimismo spaziale. Nel mezzo, le melodie, ruvide e scanzonate, di Random name generator e The joke explained, il sound cupo e saturo del rock’n’roll di Pickled ginger, l’episodio malinconico (l’unico, forse) di Where do I begin, con tanto di coda con batterie reversed (altra eco beatlesiana, insieme a certe linee melodiche del cantato di Tweedy). Poco più di mezz’ora in cui rock classico, alternative e sperimentazione si amalgamano alla perfezione, per cui è davvero difficile dire dove finisca uno spunto o una fonte (perché nei Wilco confluisce quasi un secolo di musica rock), dove inizi l’altra.

Un disco breve – non per questo un lavoro improvvisato. Al contrario, il sound, al solito dei Wilco, è raffinatissimo, curato in ogni minimo dettaglio. Star Wars conferma quello che Tweedy e soci sono da un decennio: una band che dimostra che c’è vita oltre l’adolescenza creativa che sì, ti fa scrivere canzoni intense, tuttavia inchiodandoti a una conseguente e inevitabile fiacchezza compositiva; ancora, una band capace di una scrittura piena e felice, perché ormai padrona di un linguaggio, quello rock, con tutte le soluzioni stilistiche che può offrire.

Ma c’è, forse, anche dell’altro: ovvero l’indicazione di una via alternativa a quella dei dinosauri del rock, per cui l’estinzione si palesa nel momento in cui si inizia a suonare sempre lo stesso pezzo. E questa via è quella di una band che suona e produce musica di continuo, potendosi permettere di cristallizzarla, di darle forma con un disco, quando – semplicemente – ne ha voglia. E di regalare quel disco ai fan, utilizzando, dalla prospettiva di chi in qualche modo è sopravvissuto, quella stessa rete che salvò un album bellissimo come Yankee Hotel Foxtrot dal potenziale dimenticatoio. Era il 2002, i Wilco cominciavano finalmente a diventare se stessi.

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Storie

La differenza tra musica e letteratura con un video di Vinicio Capossela

Vinicio Capossela Live

Un pomeriggio che c’è stato un lieve terremoto ed ero diviso tra diverse letture (poniamo: Manlio Cancogni, Annie Ernaux, Guglielmo Soga, Juan Carlos Onetti) mi sono imbattuto in questo video di Vinicio Capossela. Aggiungo che ero tutto preso nel bel mezzo di una colluttazione/revisione di vecchi racconti, e stavo giusto interrogandomi sulla strada più appropriata da far imboccare alla mia scrittura. Il fatto è che resto soprattutto un lettore: così, mettendo insieme le letture di quel pomeriggio con il video in questione, ho cominciato a chiedermi, con aria un po’ infantile, cosa fosse la letteratura, cosa la innescasse, soprattutto confrontandola con il linguaggio musicale.

Nel video, Vinicio Capossela canta una sua vecchia canzone in un posto di mare. Il primo piano lo mostra rapito dall’intensità del canto: sono solo lui e il pianoforte, in fondo. A un certo punto sta vocalizzando in un modo inedito, almeno per chi conosce la versione da studio di quel brano. L’applauso del pubblico sottolinea il picco, il momento più intenso e più poetico dell’esibizione. In quel punto, la musica sta facendo il suo dovere: sta emozionando mentre viene eseguita.

Il video, è evidente, è amatoriale. Oltre all’inquadratura che balla piano, ci sono almeno un paio di elementi, sullo sfondo, che rischiano di minare la sospensione dell’incredulità in noi che guardiamo questo breve reperto da casa nostra o sui nostri smartphone. Mi riferisco ovviamente ai due uomini in barca che appaiono verso la fine, e soprattutto al poliziotto che resta in secondo piano, ma sempre ben presente, per tutta la durata del video.

Ora, non voglio perdermi in un parallelo particolarmente lungo, peraltro banale già nell’intento, tra musica (a volte poesia) e letteratura. Ma credo che proprio in questi due elementi di sospensione dell’incredulità vada ricercato ciò che può innescare una dinamica puramente letteraria. Soprattutto nella presenza del poliziotto (i due uomini in barca, tutto sommato, possono essere tollerati come parte della scenografia marina). In altri termini, mentre la musica, com’è ovvio, ha nella sua natura prima di tutto la possibilità di essere eseguita dal vivo, la letteratura sta in disparte e necessita di un certo lasso di tempo per prodursi – o di una certa latenza, per restare su un terreno vagamente musicale, tra il momento in cui qualcosa viene colto e quello in cui viene raccontato. Soprattutto, quello che la letteratura può fare è certamente interrogarsi su ciò che sta in secondo piano, o che addirittura non dovrebbe neppure trovarsi in un certo posto: ad esempio, cosa sta pensando il poliziotto che assiste, di pomeriggio, per lavoro, a un concerto di Vinicio Capossela in una città di mare? Cosa pensa della canzone eseguita dal cantante, quali ricordi gli porta, se gliene porta? In più, il poliziotto è alle spalle del cantante: come lo vede? Può darsi che a lui sembri buffo, particolarmente sgraziato o non abbastanza sciolto sullo strumento. O anche solo stonato. O magari, perché no, non gliene frega un bel niente – e non è da escludersi, visto che si trova dall’altra parte, che l’agente stia osservando una signorina tra il pubblico, la quale, tutta presa dall’esecuzione del pianista, non fa neppure caso a quell’uomo in divisa che le spia il seno dietro i suoi imperscrutabili occhiali da sole a specchio. E così via.

(Poi, in serata, sono andato a sentire la banda del paese che suonava Puccini in cassarmonica. Non c’era molta gente. Gli anziani, che sono il pubblico per eccellenza di questi concertini, vanno estinguendosi. Mentre ascoltavo la Turandot ho pensato all’unica persona che conosco che è in grado di riconoscere della buona letteratura d’istinto, con uno sguardo furbo e veloce. È un mio amico, gliel’ho visto fare diverse volte. Prende un libro, lo apre a caso, fa notare un passaggio particolarmente riuscito. Allora ti fa vedere il punto esatto in cui l’intelligenza dello scrittore e quella del lettore possono incontrarsi o addirittura coincidere, indicando la bellezza assoluta e nascosta che si cela dietro una breve descrizione in cui ogni parola è al posto giusto, l’universo ulteriore che c’è dietro un dialogo apparentemente banale, e poi questioni più tecniche: la punteggiatura usata non per fermare ma per imprimere un certo ritmo alla scrittura, il fantasma di chissà quale tic di un personaggio dietro lo stesso aggettivo usato due volte a poche righe di distanza, e poi quelle frasi che, lette come si deve, funzionano come una leggera increspatura sulla superficie marina, svelando un fondale incredibilmente pieno di vita… E ho concluso che questo mio amico è del tutto simile agli anziani esperti di opera, che parla di libri e letteratura così come uno di quei vecchi esperti ascoltatori da cassarmonica, se glielo chiedessi, canticchierebbe questa o quell’altra aria di Puccini. Ho pensato che è una cosa incredibile, e che è davvero da stupidi pensare che possa estinguersi. E così via.)

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Microrec

Il pozzo, Juan Carlos Onetti

Juan Carlos Onetti El pozo

«Mi sarebbe piaciuto infilzare la notte sul foglio come una grande farfalla notturna.»

Cos’è Il pozzo, racconto lungo o romanzo breve, se non lo sprofondare nel proprio esofago man mano che si smarrisce la voce? Scrittore fallito il Linacero del racconto, scrittore vero l’autore Juan Carlos Onetti, anche in questa prima prova, e prova ne è che il suo lamento ha la forza di farsi lascito (di Linacero, non suo). Non a caso è sempre la voce, il tono dei narratori di Onetti la componente più vitale del suo stile, anche mentre racconta la miseria, sia pur magmatica, di locande per marinai e prostitute, il disincanto di ogni rivoluzione, la disperata irriducibilità di una scrittura che non diventa romanzo mentre è già tradita dalla poesia. E così è Linacero, visitato in sogno da avventure e fatti che sgrana come un rosario di aneddoti; li accenna, non li scrive, non li sviluppa: ecco perché resta racconto – ma il romanzo, diceva Roberto Bolaño, non è che una successione di racconti legati l’un l’altro. Dunque avrebbe la chiave per schiudersi, Linacero, per non soccombere di fronte alla poesia di Cordes (Borges?), per diventare farfalla e non farsi infilzare come un pesciolino rosso nel suo laghetto dal raggio di luce lunare. Ma non può, e così attende la notte come un brucaliffo con la faccia da Céline, e borbotta il lamento accarezzando la farneticazione. Perché se pensi troppo alla scrittura senza praticarla (lo sa l’Ulises Lima di Bolaño, lo sanno Camus e Fante), dimentichi la vita e finisci nel delirio: «Lázaro è un cretino ma ha fede, crede in qualcosa. Senza saperlo, ama la vita e solo così è possibile essere un poeta». Della poesia, in Linacero (e in Onetti), resta la convinzione che i sentimenti, attraversando e toccando gli amanti per un istante di grazia (la fugacità in una permanenza di Cortázar?), siano più importanti delle persone. «Intendo dire: è assurdo che si dia più importanza allo strumento che alla musica».

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Le storie degli altri

Non sono razzista ma

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Lipsia, che era in maggioranza socialdemocratica, ha accettato la rivoluzione senza sforzo. Cortei nazionalisti percorrono frequentemente le vie centrali e periferiche, in silenzio, ma con aspetto sufficientemente marziale. Rare le uniformi brune mentre campeggia ovunque la croce uncinata. La persecuzione ebraica riempie di allegrezza la maggioranza ariana. Il numero di coloro che troveranno posto nell’amministrazione pubblica e in molte private, in seguito all’espulsione degli ebrei, è rilevantissimo; e questo spiega la popolarità della lotta antisemita. A Berlino oltre il cinquanta per cento dei procuratori erano israeliti. Di essi un terzo sono stati eliminati; gli altri rimangono perché erano in carica nel ’14 e hanno fatto la guerra. Negli ambienti universitari l’epurazione sarà completa entro il mese di ottobre. Il nazionalismo tedesco consiste in gran parte nell’orgoglio della razza. Tutti gli insegnanti hanno avuto raccomandazione di esaltare nelle scuole il contributo dato alla civiltà dalla razza nordica, e anche il conflitto ebraico è giustificato più con la differenza di razza che con la necessità di reprimere una mentalità socialmente dannosa. In realtà non solo gli ebrei, ma anche i comunisti e in genere gli avversari del regime vengono in gran numero eliminati dalla vita sociale. Nel complesso l’opera del governo risponde a una necessità storica: far posto alla nuova generazione che rischia di essere soffocata dalla stasi economica.


Da una lettera di Ettore Majorana a sua madre

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Storie

Scimmia infinita

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Solo vivendo assurdamente potremo forse arrivare a rompere questo assurdo infinito.
(J.C.)

Qualcuno dovrà pur rompere il guscio, o almeno intaccarlo, scocuzzarlo fino a scalfirlo, finché sia visibile, per lo meno, il nettare più intimo e cagliato al suo interno.
Il guscio, lo diciamo da subito per neofiti e divulgatori di uno stile cinico o anche solo retorico, si trova al centro della stanza brutta e spoglia, come una reliquia orfana di qualsivoglia religione.
Farebbe comodo allora l’adoperarsi della scimmia in rivolta personale nell’angolo buio, lo stesso, per intenderci, in cui non ci sono prese elettriche ad eccezione di quella, zebrata, per il tostapane. A dispetto di quello che può apparire, infatti, la scimmia non è muta quanto spudorata, sebbene non abbia mai mostrato il prolasso rettale ad anima viva – tranne che a sua madre, ovviamente, la zingara del negozio d’informatica a piano terra.
Ancora a proposito della scimmia, sarebbe auspicabile che smettesse pure di contare gli universi paralleli in cui è apparso il suo doppio, un professore di etargia greco-romana che rimanda di anno in anno la pensione e le ambizioni, cominciando così col raccogliere la grossa pietra di chiara origine lavica dall’altro lato della stanza. A quel punto sarebbe facile nonché letale conseguenza, per l’esimia antropomorfa, prendere a rintuzzare, coi tipici e neutrali colpi regolari di chi sta solo svolgendo un compito (per quanto infame, per quanto luttuoso), il guscio al centro della stanza. A quel punto, in altri termini, l’esito dello scalfire protoumano sarebbe già chiaro a tutti gli scienziati, i quali, come sappiamo, seguono la dimostrazione dall’appartamento di fronte servendosi di un poderoso cannocchiale; lo stesso strumento che, brevettato in contumacia dal più geniale di loro, un colonnello triste e baffuto dedito ai furti di bestiame, sopra ogni cosa si rivelerebbe veicolo di lungimiranza, di quella lungimiranza capace di spingersi a un passo dalla profezia in cui una scimmia, scintillando sul dorso sdrucciolo del guscio, produce fiamma, e la fiamma, in quanto fiamma, dà fuoco alla scimmia, in quanto infima, e pelosa.

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Storie

Dalla parte di Massimo Coppola

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Qualche anno fa vengo a sapere che la mia intervista a Enrico Monti, riscopritore e attuale traduttore di Richard Brautigan per ISBN Edizioni, è stata rubata e pubblicato nell’annuario della stessa ISBN. Dico rubata ma intendo dire: presa a mia insaputa, benché con indicazione di fonte e autore. Non ricordo come l’ho scoperto, ma ho scritto a ISBN e mi è stata subito spedita una copia della pubblicazione (avrei dovuto chiedere dei soldi?);

ISBN ha portato in Italia Richard Brautigan, ripubblicando alcuni suoi testi già apparsi in Italia con Marcos y Marcos e traducendo qualche inedito. Così per molti altri autori che diversamente non avrei scoperto e amato. Ha rappresentato, questo, l’equivalente editoriale di quello che fu il salotto su cui sedeva Massimo Coppola nelle puntate di MTV BRAND:NEW in ambito musicale, a inizio Duemila? Non lo so ma attenzione, perché questa è la risposta che lo stesso Coppola – come Daniela Di Sora di Voland – dà ai suoi detrattori: ho fatto qualità;

Qualche tempo fa mi è capitata una cosa simile a ciò che sta accadendo ai lavoratori di ISBN Edizioni in questo periodo, anche se in un altro settore – in cui oggettivamente i soldi girano in quantità impressionante rispetto a quello editoriale. Anche in quel caso, un datore di lavoro socialmente rispettabile – ben più di un povero stronzo senza neppure uno straccio di rappresentanza sindacale come il sottoscritto – aveva smesso di pagare fornitori e dipendenti da tempo, sperando forse di cavarsela, prima o poi, e senza ovviamente essere chiaro e trasparente da subito sulla situazione. Risultato: psicodrammi personali, dipendenti a casa, ottimo lavoro svolto in quel settore finito nel dimenticatoio, azienda in questione che continua però a sopravvivere (il famoso cadere sempre in piedi di certuni? Non so, ma di certo comprendo lo stato d’animo dei lavoratori di ISBN);

Ed è pur vero che se ISBN avesse pubblicato meno qualità, o in altri termini se avesse avuto un catalogo più generalista e appetibile per qualche grande gruppo editoriale, quel gruppo editoriale si sarebbe mosso per salvare ISBN. Come Mondadori che va a salvare Rizzoli;

E il punto è anche questo: cioè il punto è lì, più in alto, inarrivabile, nell’Olimpo dell’editoria indicibile in cui i giganti si salvano tra loro. Accadeva già sul finire degli anni ’50 del secolo scorso, quando Mondadori risanò i debiti di Einaudi (grazie all’intermediazione di Erich Linder), ottenendone in cambio una fetta del suo catalogo (che avrebbe costituito la base per gli Oscar Mondadori). Con la differenza che stavolta il rischio è che Mondadori svenda Rcs Libri all’estero, o dia avvio a una fusione con un editore straniero. Se in tutti gli altri settori si ragiona in termini globali, perché non dovrebbe essere così anche per l’editoria? Ci troveremo a difendere gli autori nazionali e dunque la nostra lingua come oggi difendiamo il cetriolo di Bernalda? Vai a sapere;

Il titolo di questo post è, ovviamente, una provocazione. Si sarebbe potuto chiamare Anche se su Facebook lasci intendere di essere fidanzata, su Tumblr continui a sembrare sessualmente curiosa, e su Instagram le tue foto sexy con libri annessi non rendono certo onore al lavoro di tutti noi (laddove l’utente Facebook in questione è ovviamente l’editoria italiana, sicuramente una bella ragazza); sarebbe cambiato poco. Il titolo di un post serve soprattutto per essere letto, a prescindere dal suo contenuto: il che dice molto dei tempi che viviamo, in cui adottare la lingua del potere (sic) è l’unico stratagemma per essere letti e condivisi (e molto spesso questa lingua presuppone la provocazione, a mezzo hashtag, del tutto fine a se stessa); in cui non si riesce a immaginare altro che il potere (coi suoi strumenti), per quanto rinegoziabile di momento in momento, su più livelli, di rapporto in rapporto (in questo momento sono io a dominare te; poi sarà il contrario; poi io e te domineremo qualcun altro, che a sua volta ci dominerà dopodomani, e così via). Il fatto è che se tutta l’agitazione attorno a ISBN (e ad altre case editrici poco trasparenti) non diventa un fatto politico rilevante (e non può: il piano politico rilevante, purtroppo, è ancora quello su cui giocano Mondadori e Rizzoli, al momento), allora questa lotta (!) resterà un match tra invisibili o, al più, tra pari. Risolto questo conflitto, ce ne dimenticheremo, fino al prossimo. Occorrerebbe un ragionamento sul sistema industriale-editoriale italiano più ampio, e più onesto, magari andando a rileggere le tesi e le soluzioni dello stesso Linder (due su tutte: abolizione dei resi per le librerie, intervento pubblico minimo in un settore che fatica a emanciparsi da un concetto di cultura che troppo spesso è l’alibi di chi non sa stare sul mercato) e perché no andando a sfogliare il libro, per quanto furbetto e qui o lì addirittura superficiale, di Roberto Calasso su Adelphi; oppure arrendendosi infine una buona volta alla risposta, involontaria e potenziale, dei Blur.

20/05/2015
(Potrei cambiare idea.)
(Il cetriolo di Bernalda me lo sono inventato, ovviamente.)

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