ye olde malesangue

Oh, questa cruda, cruda vita! Andrebbe ancora un po' bollita!

Brindisi, Texas®

L’umanità fittizia e cannibale di questo inizio millennio s’accanisce su Brindisi.
Le prefiche virtuali piangono la ragazzina a mezzo social network e ne fanno un’icona che è già prodotto, merce morta e mortifera che rimpingua l’ego di chi la posta, icona a sua volta; così gli hashtag dovrebbero recare non il cancelletto ma il segno del marchio registrato®. L’indignazione e la commozione durano un giorno, poi è pornografia e commento di un istante.
Una settimana fa, quand’è accaduto, ho pensato solo: “È terribile”. E la domanda: “Perché proprio qui?”. Per sfuggire alla vita in morte del virtuale sono andato a Brindisi, ho visto la scuola e poi la piazza, la manifestazione che ha raccolto persone da tutta la Puglia in una città che in piazza scende poco, persino per i comizi di quell’altra icona che è il nostro Presidente Nichi Vendola. Mi sono detto, al solito, che mi riguardava, e che dovevo vedere coi miei occhi, senza filtri; ho avuto due sensazioni: da un lato lo smarrimento, a fine manifestazione, perché il nemico era divenuto, a quell’ora, ancora più invisibile; e l’idea del recinto, guardando il nastro bianco e rosso che delimitava i contorni del luogo del terrore.
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Questionario sulla scrittura #7: Federico Di Vita

Il divagare di Federico nelle sue risposte, ad esempio, dice molto del suo rapporto con la scrittura. Così come passare da Dante al vernacolo romanesco nel giro di poche righe e pensare che entrambi gli aspetti facciano parte di quella che lo stesso F. definisce una “manifestazione dell’universo che passa per una lunga serie di simboli consueti combinati in fila sulla carta”. Ecco, Federico Di Vita ce l’ha nel sangue anche se a volte fa spallucce, anche se dovesse smettere domani (ma dice di no); in quel che scrive c’è sempre – sempre – una parte di lui, più o meno evidente, più o meno nascosta (a volte potete trovarlo persino dietro una virgola). In lui, come in altri rarissimi individui (è questa la conclusione cui sono arrivato fin qui) la scrittura è percezione del mondo e poi restituzione. Lui ce l’ha nel sangue, ma non è un dono, quanto forse un fatto di formazione, o addirittura un accidente genetico. Una cosa da cui non si può prescindere, che funziona da filtro, difesa, attacco e, prima o dopo, capacità di fare ordine, ascoltare il proprio respiro. Dopodiché si può dire e scrivere di tutto.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Intanto ti dico che ti sto rispondendo la mattina del 25 dicembre. Questo forse ti dice già qualcosa. Anzi, a ben vedere te ne dice un sacco di cose… E non parlo solo del fatto che è la prima giornata “libera” dell’ultimo mese dal vagare in piedi come un criceto impazzito nel negozio di cianfrusaglie dove lavoro. Penso che ci sia anche altro dentro, roba tipo rapporto tra scrittura e tempo (che poi a vari livelli, è la chiave di volta di tutta la faccenda, il tempo dico) e tra me e la scrittura e tra me e il tempo che ci dedico. Ti rispondo nel primo tempo libero, quello più prezioso. Certo non succede sempre, ma è un buon indicatore. Poi mi pare che la mia scrittura dimostri una qualche forma di irrequietezza. C’è in una poesia di Montale, La casa dei doganieri, quel verso famosissimo nella mia testa che fa “in cui vi entrò lo sciame dei tuoi pensieri / e vi sostò irrequieto”. Ecco, i versi in effetti sono due, ma questo sciame irrequieto di pensieri che a volte si posa sulle faccende del mondo lo sento molto mio, anzi, è forse la migliore definizione che saprei dare di me, e la mia scrittura a mio avviso lo rivela. Per quanto io cerchi di renderla piana, guizzante, di quelle che incollano il lettore alla pagina (perché sì, mi piacciono i libri che mi fanno ridere e quelli che non mi vorrei staccare, e quando scrivo provo a fare qualcosa che mi piacerebbe anche leggere), si tratta di una scrittura che denota un certo tasso di irrequietezza, e di “sciame di pensieri”, e anche il lavoro stesso che uno può intravederci dietro a ben vedere lo rivela, come pure il fatto che ti rispondo alle 10 di mattina del giorno di Natale, il primo momento libero e col pensiero leggero da un mesetto a questa parte.

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Canoa

[foto: Igor Zenin]

Lenta sull’acqua, la notte è calata, la baia è lontana lontana. La canoa è una foglia sullo specchio d’acqua del lago. L’uomo rema da ore, muscoli indolenziti e cervello che tace, non parla ma trema. Sotto la cupola di stelle vibra di schiena e di spalle, ogni tanto spia verso prua. A prua c’è una figura, un coriandolo rosso: «Dammi almeno una mano» dice l’uomo guardandola. La figura ha corna brevi e consunte in punta, una coda che si dondola lenta e indolente sul bordo della canoa fin sul pelo d’acqua dolce del lago. «Dammi almeno una mano» ripete l’uomo, il tono sghembo a un passo dall’implorazione. Il piccolo demonio a prua lo spezza in due con lo sguardo, occhi da un altro pianeta che si fissano in altri occhi su questa placida terra, non è questione di coraggio un certo tipo di resistenza: e non dice niente il demonio.
L’aria muta, silente si diffonde odore di salsedine che al mattino si appiccicherà sulla pelle di entrambi come muffa o parassita sul capo di certi strani predatori. Doveva essere un fiume, si è rivelato un lago; ma adesso, è chiaro, si tratta del mare. L’uomo annusa l’aria con piglio da cacciatore, è illuso e lo sa: l’unico dubbio è sulla natura di quel che trattiene tra le narici, se è profumo o semplice odore. «Ma dammi una mano» chiede ancora tra i denti, «diamoci il cambio solo un momento». Il demonio si volta, guarda l’uomo coi remi fermi tra le mani: e ringhia piano soltanto.
«Dov’è che andiamo?» chiede l’uomo ma alla notte, non aspetta risposta. Allora il demonio si issa, annusa l’aria, poi mette un passo sull’altro verso poppa, torna a sedere. Vicino all’uomo, sorride da quell’altro pianeta. Chiede: «Siamo forse qui per me? Sei stato tu, sulla sponda, tu che hai chiesto qualcosa. Interrogati piuttosto su cosa cercassi, quando mi hai chiamato che eri sul fiume – e se non hai cambiato traguardo. Perché è questo il dolore, la sconfitta più profonda per chi cerca il mio commercio: non certo la fatica di muscoli, ma il dimenticare, il perdersi ben prima della meta».
Passano ore. Per adesso, pensa l’uomo, la meta è il mattino. Così rema in silenzio. Ogni tanto si ferma, nascosto al demonio, e asciuga il sudore di fronte che brucia negli occhi; altro lo sente asciugarsi sulla camicia, e sulla schiena, e nei muscoli e nella carne, pelle fin dentro le ossa.
Non c’è più orizzonte: notte, e mare, senza un filo di luce.

Dizionario Immaginario: Famiglia

Di famiglia in famiglia s’avanza il mondo, e negli avanzi si fa e si disfa il resto, e del resto: a disfare una vita intera, ne basta mezza, anche meno. Per cui non sono un peccatore, non ne ho stile, classe, ci vuole una certa classe per peccare di un certo furore. E per cui la circostanza più semplice, resta, sempre: immischiarsi.
Reo non so essere, ma riconosco l’importanza della famiglia, le radici cristiane e le pallonate all’inguine, riconosco tutto quanto, io che non ho cerchi né gradi attorno né in petto (né re né padre né sottotenente d’alcun dado).
Ho stima di famiglie: tante ne ho conosciute, dalla mia persa nei mille rivoli delle divagazioni del seme, tutte colluse con la vita, così pronte e destinate a proseguire.
E quelle nate sui lavori, in ogni lavoro, famiglie allargate e protestanti, e poi quelle dei libri, siamo una famiglia, dicevano, così facciamo libri.
Così io starò muto.
Radici metto ovunque ma eccole tenui, deciso come sono al reciso, al refuso, continuo, del mio discorso biologico e impreciso, tutto votato ad appuntamenti mancati – per cui ho in spregio una sola cosa, lo spreco, il disperso, il mai più ritrovato, il succo perduto, il non succhiato a finire, a dovere, fino a dolere, a dolersi dell’indolenzimento della lenza spezzata (la mia schiena sul tuo corpo, io sterile: tu spenta).
Spento e seppellito dalla fallibilità della memoria altrui, coincido col mio doppio e mi raddoppio, non tradisco né mi traduco in altre lingue ma diserto, questo sì, e ubiquo – per una volta nel tempo, senza spazio – dico che no, preferirei di no, no grazie, siete gentili ma non siete miei simili se non per spirito di verosimiglianza e candore.

Questionario sulla scrittura #6: Enrico Piscitelli

C’è sempre qualcosa di militante nella scrittura di Enrico Piscitelli. Per quanto limpida, trasparente, a volte minima o minimale (così dicono), ogni sua frase è il tentativo di costruire un mondo altro. Lo sforzo, titanico, che forse Enrico non ammetterà mai, è nel fare in modo che quel mondo risulti credibile – senza mettere terrore, per le conseguenze che implica, all’autore. Un autore inteso, molto banalmente, come semplice creatore di una scrittura che è già cosmogonia. Così ci siamo spesso interrogati, a volte accapigliati, con Enrico: sulle conseguenze di tutto questo nella vita privata di ognuno di noi. Abbiamo parlato di miseria, per dire, molto spesso chiudendoci un po’ in noi e sempre girando attorno alla storia delle conseguenze, della difficoltà di mettere in piedi qualcosa di onesto, credibile e, come dire, in un certo senso sostenibile per chi lo produce. Per cui ho sottoposto il Questionario a Enrico, anche a lui, che forse qui appare appunto minimale, però poi dice: “Ci manca l’invenzione, il disegnare mondi che non ci sono ancora, o non sono potuti esistere”. E poi mi pone (e si pone, vi assicuro) quella domanda finale.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
È come chiedere cosa rappresenta l’Amore. È un po’ troppo vaga, la domanda. Comunque, per me, la scrittura ha rappresentato momenti di felicità – nello scrivere, nel mettersi davanti alla pagina bianca di Writer e cominciare a raccontare qualcosa. Giorni, mesi di frenesia allegra. Allo stesso tempo, quando invece mi hanno chiesto di scrivere, quando non l’ho deciso io, è stata un’attività come un’altra. Come montare un mobile Ikea (se devi montarne uno, chiamami, ormai sono bravissimo).
Di me: forse, all’inizio, ero anche autobiografico. Poi, più che altro, c’ho messo quello che penso, nelle cose che ho scritto. Il mio punto di vista.

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Il corpo estraneo: un’intervista

L’intervista nel video quassù è andata in onda ieri, mercoledì 2 maggio 2012, su Radio Bari Città Futura, nella trasmissione Inchiostro. Ho presentato il mio terzo libro, Il corpo estraneo, e ci sono state un paio di cose che mi hanno fatto particolarmente piacere. Ad esempio, poter motivare il remake, nel finale del mio libro, del finale de Una questione privata di Beppe Fenoglio. E poi la domanda sulle fondazioni, che dovevo aspettarmi, prima o poi.
In effetti quando ho scritto il romanzo, nel 2010, non ne sapevo granché. Poi la cronaca politica nazionale ha posto l’argomento all’attenzione di tutti, come ho spiegato nell’intervista. Però. Già ne La Passione, che andava in stampa proprio quell’anno, c’era un accenno alla cosa (si può dire “cosa” in un post che parla di libri? Perdonate la divagazione, ma ho da poco riletto Il grande ritratto di Dino Buzzati ed è pieno di “cosi”, lo giuro). Verso la fine del mio secondo libro il protagonista incontra due tizi in un seggio elettorale, molto simili al Gatto e la Volpe, i quali gli spiegano che «il futuro sono le fondazioni, non i partiti, con le fondazioni puoi fare quel che vuoi». Se qualcuno ha La Passione sottomano, potrà controllare. Quelle erano vicende accadute nel 2009.

Comunque. Tornando a Il corpo estraneo, c’è anche un po’ di rassegna stampa. Di seguito trovate qualche link di recensioni, inclusi anche due estratti del romanzo:

Dizionario Immaginario: Età

Io e il mio doppio eravamo, in quell’età, preda di astratti bagliori. Tutto luccicava nei nostri occhi accecandoci, tutto era raggiungibile da lontano, alla nostra portata proprio perché inafferrabile. Tutto astratto, abbarbicato all’infinito e ci faceva sognatori, nella migliore delle ipotesi – e nella peggiore, invece: astratti incubatori d’incubi; in ogni caso poche volte apparivamo eroici, e sempre, cioè mai, vivi; ed erano bagliori, in qualche modo, che provenivano da un genere umano perduto. Da molto tempo questo, in quell’età in cui si parlava una lingua morta perché sempre detta o scritta e mai parlata tra uomo e uomo; ed eravamo col capo chino. Io e il mio compare leggevamo titoli di giornali squillanti e chinavamo il capo; vedevamo amici, per un’ora, due ore, e stavamo con loro senza dire una parola che fosse parlata, e chinavamo il capo; e avevamo una ragazza o una moglie che ci aspettava ma neanche con lei dicevamo una parola che fosse parlata, anche con lei chinavamo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi e così gli anni e io e il mio doppio avevamo tetti bucati, l’acqua che ci entrava nelle case, e non c’era altro che questo: pioggia, massacri nelle notizie dell’ultim’ora (e tutto, davvero, era ultim’ora), e acqua sotto i nostri tetti rotti, muti amici, la vita in noi come un cupo incubo, e non speranza, ma quiete, solo auspicabile quiete.

Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perderci, ad esempio, con lui. I minori vivevano pronti a perdere – a ragione – e i maggiori vivevano da già perduti – a ragione anche loro, e con maggiori responsabilità. Quelli come me e il mio doppio, in quell’età, erano in mezzo e anche questo era il terribile: che si parlasse solo di mezzo e mai di fine, e così esser dimenticati, come coloro che sempre si collocano nel mezzo. Eravamo accecati da astratti bagliori, dunque mai nel sangue, ed eravamo quieti, senza autentico desiderio di nulla se non di oggetti inanimati, di pura forma. Non ci importava che la nostra donna ci aspettasse; raggiungerla o no, o scrivere il nostro dizionario era per noi lo stesso; e uscire e vedere gli altri o restare in casa era per noi lo stesso. Eravamo quieti, come chi mai ha avuto un giorno di vita, né mai ha saputo cosa significa esser felici, come se non avessimo nulla da dire, da affermare, negare, nulla di nostro da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i nostri anni di esistenza avessimo mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stati a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessimo tutto questo possibile, come se mai avessimo avuto un’infanzia di periferia, nelle campagne o al mare; ma ci accecavamo ormai da soli entro di noi per astratti bagliori, come gazze ladre che rubano anche solo il luccicar della speranza, e pensavamo il genere umano perduto, chinavamo il capo, e pioveva, non dicevamo una parola agli amici, e l’acqua ci entrava nelle case.

(Per questa puntata del Dizionario Immaginario ho voluto scrivere il remake dell’incipit di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, che coi suoi “astratti furori” rimane una delle cose più belle della musica italiana contemporanea.)

Questionario sulla scrittura #5: Matteo Scandolin

…ed è importante anche conoscere il preciso momento in cui s’inceppa. Da qualche parte sta scritto che quello che fai è quello che perdi: non si può perdere, com’è ovvio, quel che non si è mai avuto. E allora, prima che accada, hai due possibilità: puoi farlo più forte – sviluppare al massimo il tuo talento, ad esempio, come dice Matteo più giù – o lasciar perdere – come, pare, abbia poi davvero fatto Matteo. E così ho chiesto anche a lui, a Matteo Scandolin, di rispondere al mio Questionario. Matteo ha pubblicato un libro, altre cose ha scritto e continua a scrivere in rete, ma se gli chiedi di rispondere al Questionario ti dice: “Perché proprio io che ho lasciato perdere?”. Proprio per questo, perché è importante capire quando s’inceppa, o solo finisce qualcosa che hai frequentato e in cui, suppongo, hai creduto quotidianamente; smettere di scrivere (in un modo peraltro molto maturo, “senza fronzoli”) fa parte anch’esso dello scrivere? E cosa lascia in una vita che – com’è ovvio! – comunque fluisce, apparentemente in altre direzioni?

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Il tentativo di vivere e raccontare le cose senza fronzoli o abbellimenti vari, nel modo più diretto. Il tentativo, non è detto che ci sia riuscito.

Quando hai iniziato a scrivere? Non intendo cose del tipo: «Sai, a otto anni ho scritto il primo tema e lo considero il mio primo romanzo…». Voglio dire: quand’è scattata quella cosa, quel meccanismo consapevole per cui adesso puoi dire, appunto, che la scrittura ti rappresenta come uomo?

Ho cominciato a scrivere, fatalità, all’età che hai detto tu, al di là dei temi in classe. Verso i sedici-diciassette anni ho iniziato a scrivere consapevolmente.

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Dizionario Immaginario: Dittatura

La riconosci sul finale. Stella cometa di ogni potere. Gradazione, particolarmente alcolica, di qualsiasi tipo di potere: allo stesso modo ha in sé i segni del proprio crollo. Mentre si incorona, da sé o con l’aiuto dei molti e dei muti, il dittatore è già condannato. La disfatta non dipende da agenti esterni, quasi mai, ma dal carattere stesso del capo, dalla sua capacità di farsi coriaceo padre della patria e resistere a mere questioni biologiche.
E quanto bisogno abbiamo, di quella resistenza.
Da lui riceviamo identità: se siamo con lui, la dittatura – diretta emanazione del capo, che si spande per le vie della città come musica lirica dai megafoni di certe città del sud – è ispirazione, aspirazione, per una volta peraltro legittima; cosa c’è di male a voler essere in un tempo e in un modo in cui si può essere in un solo modo (e in un solo tempo)? Se al contrario siamo contro di lui, abbiamo almeno un motivo per poter essere: senza di lui, semplicemente, non saremmo – né orecchie né bocca.
Così lui dà e toglie la vita, così la dittatura è uno stile, di vita, per i favorevoli e per i contrari, un racconto dunque credibile per almeno due schieramenti; in altri tempi si sarebbe detto: un collante sociale.

Per cui la riconosci sul finale, in quell’attimo che è già dopo.
Puoi chiamarla dittatura quando lascia detriti, rovine fumanti, personaggi da barzelletta erotica che sul transatlantico dell’apocalisse hanno solo voglia di ballare, in quel tipico momento in cui, dopo di lei, non è anomia ma cannibalismo: e ci si mangia l’un con l’altro mentre ci si penetra l’un con l’altro – ed è un penetrare che non presuppone alcun tipo di fecondazione, beninteso.
Puoi ben dire dittatura quando la sensazione è quella che siano state aperte le gabbie e tutti i polli, cui è stata staccata la testa, siano usciti a urlare cosa facevano (e non facevano) quando c’era lui; così non è propriamente un tutti contro tutti, ma un più onesto, per la verità, tutti contro il nessuno che è in ognuno di noi. E che aveva smesso di essere tale – dunque di non essere – proprio grazie al gran capo.
Per cui quando c’era lui, si stava meglio (la storia dei treni, e delle fogne, e degli immigrati); in sua assenza – e in attesa del prossimo – ci adoperiamo: e si fa come se ci fosse ancora, in fondo; ma visto che non c’è, allora, io posso esser lui – circostanza sempre preferibile al non essere – e si fa come faceva lui, allo stesso modo. Come in una sanguinaria guerra senza guerra, si colpisce per non esser colpiti; guerra incivile proprio perché civile, mossa in abiti borghesi ed accademici: sul pavimento, adesso non più sangue ma liquido seminale.

Dizionario Immaginario: Dentro

Devi avere un giardino fiorito, devi essere scolpita dentro, tu. Non c’è altra spiegazione. Quando taci, le tue labbra minime racchiudono l’oscuro, ed io cerco il confronto – che perderò; io bianco come il coniglio, io obbligato al cavare, dentista incauto e approssimativo. Allora dev’essere che il lavorio, il gentile martellante operato che spesso dedichiamo all’altro, tu l’hai dentro, opera in te un discorso solo tuo, e scommetto: ti scolpisce da dentro. Allora sì, io mi dico, favoleggio, di giardini meravigliosi – e se non sono giardini, sarà l’avorio o il marmo. Una reggia sfavillante, tu hai la Reggia di Caserta dentro, tu hai il liscio e l’eleganza dei posti visitati in gita in gioventù; tu hai la perfezione, la precisione che un po’ per timore un po’ per riverenza lasciamo al solito ad altre epoche. Non hai altra scelta, e ti mostri fuori senza forma apparente; ma così retta e precisa dentro, io lo giuro, io ci credo, un capolavoro, composizione che toglie il fiato: invisibile è il Paradiso solo per chi crede. Ed io credo, mi obbligano le labbra tue al silenzio. Io credo che dentro ci sia dell’altro: e se non c’è, allora io parlo da solo: io, io, io; in effetti.

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