Storie

Andare via, seriamente

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Jesse Rieser

Le vacanze di Natale sono sempre una buona occasione per incontrare (o non incontrare) un bel po’ di persone che non vedi da tempo.
Parlo delle vacanze di Natale perché, diversamente da quelle estive (non a caso: ferie), durano giusto un paio di settimane: e sono giorni concentrati, intensi, in cui tutto, nell’aria, prende un colore strano, acceso e pastello insieme; l’aria stessa è rarefatta, leggermente drogata, sa di nostalgia, che è – banale dirlo – l’elemento base di ogni Natale.

Da stanziale, allora, mi concentro sul rapporto tra questa città, che ogni tanto, e con criterio, chiamo Città dei Giovani, e chi l’ha lasciata per tornarci ormai soltanto, soprattutto a fine dicembre.
La maggior parte di queste persone – che chiamo invece revenant, o evaporati, e che alla fine non sono che semplici migranti come tanti – è partita come me a diciannove anni, in un periodo storico in cui era naturale continuare a studiare o cercare lavoro altrove, dopo la scuola.
Pochissimi di noi sono partiti per necessità – non si fuggiva da una famiglia particolarmente miserabile, né, ovviamente, da una guerra – quanto per desiderio e ambizione: studiare in un’università prestigiosa, vivere in una città più ricca, migliorare la propria condizione di partenza come avevano fatto – però qui – i nostri nonni e i nostri genitori.

Chiaramente poi le cose sono andate in modo diverso, almeno per la maggior parte degli evaporati che conosco. Pochi hanno seguito, con successo e fino in fondo, il percorso che avevano immaginato in partenza. Ad alcuni è andata bene comunque, ad altri meno. Alcuni – pochissimi – hanno messo definitivamente radici altrove, con un lavoro stabile e una famiglia che li tiene con entrambi i piedi lontani dalla città. Altri no, stanno un po’ qui un po’ là, e allora tornano, ripartono, si spostano ancora, mentre la città continua la sua vita sonnolenta, apparentemente meridionale.

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Storie

Liste di fine anno: tre letture dal 1996

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Pare che il morbo delle liste di fine anno sia ormai diffuso, assolutamente indebellabile, su blog, riviste e siti di ogni genere (avendo appena inventato la parola indebellabile, proporrei anche una bella lista di parole inventate – cosa ben diversa dai neologismi, ovviamente).
Ammetto, in ogni caso, di essermi lasciato prendere anch’io da questa moda, e che tutto sommato la cosa non mi dispiace: la classifica, più o meno lunga, è un genere che si produce in verticale e questo l’avvicina, perché no, a certa poesia tragica e oscura, da aedo rimasto imprigionato nell’Ade (per citare Charles D’Ambrosio, di cui dirò di più tra qualche riga).

E così, se a dicembre scorso avevo segnalato i miei due libri dell’anno sul mio profilo Facebook, quest’anno ne ho consigliati tre in un episodio del mega listone a puntate di minima&moralia.
Dunque, prima di passare alle tre letture di un certo anno in cui le liste non erano affatto così diffuse, ripropongo qui le tre opere segnalate su m&m (che sono cinque, in realtà), così ci togliamo il pensiero anche su Malesangue, per una volta.

*

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Microrec

Rogue One — A Star Wars story

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«I have a baaaaaad feeling about this.»

Bisogna guardarlo tutto, fino al doppio schiaffo finale, Rogue One, per capire che è un finto spin-off di Star Wars, e che invece si tratta del meraviglioso anello mancante tra Episodio III e Episodio IV.
Un doppio schiaffo che forse neppure L’Impero colpisce ancora seppe regalare nell’epoca d’oro della saga di George Lucas.

Oppure: concentratevi sulla colonna sonora di Michael Giacchino, per capire quanto Rogue One sia un vero ritorno a casa molto più di quanto non fosse Episodio VII. Giacchino sostituisce John Williams accarezzando i suoi leitmotiv, rielaborandoli appena e poi allontanandosene a velocità luce come una fregata imperiale nell’iperspazio – e fate caso, invece, a quanto certi passaggi elettronici o certe chitarrine distorte a zanzara nella serie Clone Wars stridano con l’estetica di Star Wars.

Perché in fondo Star Wars è proprio questo: un blockbuster epico e fiabesco, a volte sci-fi altre fantasy, e poi geopolitica – dunque guerra, e Rogue One è un film di guerra – e ancora, soprattutto: estetica.

Quanto al blockbuster: è riuscito, ed è il caso di Rogue One, quando non è inferiore al suo trailer e quando hai voglia di restare seduto, a visione ultimata, per riguardarlo daccapo: significa che il film ha ritmo, che le scene d’azione sono ben congeniate e che i dialoghi sono semplici* al punto giusto.

E siamo all’estetica.
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Il regalo di Natale

Tre domande e una fiammella

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Come ogni anno, per Natale Malesangue fa un regalo ai suoi lettori. Anche quest’anno si tratta di un racconto, stavolta brevissimo (giusto 8796 battute), intitolato Tre domande e una fiammella.

Sul racconto non voglio anticipare molto, a parte che è facilmente fruibile anche su smartphone (se voleste stamparlo, invece, fate attenzione: il formato ideale è l’A5), e che il suo vero protagonista, probabilmente, è la nostalgia.

Per riceverlo è sufficiente mandare una mail al mio indirizzo (b_nabbaloni[chiocciola]libero.it) con oggetto “Tre domande”; e poi, perché no, diffondere la novella sui vostri canali o donare a vostra volta il raccontino nostalgico ad almeno un’altra persona.
Avete tempo da oggi, lunedì 19 dicembre, fino a venerdì 23.

Buon Natale, e buona lettura.

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Le storie degli altri

Una mappa disegnata sul viso — Grace Paley

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Eccomi qui a ridere in giardino
una vecchia coi seni pesanti
e una mappa disegnata sul viso –
comunque sia successo
è quello che volevo diventare –
infine una donna
seduta per terra all’antica
cosce robuste piegate sotto
un’ampia gonna e in braccio un bambino
che salta su e giù nel piacevole
sudore estivo –
il mio vecchio in fondo al cortile
parla con il tecnico del contatore
gli sta raccontando la triste storia del mondo
l’energia elettrica fatta di uranio e petrolio
e così dico a mio nipote, vai
corri da tuo nonno e pregalo
di sedersi accanto a me per un minuto
all’improvviso sono sfinita dal desiderio
di baciare le sue sagge dolci labbra


Grace Paley
(Traduzione: Paolo Cognetti)

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Storie

La visione di Sara Taylor

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Non era abbastanza grande per essere il dente di una mucca. Probabilmente era appartenuto a un cervo che era stato aggredito dai coyote. Oppure era da poco morto di vecchiaia, sotto quel cielo, con il vento che si portava via la sua anima e i piedi delle Blue Ridge a fare da contorno alla scena. Non un brutto posto per morire, tutto considerato.

C’è un punto, più o meno a metà di Tutto il nostro sangue, in cui il lettore potrebbe sentirsi smarrito, abbandonato dall’autrice Sara Taylor tra le paludi e le sabbie e i sentieri di gusci d’ostrica delle Shore. Dopo cinque o sei capitoli in cui si susseguono stupri, fughe ed evirazioni notturne si è un po’ frastornati, e la domanda è la seguente: dove ci sta portando Sara Taylor? Siamo sicuri che si tratti di un romanzo, e non di una semplice raccolta di racconti?

Per quanto legittima, la domanda è anche fuorviante, così come il ricorso a classificazioni e generi che servono a rassicurare più certe direzioni marketing che i lettori – soprattutto, poi, quando si è alle prese con una generazione di scrittori, quella a cui appartiene la stessa Taylor, in grado di gestire temi e soluzioni formali tra i più disparati (la tradizione, direbbe qualcuno) in un’unica opera. Con un po’ di pazienza, dunque – la stessa che si mette nella ricostruzione e nelle ricerche imbastite a partire da un albero genealogico, ad esempio – il lettore si schiarirà le idee e pian piano vedrà riannodarsi i fili del racconto. Non tutti, però.

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Fare Malesangue

Malesangue su Facebook

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Qui su WordPress siete circa in 350 a seguire questo vecchio trabiccolo fondato nel 2009. Allora mi rivolgo a voi, perché forse non l’ho detto mai (o l’ho detto poche volte, e il bottone quassù passa inosservato): Malesangue è anche una pagina Facebook, che trovate qui, con qualche contenuto in più rispetto al blog. Se siete da quelle parti, ci vediamo anche lì.
(Magari nei prossimi giorni i contenuti in più non saranno tantissimi: in questi giorni sto chiudendo, come ogni anno, il celebre regalo di Natale del Malesangue, di cui dirò di più a breve. Magari proprio sulla pagina Facebook, vai a sapere.)

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