Le storie degli altri

Però quella non è Holt — Kent Haruf

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Una domenica mattina stavano bevendo il caffè seduti al tavolo della cucina. Sul Post c’era una pubblicità della stagione teatrale del Denver Center for the Performing Arts. Addie disse, Hai visto che danno uno spettacolo tratto dall’ultimo di quei libri sulla contea di Holt? Quello con il vecchio che sta morendo e il predicatore.
Come hanno fatto i primi due, suppongo possano fare anche questo, disse Louis.
Gli altri li hai visti?
Li ho visti. Ma non riesco proprio a immaginare due vecchi allevatori che accolgono in casa loro una ragazza incinta.
Può succedere, disse lei. La gente può fare cose imprevedibili.
Non so, disse Louis. Si è inventato tutto lui. I dettagli li ha presi da Holt, i nomi delle strade e le descrizioni della campagna e la posizione dei luoghi, però quella non è Holt. E i personaggi non esistono. Se li è inventati tutti. Conosci dei vecchi fratelli che somiglino a quei due? Quelle storie sono successe qui?
Che io sappia, no. Nemmeno per sentito dire.
Si è inventato tutto.
Potrebbe scrivere un libro su di noi. Ti piacerebbe?
Non mi va di finire in un libro, rispose Louis.
La nostra storia non è più improbabile di quella dei due vecchi allevatori di bestiame.
Però è un’altra cosa.
In che senso? chiese Addie.
Be’, siamo noi. Non siamo improbabili, non mi sembra.
All’inizio però lo pensavi.
Non sapevo cosa pensare. Mi avevi colto di sorpresa.
Be’, adesso non sei contento?
Sì, è stata una bella sorpresa, non dico di no. Ma ancora non capisco come ti sia venuto in mente di chiedermelo.
Te l’ho detto. Solitudine. Voglia di qualcuno con cui parlare di notte.
Sei stata coraggiosa. Hai corso un rischio.
Sì. In ogni caso, se non avesse funzionato non credo mi sarei sentita peggio. Se non per l’umiliazione di venire respinta. Ma ho immaginato che non saresti andato in giro a raccontarlo, se mi avessi rifiutata l’avremmo saputo solo tu e io. Però ora lo sanno tutti. Lo sanno da mesi. Siamo una notizia vecchia.
Non siamo una notizia vecchia. Non facciamo proprio notizia, di nessun tipo, né vecchia né nuova, disse Louis.
E tu vorresti fare notizia?
No, diamine. Voglio soltanto vivere tranquillo, badare alle cose di ogni giorno. E di notte venire a letto con te.
Be’, è proprio quello che stiamo facendo. Chi si sarebbe aspettato che a questo punto delle nostre vite potesse capitare una cosa del genere. Chi l’avrebbe mai detto? Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito.
E non stiamo nemmeno facendo quello che pensa la gente.
A te andrebbe? chiese Addie.
Dipende solo da te.


Kent Haruf | Le nostre anime di notte

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Storie

Il Teatro Grottesco di Thomas Ligotti

El sueño de la razón GIUSEPPE BALESTRA blog 300dpi

Giuseppe Balestra, The sleep of reason

Abbiamo tutti una serie di incubi-feticcio che ci portiamo appresso da quando eravamo bambini: l’ombra notturna originata dal disordinato ammassarsi di vestiti nella nostra stanza; il pupazzo di neve o latte, in ogni caso gigante, di un vecchio cartone animato; e perché no, l’imbattibile villain di fine livello di un ormai dimenticato videogioco.
Non tutti, però, continuiamo da adulti a dar forma a questi spaventi, a coltivarli. Cosa che fa invece con caparbia e scientifica accuratezza uno scrittore come Thomas Ligotti nel suo Teatro grottesco, raccolta di tredici racconti pubblicata in Italia da Il Saggiatore (e tradotta da Luca Fusari).
Diviso in tre parti, il libro si presenta subito come un graduale sprofondamento in una palude di «ciarpame e insensatezza»; la voce che racconta è quella tipica di un autore che sta dall’altra parte e da lì trasfigura ciò che vede in una materia che, pur apparendo inizialmente prossima e familiare, pian piano si fa ostile, «guasta e deforme». Ma andiamo con ordine.

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Storie

Nostalgia per l’intartenio

Da qualche parte devo aver scritto che nel mio dialetto, la mia prima lingua, non ci sono parole per dire o definire la nostalgia. Stando al vecchio adagio per cui se non c’è una parola che definisce una certa cosa allora quella cosa non esiste, dovrebbe conseguire che da queste parti, nella Città dei Giovani, non soffriamo affatto di nostalgia.

A dirla tutta, la nostalgia è una materia a cui mi interesso solo da qualche anno: ho sempre pensato di non soffrirne, e non per questioni linguistiche – manco fosse una malattia genetica, insomma; invece eccomi qui a parlarne piuttosto di frequente, anche a sproposito.
Magari è perché da qualche tempo ho realizzato di essere nel mezzo del cammin di mia vita, per dirla con Ginsberg che frulla Dante in un celebre haiku di inizio anni ’60, e allora inizio a guardarmi indietro anch’io; o forse perché è da più di un anno che sto scrivendo un libro in cui questo stato d’animo, che immagino acquoso e scuro, è uno dei sentimenti dominanti.

Un anno dietro a un libro, peraltro, è un lasso di tempo sufficiente perché s’inizi a sviluppare una nostalgia ulteriore, per quanto piccola, anche rispetto alle diverse stesure del testo che ti sei già buttato alle spalle.
In generale, comunque, credo che scrivere sia sempre occuparsi di qualcosa di acquoso e scuro: dunque, se non la tua nostalgia, quantomeno quella delle vicende che racconti – anche in un saggio come quello con cui sono alle prese, per quanto inventato, per quanto ludico, come direbbe Andrés Neuman – e di chi le racconta.

In una storia, un personaggio racconta sempre da un momento che è già accaduto, anche quando la vicenda si svolge al presente, persino se è un fantasma a parlare: nel momento in cui riferisce le sue profezie, ovvero ciò che gli altri vivranno, le rende già passate, e a me che do voce a quei fatti, soprattutto se tento di renderli vivi, non può che prendere un po’ di nostalgia, appunto, anche se per interposta persona (o interposto personaggio).

Vorrei tornare però alla questione delle parole assenti nel mio vocabolario dialettale.
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Le storie degli altri

Patire e sapere che non è reale — Julio Cortázar

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Parlo sempre del poeta, disse Andrés. Sospetto che il poeta sia l’uomo per il quale, in ultima istanza, il dolore non esiste. Gli inglesi hanno detto che i poeti imparano soffrendo ciò che insegneranno agli altri cantando; ma questo malessere il poeta non l’accetterà mai come reale, e la prova è che lo trasforma, gli dà un senso diverso, ed è proprio questa la cosa peggiore: patire e sapere che non è reale, che non ha potestà sul poeta poiché lui lo manipola e ne fa poesia, e in più nel farlo, gode come se stesse giocando con un gatto che gli graffia le mani. Il dolore è reale solo per chi lo soffre come una fatalità o una contingenza, dandogli diritto di cittadinanza, ammettendolo nella sua anima. In fondo il poeta non ammette più il patimento: soffre ma allo stesso tempo è quell’altro che lo guarda soffrire fermo ai piedi del letto, pensando che fuori c’è il sole.


Julio Cortázar | L’esame

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Storie

Bestiario con autore: La piccola enciclopedia dei mostri di Orazio Labbate

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La creatura patisce il mal di luna. Si è lupo mannaro in totalità o parzialmente.

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Può risultare scivoloso, il tentativo di isolare o circoscrivere tendenze e movimenti letterari: il rischio è sempre quello di capitombolare nella generalizzazione più superficiale, addirittura volgare, nel Frankeinstein o nella chimera divulgativa. È pur vero, però, che questo rischio va corso, essendo l’unico modo, per i viventi, di fare ordine nella nebulosa di produzioni editoriali coeve, in attesa che il tempo ponga opere e autori nella prospettiva più adeguata (o anche solo ufficiale).

Riprendendo allora alcune considerazioni di Alcide Pierantozzi e Vanni Santoni, che qualche tempo fa hanno parlato, rispettivamente, di New Italian Weirdness e Nuova Strana Europa, è possibile registrare, negli ultimi anni, una discreta attenzione da parte di critici e lettori verso opere che indagano l’irrazionale, l’occulto, il confine tra scienza e magia; testi prodotti da una cerchia di autori tanto ampia quanto eterogenea, scrittori che, se declinano l’esplorazione del mistero e l’indagine metafisica secondo poetiche e persino generi differenti (dall’horror alla fantascienza, nel solco di Kafka come in quello di Cortázar), agiscono tutti o quasi secondo canoni intensamente letterari, quasi classici – qualcuno direbbe: massimalisti.

Giusto qualche nome, allora, per fare chiarezza nell’abisso di questa materia oscura: stiamo parlando di gente del calibro di Mircea Cărtărescu, Georgi Gospodinov, Antoine Volodine (col suo post-esotismo, di cui ha scritto Giovanni Bitetto proprio su Ultima Pagina), Thomas Ligotti (le cui visioni horror sono sostenute da una convinta impalcatura filosofica di stampo nichilista), Antonio Moresco (che non a caso, come Ligotti e il defunto Colin Wilson, fa spesso riferimento alla sublime sostanza metafisica dell’increazione), a cui andrebbero aggiunte le opere, per restare in Italia, di Emanuele Tonon, Omar Di Monopoli (che rivedremo a breve con Adelphi), Luciano Funetta, dello stesso Vanni Santoni (per via, pure, della sua attività di editor e agitatore culturale) senza dimenticare almeno un testo di Nicola Lagioia, ovvero quella Ferocia che gli è valsa il premio Strega e che forse è stata messa un po’ in ombra proprio dall’instancabile dinamismo culturale del suo autore; un’opera che, sebbene si presenti come un romanzo piuttosto classico sull’epopea di una cinica e agiata famiglia barese, trae un’ambigua e seducente linfa oscura proprio dalle sue venature più gotiche e notturne, dal suo rimandare a una realtà secondaria e più incerta, anche solo psichicamente compromessa.

L’impressione che si ricava leggendo questi autori è quasi quella di una reazione – e qui, forse, sono io a generalizzare – a una certa “coltre realista” (espressione non mia, come vedremo alla fine di questo saggio), a certa ordinarietà della materia narrativa che ha dominato il racconto novecentesco, allo slancio potente, forse ormai esaurito, di saghe familiari borghesi, di depressioni minime alle prese con la macchina della società consumistica occidentale.

Sembra di assistere al rovesciamento della celebre regola dell’iceberg di Ernest Hemingway, secondo cui ciò che si racconta è sempre il visibile, la punta soltanto del blocco di ghiaccio, e cioè la parte minima della faccenda; il grosso, come sappiamo, è sott’acqua, è tutto ciò che Hemingway non racconta dei suoi personaggi. E chissà che proprio la definizione, per sottrazione, di quest’antimateria narrativa non sia stata un invito involontario proprio all’esplorazione dell’oscurità e del sommerso, del rovescio di quelle stesse vite ordinarie, tanto borghesi quanto popolari, raccontate da tanta narrativa del secolo scorso.

Un calderone di autori, quello sopra citato, che – oltre a essere ovviamente incompleto – potrebbe includere anche il definitivo sdoganamento di Stephen King e Philip K. Dick quanto, pure, alcune tendenze musicali, se pensiamo agli Arcade Fire che discendono negli inferi con Orfeo e Euridice e ballano al ritmo di parate haitiane, o alle visioni cosmico-distopiche del videoclip Gosh di Jamie XX. Un calderone in cui c’è posto, per tornare alla letteratura nostrana, anche per una figura singolare, per un autore che sta pian piano costruendo un suo personalissimo percorso artistico: mi riferisco al siciliano Orazio Labbate, classe 1985, compagno di scuderia di Funetta al suo esordio con Lo Scuru, romanzo gotico-siciliano edito da Tunué in una collana curata, guarda caso, dallo stesso Santoni.

Da poco Orazio Labbate è tornato in libreria con La piccola enciclopedia dei mostri e delle creatura fantastiche, un’opera che da un lato si inserisce, confermandola, in questa tendenza allo slittamento nell’ignoto e nel mistero, e da un altro appare come una soluzione interessante per ciò che può rappresentare oggi il libro come supporto fisico.
Vorrei però raccontare della Piccola enciclopedia e del suo autore a partire da un breve aneddoto di natura personale. Continua a leggere

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Terrore, amore, poi ancora terrore

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Killian Eng

Questo racconto è apparso per la prima volta su Farsalia, il numero VI di Ô Metis, rivista a cura di Crapula Club. Consigliato per cuori infranti e terrorizzati, specie se sprovvisti d’alcol, sostanze psicotrope o un buon libro con cui alleviare il dolore, la solitudine o più semplicemente la noia. Buona lettura.

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Estratto da La voliera di Nero Desideri, 8 dicembre 2043 ore 20.59
Ci sono donne partorite dalla luna: non, tuttavia, senza spasmo e dolore di cosce. A loro modo immortali, la loro immortalità non è che l’indizio dell’esistenza di una divinità remota, ulteriore. Per questo, ma non solo, si dice che queste donne siano fantasmi di altri fantasmi, e che al pari di maree, tessuti vascolari emorroidali e licantropi, rispondano solo al movimento dello spettro ghiacciato del nostro pianeta. Per questo si dice anche che chi le abbia incontrate abbia visto la Tigre, che sia cioè affetto da santità o pazzia come accade in certe tribù mediorientali, la cui memoria collettiva è continuamente scossa dall’ossessione per il ricordo di una bestia che non si può dimenticare né smettere di rievocare a ogni passo, a ogni dubbio: a ogni inciampo in quel gorgo appassionato che ci indemonia finché si è vivi e camminanti su questa terra.
Queste donne cantano la propria bellezza, ma è un trucco o una parte: sanno effimera e occulta, al contrario, la bellezza della natura, olio che giace inerme sulla superficie dell’acqua. E così inseguono una più sublime forma di esistenza: la perfezione.
Neutra, glabra, a suo modo abietta, la perfezione ignora ogni cosa fuori da sé. Come canidi, dunque, queste donne conoscono il mondo in scala di grigi e sovente, tra il bianco e il nero, prediligono quest’ultimo. Il metro con cui misurano gli atti dei terrestri è dunque la stanchezza, che tutto attrae e consuma fino allo scheletro, fino al midollo. Negli armadi di queste donne non si conservano abiti: pendono soltanto grovigli di teschi, scapole, costole, sterni, femori, rotule e caviglie in attesa della polvere. Nell’atto dell’eterna decomposizione, nell’atto, soprattutto, dell’attesa della decomposizione, queste donne diventano fantasmi dei propri fantasmi, cui fanno visita ogni notte fino a sbiadire, occultate come gli intenti che le animano.
Allo stesso modo, alcuni uomini sono deserti. Illusi che sia fuori da loro, che in altri termini il deserto li circondi, non sanno di portarlo dentro fino all’ultima roccia, fino all’ultimo granello di sabbia. Si guardano attorno confidando, in cuor loro, in quello che è il più antico labirinto, concepito dalla natura prima che dall’uomo, confidando soprattutto nel sole che nel picco di mezzogiorno annulla ogni ombra. Questi uomini sono il deserto ma non sanno il deserto. Se pure conoscono la storia dei propri simili, si pongono al di fuori di essa, incapaci ormai di corrispondere ai frammenti di storie, canzoni e memorie che i leoni guardiani passano sotto segreto come si passa il rancio tra le sbarre di una cella. Tutto ciò che questi uomini sanno e raccontano non annulla il confine, esaltando al contrario ogni sentimento del limite. Per questi uomini, ciò che è invalicato una volta resta invalicabile nei millenni a venire.
Si dice allora che la donna, al pari della guerra, sia atta a forgiare l’uomo. Si dice anche che certi uomini bramino il possesso di certe donne per dimenticarle, perché il possesso estingua finalmente la pena che danno. È chiaro che questi uomini hanno visto la Tigre, è chiaro che queste donne hanno già perduto una guerra. Del loro incontro, mancato ed eterno, non resta che quell’attrito iniziale che sempre scintilla nel dramma, ovvero in quel tipo di felicità intermittente e provvisoria che è sempre l’infelicità.
Discuteranno di questo in eterno.

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