Le storie degli altri

Iggy Pop: una fiamma ossidrica in versione sadomaso

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Quello che segue è un articolo di Lester Bangs apparso sul Village Voice del 28 marzo 1977. In Italia è stato raccolto da minimumx fax nel volume Guida ragionevole al frastuono più atroce, con traduzione di Anna Mioni. Buona lettura.


Il concerto di Iggy Pop venerdì scorso al Palladium è stato un trionfo secondo gli standard consueti. Iggy era in ottima forma, e il pubblico era di un entusiasmo verace: avrebbe potuto fare tutti i bis che voleva. Ma Iggy non ha mai ritenuto importanti gli standard consueti: a partire dai primissimi tempi, quando gli Stooges salivano sul palco senza nemmeno saper suonare i propri strumenti, fino al presente, in cui sembra finalmente in procinto di diventare uno dei divi più strani che si siano mai visti. Chi mai proverebbe a sfondare tra i grandi del rock per la terza volta, e quindi la più importante, con un album intitolato The Idiot? Proprio lui, quello che in certi momenti aveva preso l’abitudine di buttarsi a capofitto dal bordo del palco in mezzo al suo pubblico, e che venerdì sera ha continuato a contorcere viso e corpo in maschere e gesti che simboleggiavano l’”idiozia”, il tormento e, soprattutto, il sadomasochismo. Continua a leggere

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Storie

Paolo Cognetti: un’avventura

“Delle sue imprese parlava con estrema avarizia. Non era della razza di quelli che fanno le cose per poterle raccontare (come me): non amava le parole grosse, anzi, le parole. Sembrava che anche a parlare, come ad arrampicare, nessuno gli avesse insegnato; parlava come nessuno parla, diceva solo il nocciolo delle cose.”

Primo Levi | Il sistema periodico


La parola ricorrente è: montagna. Meglio: montanaro. Oppure: racconti. Oppure, ancora: New York. E poi: infanzia. Senza dimenticare: ragazze. A cui aggiungerei: monaco. O forse: asceta. Poi: Nepal. E ancora: rigore. In un certo senso: misura. Forse, anche: orgoglio. E così via.

Se volessimo ridurre uno scrittore alle parole che usa o che evoca attraverso la sua scrittura, se volessimo aspirarne il midollo con un’imponente siringa che conservi una stringa di codice letterario essenziale, se volessimo farlo col paroliberismo vagamente fascistoide di hashtag e SEO… Be’, le parole infilate in serie nel precedente paragrafo sarebbero senz’altro quelle adatte per raccontare Paolo Cognetti – argomento, prima ancora che scrittore, molto battuto da queste parti, e che mi accingo ad affrontare per l’ultima volta (o almeno credo). Ma prima un piccolo excursus para-storico. Continua a leggere

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Le storie degli altri

Il corvo del mausoleo — Orazio Labbate

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Ritorno nel cimitero di Corsico per dialogare con il corvo. Il camposanto è ora ricolmo di neve sotto l’egida di un cielo estintosi per via della mano oscura di Dio. Vedo le lapidi ingombre di impronte senza umanità, mentre mi incammino nei sentieri battuti dai defunti durante la resurrezione delle scorse sere, ché nottetempo essi si mischiano alla tempesta per raggiungere malinconici le finestre delle case vissute. Nevica ancora, qui, alla notte, e i cani affondano nella neve illuminati frattanto dai lumini circonvicini.
Che il cielo possa oscurare quelle bestie delle quali intravedo le zanne scintillare nel gelo. Supero la fontana dove l’acqua è bloccata nel tempo, in aria, come una statua e rivedo il mausoleo in cui il corvo al sopraggiungere della neve si reca per nascondersi da essa. Prima però mi inginocchio per terra davanti alla tomba di lei. La cosa morta, innanzi a me sotterrata, dice al cuore che si prosciugherà presto. Grappoli di nevischio franano attorno ai miei occhi e orbato appare l’Aldilà in compagnia di lei. C’è la neve, c’è una nuova mano, c’è il freddo che supera ogni freddo, c’è il bacio afferrato da astri disonesti, ci siamo io e lei che mangiamo le carni dell’uno e dell’altra, e c’è la crocifissione di un corvo che dondola, quale carogna, dai rami dell’albero del primo bacio mio e di lei. C’è la mia ombra vicina all’albero per pregare la morte del corvo. Il gracchiare della bestia, che arriva come l’eco di una cerimonia in cappella, dice al mio sonno di ridestarmi. La neve crolla da una tenebra fitta quasi imbattibile. I cani ululano, risorti, da sotto la neve come soffocati e poi rilasciati alla vita. Maledetta sia la sorte degli animali che avvicinano l’affezione dell’uomo verso Dio.
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Le storie degli altri

Uno specchio in bocca — Ben Lerner

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Il nostro disprezzo per la singola poesia dev’essere perfetto, dev’essere totale, perché solo una lettura spietata che ci permetta di misurare la distanza fra il virtuale e il reale ci consentirà di fare esperienza, se non di una poesia autentica – dato che non ne esistono – di uno spazio per l’autentico, qualunque cosa significhi.

La crudeltà della logica poetica è tanto più dolorosa in quanto fin da piccoli ci hanno insegnato che siamo tutti poeti in virtù del fatto di essere umani. La nostra capacità di scrivere poesie è quindi, in un certo senso, la misura della nostra umanità. O almeno, questo ci insegnavano a Topeka: tutti abbiamo dei sentimenti dentro di noi (dove si trovano, di preciso?): ed è la poesia il luogo in cui si esprime (o si spreme, come fosse un’arancia?) questo territorio interiore. Dato che il linguaggio è la base della socialità e la poesia è l’espressione sotto forma di linguaggio della nostra irriducibile individualità, il nostro essere persone è legato a doppio filo con il nostro essere poeti. “Sei un poeta senza neanche saperlo”, ci diceva sempre il maestro X in seconda elementare: pronunciava questo irritante ritornello ogni volta che dicevamo due parole che facevano rima. Io credo che questo cliché scherzoso nasconda una convinzione reale sull’universalità della poesia: ci sono bambini che studiano pianoforte, bambini che vanno a lezione di tip tap, ma non diciamo che ogni bambino è un pianista o un ballerino. E invece sei un poeta, che tu lo sappia o meno, perché far parte di una comunità linguistica – essere un “tu” a cui ci si rivolge – significa avere in dono una capacità poetica.
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Storie

L’oltremaggio

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Il libro l’ho scritto e l’ho detto. Quindi l’ho scritto. E giù su Facebook richieste d’amicizia da maschere, forse illuse che io conti qualcosa: nomignoli, false femmine, aspiranti aspiranti – ormai anche ad aspirare è tutta un’aspirazione. E poi un agente, uno solo: certe cifre, briciole di cifre, che mi son sentito male per lui, a dire dài, qui non mangi manco tu, facciamo finta di niente, uno che lo pubblica già c’è, in fondo.

Ora è da vedere. Al giorno d’oggi, l’editore edita ancora? O manda in stampa il grezzo, così com’è, con tutto quel che ha da pubblicare? Allo scrittore, per tutelarsi, non resta allora che ricorrere a quella furba e pigra spazienza che anima la scrittura e irride l’idea stessa che possano esserci progetti o disegni compiuti; perciò a pubblicare preferisco licenziare: così dimentico quell’ammasso di refusi modellato in forma di, a dare l’idea di e l’illusione che. Per avere idee bisogna averle forti, del resto, e del resto conosco un solo modo per scrivere un romanzo perfetto: non scriverlo, non scrivere affatto. La letteratura, la sua composizione chimica: due molecole di niente e una di idiozia, il lampo – quando il fulmine ti colpisce in pieno e vedi gli altri già cadaveri e tu lo sei e non lo sei ancora.
E miao, disse quello, sono il gatto di Shredder, preferendo le Tartarughe Ninja alla fisica moderna.

La storia del libro, però, fin qui non l’ho detta. Una storia segreta. Una setta. Piccoli clandestini in una città giovane e oscura, bagnata da una luce gialla di noia che è già nostalgia. Forse cospirano lo stesso nulla della letteratura, i miei ragazzi segreti: ma su di loro non dirò altro. Sulla città, invece: ecco un estratto da un’intervista altrettanto segreta.

“Signora Città dei Giovani, banale a dirsi ma lei un po’ ci ammazza, non trova?”
“No, non credo. Ma comunque o voi o me. Voi però vi schiaccio facili con mura invisibili che si stringono correndosi incontro un po’ alla volta, ogni domenica, non ve ne accorgete neppure e già soffocate.”
“Sono mura circolari?”
“Sono mura circolari, è evidente. Perciò non vi ammazzo: vi circondo, vi rendo immortali.”
Serve uno che te lo dice, insomma: un Borges per non udenti, perché lo scricchiolio se ci fai caso si sente eccome: nei giorni di faùgna imperiale è il frinìo masturbatorio di cicale prese in quell’approvazione che scambiamo volentieri per amore. Siamo conosciuti, saputi: non amati – e le cicale dicono togli la maglia della salute, togli la maglia della salute; ma non è ora il tempo giusto, non ancora, il cielo si rovescia a terra spesso, in vento di pioggia granulosa, da oltremaggio africano.

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Le storie degli altri

Mangiare Aldo Moro — Giorgio Vasta

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Torno a sedermi. In televisione ancora il lago e gli elicotteri. Abbasso lo sguardo sulla minestra, il mio lago di cenere chiara: tutta Italia cerca Aldo Moro e Aldo Moro giace sul fondo del mio piatto, il suo corpicino come un bruco scuro, di quelli che in estate vedo avvolgersi al rallentatore sui rami verdi sottili come tendini oscillanti allungati fuori dai cespugli della casa al mare, un lepidottero malinconico, larvale, vestito di nero e spettinato, e io guardo la crosta di olio e tuorlo, prendo il cucchiaio e lo faccio scivolare dal bordo del piatto verso il basso, la conca un ostacolo, un contatto, Aldo Moro intirizzito, le braccia piegate strette contro i fianchi, la testa chiusa tra le spalle, le ginocchia contro il petto, l’onorevole esibito, ostentato, innalzato nella sua culla di acciaio inox e offerto a nutrimento sacrificale, a ostia da prendere in bocca e ingoiare senza pensiero, tutta l’Italia e tutti gli italiani, mangiare il presidente della Democrazia Cristiana, fare la comunione, non masticare, deglutire, sentire dentro il sapore di quaresima e di grano, medicina, e poi guardarsi negli occhi e trovarli luminosi e senza angosce, gli sguardi pieni compatti e onorevoli degli italiani.
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Le storie degli altri

Mio padre e le guerre dei mondi

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Università degli studi di Bari, anno accademico 1977-78: mio padre si laurea in lingue con una tesi sul rapporto tra cinema americano di fantascienza e ideologia tra il 1949 e il 1963. Per scriverla, il laureando Cosimo Montanaro ha viaggiato fino a Venezia e consultato infinite fanzine (o almeno questo è quello che racconta adesso, quando glielo chiedo).
Quarant’anni dopo la tesi spunta fuori dalla vecchia libreria di famiglia. Finalmente posso darci un’occhiata. Leggendola non posso non pensare alla riscoperta della sci fi (e del weird) di questi anni, a tutto questo materiale che ha costituito l’immaginario tornato ultimamente di moda grazie a nerd e informatici di seconda e terza generazione.
Per dirne una, nel 1978 Star Wars era uscito da un anno appena (precisamente nel maggio del 1977, per convenzione #maythefourthbewithyou), eppure nella tesi di mio padre si parlava già di space opera. E c’erano già la paranoia dell’atomica (ovviamente), le diseguaglianze economiche ormai di livello globale, il duello infinito tra tecnica e fede, il cinema degli USA come ideologia dominante e la paura di tutto ciò che poteva arrivare da fuori (molto prima dell’11 settembre e del remake de La guerra dei mondi, dunque).
Quello che c’era allora e che forse non c’è oggi era l’idea che il capitalismo non fosse l’unica strada percorribile dall’umanità. La cosiddetta utopia, insomma.

Ma soprattutto: rileggendo la tesi, e soprattutto nei passaggi in cui si parla di B movie, mi è sembrato di percepire la voce di mio padre affettuosamente ironica come quella di un Kurt Vonnegut alle prese con l’opera omnia di Kilgore Trout; un compendio di trame improbabili (e analogiche) per film altrettanto improbabili, che però molto raccontavano di un’epoca.
Quello che segue, allora, è un estratto a parer mio piuttosto significativo di tutto questo lavoro (oltre che il 500esimo post di Malesangue).
Buona lettura.

Nel 1953 compare sugli schermi The War of the Worlds (La guerra dei mondi) di Byron Haskin, probabilmente l’apporto più spettacolare al tema dell’invasione. Barré Lyndon ne trasse il soggetto per Haskin dall’omonimo romanzo di H.G. Wells, ma stravolgendone completamente l’essenza: l’orrore di Wells di fronte a una società e a un mondo che sentiva divenire ogni giorno più estranei, distrutti e trasformati dagli anni, viene ridotto al tema sempre vivo dell’invasione e rinnovato da un diffuso elemento religioso del tutto estraneo all’ateo Wells: se nel precedente The thing a tentare l’approccio pacifico (e inutile) con gli aggressori era stato uno scienziato che aveva gridato alla Cosa: “Non sono tuo nemico, sono uno scienziato”, qui ci prova un sacerdote. Questa volta le intenzioni del regista sono diverse: mentre lo scienziato ci era stato presentato da Hawks sotto una luce negativa, contrapposto all’eroe, Haskin ci presenta il reverendo Collins come un personaggio positivo, e la sua è una figura chiave nonostante compaia per breve tempo. Egli avanza verso gli extraterrestri tenendo davanti a sé una croce e recitando un passo della Bibbia: “Camminando attraverso l’oscura valle della morte, io non temo il male.”

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