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Interviste, Storie

Il ritorno di Pesca alla trota in America. Rifugio per l’autunno con intervista


L’ultima trota a Milano
Ero in giro per la campagna alla ricerca di un buon incipit per un pezzo su Pesca alla trota in America, il romanzo di Richard Brautigan che viene ripubblicato adesso da Isbn Edizioni dopo la (s)fortunata avventura con Marcos y Marcos. Ero lì a passare al setaccio tronchi di lecci e ulivi, annusando ogni fascio d’erba e analizzando ogni pallottola di merda di pecora e ogni ruga del viso dei pastori affiliati alla Sacra Corona Unita, quando ho realizzato che l’incipit lo avevo sempre avuto sotto il naso. La copertina di Pesca alla trota in America, per la miseria. Tutto ha inizio da lì. Anche nel romanzo. C’è il buon vecchio Richard ritratto assieme alla sua musa dell’epoca, Michaela Clarke LeGrand, sullo sfondo di Washington Square a San Francisco, dove c’è la statua di Benjamin Franklin. Un romanzo che inizia facendo riferimento alla propria copertina è una cosa che dovrebbe aver già destato l’attenzione dei miei due o tre lettori, a questo punto. Adesso devo stare attento a non sciuparla. L’attenzione dei lettori è un massaggio fatto con cura da polpastrelli orientali. Devi starci attento. Non puoi sprecarla. Allora aggiungo subito che la Crociata per i Diritti di Richard Brautigan, che avevo iniziato proprio su questo blog con un’intervista all’illustratore Marco Petrella e un’altra al traduttore brautiganiano Enrico Monti, è poi proseguita con un commento minaccioso rilasciato dal sottoscritto sul blog di Isbn, in cui annunciavo di esser pronto a organizzare la lotta armata se la casa editrice in questione non avesse ristampato immediatamente Pesca alla trota. Perché vedete, il libro che negli anni ’60 ha dato il successo al buon vecchio Richard, a un certo punto della sua storia editoriale italiana è diventato introvabile, forse addirittura messo all’indice. Una sorte ben peggiore di quella riservata ai manoscritti protagonisti di un altro romanzo di Brautigan, La casa dei libri. Pare che alla Marcos y Marcos pensassero che Pesca alla trota in America contenesse troppi riferimenti alla cultura americana per esser compreso appieno in Italia. Io non so se questa è la verità. Però ho fatto in tempo a sguinzagliare un mio cugino a Milano, il quale si è intrufolato in casa editrice ed è riuscito a rintracciare «l’ultima trota a Milano», come documentato dalla foto qui sotto.

Ecco, un pensiero del genere scritto a penna sulla prima pagina di un libro è molto in stile Pesca alla trota. Che non è, com’è ovvio, una guida a uno sport poco meno incomprensibile del baseball per un pugliese. Né un romanzo qualsiasi. Per dire, nel testo abbondano ricette, lettere a un amico Pesca alla trota in America, liste di trote perse nel corso di un anno di pesca, riferimenti alla copertina di un libro. Materiale extradiegetico[1], suggerisce Pesca alla trota in America che è adesso seduto sulla tazza del mio bagno intento a leggere un rotocalco dall’aria vagamente sinistra. Perciò adesso voglio ringraziare mio cugino per il regalo e passare avanti. Perché Pesca alla trota[2] è tornato – e io non ho neppure fatto in tempo ad imbracciare un vecchio Remington per quella storia della lotta armata; e non mi riferisco certo all’epilatore a luce pulsata con cui le vostre donne si occupano delle loro ascelle.

 

Alcune stravaganze circa Richard Brautigan e Pesca alla trota in America
Vedete, per spiegare l’affetto incondizionato che si arriva a nutrire per un autore come Richard Brautigan bisogna andare un po’ a zonzo per associazioni mentali alquanto bislacche per un lettore comune. Per lettore comune non intendo un fan di Federico Moccia, purtroppo, quanto il lettore medio che ritiene di avere persino dei gusti raffinati, e che per questo finisce per sciropparsi un mucchio di libri noiosi sol perché candidati al premio Strega, concludendo ogni anno che il premio Strega è una robaccia mafiosa e che non è indice di alcuna qualità. Intanto sono passati interi mesi senza che si sia letto nulla d’interessante.
Mi metto in piedi come in una riunione dell’AA, d’accordo. Comincio subito. «Ho conosciuto Richard Brautigan sul cesso, una mattina d’estate nella mia casa al mare. Stavo sfogliando il Venerdì di Repubblica, che è una lettura anche troppo elevata rispetto alla media di ciò che leggo sul cesso di solito. Però ha un non so che di moralmente stimolante. Insomma, c’era un articolo su un tizio che era stato ospite dello stesso ospedale psichiatrico in cui Milos Forman avrebbe girato Qualcuno volò sul nido del cuculo. Inoltre, nell’articolo si faceva riferimento a una sindrome di cui il tizio era affetto: Sindrome da Alcol Fetale (FAS). Pensai che avrei dovuto recuperare qualche libro del tizio in questione. L’avrei fatto in autunno, perché quell’estate avevo deciso di dedicarmi interamente a Moby Dick e all’autoerotismo. Niente donne, niente racconti brevi o strampalati. Solo un’enorme balena e il più intimo piacere personale».
In quell’articolo si parlava di Richard Brautigan, ovvio. Non sappiamo se fosse davvero affetto da FAS[3], ma di sicuro la malattia non influenzò la produzione di Brautigan in misura maggiore di un molto più convenzionale alcolismo. E sappiamo tutti quanto sia difficile bere in America – la storia dei sacchetti neri (un colore funereo con cui ammantare il fallo), con cui gli alcolisti fluiscono ordinatamente fuori dai deli aperti anche di notte – questa l’ho imparata e rubata a un autore italiano molto più americano di Brautigan, che si chiama Paolo Cognetti e di cui scriverò ancora più tardi. Però, però: sappiamo tutti che una lettura biografica delle opere di un autore è un peccato ancor più grave del bere-in-America, nonché causa, con tutta probabilità, di almeno un paio di risse al giorno in qualche città dell’Oregon. Perciò torniamo all’associazione casuale, quasi arbitraria.
Insomma, in autunno torno in città e scopro che Brautigan viene pubblicato adesso dalla stessa casa editrice di un autore che abita a due passi da qui, nella vicina Manduria. Lui è Omar Di Monopoli, altro uomo fissato con l’America, con cui di tanto in tanto scambio qualche impressione e consiglio di lettura alla Caforio, la libreria più lunga di Puglia. Leggo i primi Brautigan – che poi sono gli ultimi due, così vicini al suicidio con fucilata annessa (Remington o S&W?) – e me ne innamoro. Di Monopoli mi annuncia che la Isbn ci ha preso gusto. Recupero anche i libri pubblicati da Marcos y Marcos. Faccio di Brautigan e Vonnegut i miei numi tutelari. Da un punto di vista squisitamente commerciale, sono un lettore morto, senza alcun diritto.
Nel frattempo scopro però una folle comunità di lettori brautiganiani (per cui, proporrei il termine brautifans). Da ultimo un tizio (di cui non riesco a recuperare il blog, perciò fatti avanti, se ci sei ancora) che ha letto con interesse la mia intervista a Enrico Monti. Poi c’è anche Beppe Sebaste, che giustamente definisce il vecchio Richard un dandy di frontiera. In giro per la rete apprendo che un cittadino di Ventura, un posto laggiù in America, suppongo, ha cambiato il proprio nome, per l’appunto, in Pesca alla trota in America. C’è poi un signore che spiega che Brautigan dovrebbe esser riconosciuto come il patron saint delle fanzine per come ha descritto i manoscritti nella biblioteca de La casa dei libri (tre titoli su tutti: I tuoi vestiti sono morti, Ufo contro Cbs, È la signora delle tenebre, amico).
Va da sé, a questo punto, che Pesca alla trota potrebbe essere qualunque cosa. Forse solo un luogo della mente, proprio come l’America. Ma anche, persino, quello che io ho scritto finora in questo post; o un rifugio per l’inverno, perché no:

[…] era venuto il momento di dedicarsi alla ricerca di un asilo per l’inverno. Parlavano di quanto si sarebbe stati al calduccio in quel certo manicomio, televisione, linde coperte su morbidi letti, sughetto di carne sul puré, una serata danzante la settimana con qualche donna fuori di testa, abiti puliti, un rasoio sotto chiave e perfino un’infermiera acqua e sapone.
Ebbene sì, si prospettava un futuro ben roseo in quel manicomio. Non sarebbe certo stato mal speso, un inverno trascorso lì[4].

Di qui si passa solo in volo
Mentre il fantasma di David Foster Wallace è alle mie spalle e mi minaccia brandendo un’ascia, provo a stilare un elenco di persone con cui finisco col parlare d’America ogni volta che posso. Ma temo che venga fuori una lista troppa lunga[5]. Il riferimento più autorevole, allora, rimane me stesso. Mi chiedo spesso perché non faccio che leggere, vedere e ascoltare roba americana. Se, in qualche modo, l’immaginario americano non sia meravigliosamente inclusivo e al contempo il segno di una banale omologazione dovuta a un’industria culturale massicciamente pervasiva. Faccio un esempio abbastanza concreto per spiegare l’inclusività dell’immaginario americano: in Johnny Cash noi troviamo la caduta e l’ascesa di un uomo; la celebrazione delle virtù patriottiche e la denuncia delle violenze perpetrate a danno degli indiani d’America; il mito del fuorilegge e quello del conservatorismo più plastificato. Insomma, gli americani riescono a immettere nel proprio dna anche le esperienze più marginali, periferiche, le digeriscono e le ammettono al tavolo da pranzo nel Giorno del Ringraziamento. È quello che è accaduto con le (ex-contro)culture afroamericane. È quello che accade quando Bruce Springsteen e Pete Seeger cantano alla Casa Bianca. Il mito americano nasce dalla caduta, dalla perdita dell’innocenza, e forse per questo conosce la pietà davanti a ogni miseria umana. Un giorno non troppo lontano, magari, arriveremo a considerare l’immaginario americano prodotto anche oltre i confini degli States come il frutto di un unico autore, un po’ come accade oggi per Omero e – uhm – William Shakespeare[6].
D’accordo, sto esagerando. Al contempo, dicevo, penso anche all’omologazione. Forse, quando leggo, godendone, i racconti americani – splendidi – del giovane Paolo Cognetti, dovrei anche pensare se non sia tutto frutto di una massiccia colonizzazione dei nostri gusti. Ma anche questa è una scoperta assolutamente banale e non cambia, appunto, il mio gusto. E non spiega Pesca alla trota in America. Né perché noi leggiamo ancora i classici latini. La Satira contro le donne di Giovenale dorme accanto a Pesca alla trota, sul mio comodino.
Tempo fa avevo scritto che la cultura popolare americana, in fondo, ha il pregio di mutare anche la più mite bustina di Kool-Aid in qualcosa di universale. Adesso non la penso esattamente così e ogni tanto mi ritrovo a fare a pugni con qualcuno sostenendo che i Led Zeppelin siano robetta consumistica esattamente come Britney Spears, in quanto entrambi frutto di esigenze e visioni per lo più commerciali[7]. Vedete, il punto è che tutto questo non c’entra un bel niente con Pesca alla trota in America. Perché Pesca alla trota in America ha in sé l’antidoto alla colonizzazione delle nostre coscienze. Per quanto nel ’67 potesse apparire un semplice quanto avanguardista romanzo da inserire nella tradizione Flower Power, o un frammentario residuato beat, Pesca alla trota risolve la questione in un modo tanto semplice quanto poco rumoroso: parlando di tutt’altro. Pesca alla trota in America è la polvere sulla copertina di Pesca alla trota in America. È la parte invisibile dell’America vista come luogo della mente. È la parte dell’America, come dice Beppe Sebaste, che sta al «centro degli Stati Uniti, quella cioè che si rischia di non vedere mai, di sorvolarla, presi come si è dalla smania di passare da una parte all’altra del paese».

Il Grande Romanzo Americano
Devo essere sincero: fin qui è andata bene. Il fantasma di DFW si è limitato a tirarmi un buffetto sul collo col dorso della mano mentre parlavo di cultura americana. Ho provato a spiegargli: «È che voi avete questa cosa del GRA, il Grande Romanzo Americano, mentre noi, nonostante secoli e secoli di cultura o forse proprio per questo, dobbiamo accontentarci del GRA, il Grande Raccordo Anulare», e qui DFW ha riso, un po’ di nascosto, però ha mollato per un attimo l’ascia brandita fino ad allora alle mie spalle. E mi ha chiesto di spiegare. Ci provo (in ordine sparso)[8].

Il generale immaginario
La Guerra di Secessione come la paranoia di un hipsterello di periferia. Mille finali e sostanziale assenza di trama: la poesia secondo Brautigan. Provate a fare qualcosa del genere col nostro Risorgimento, e poi ne riparliamo.

La casa dei libri
Il titolo originale suona più o meno così: L’aborto. E infatti, dopo averci portato a spasso per una magica biblioteca di manoscritti abbandonati, Brautigan ci accompagna in Messico per l’aborto clandestino cui verrà sottoposta la bellissima Vida (pronuncia: Vaida). Queste sono pagine preziose. Nessuno vi racconterà mai un aborto con tale tenerezza.

Il mostro degli Hawkline
Una parodia dell’horror e del western. Due killer indimenticabili, un’indiana mozzafiato che potrebbe non essere un’indiana mozzafiato e l’immancabile scienziato pazzo. Hal Ashby (non a caso, il regista di Harold e Maude e Being There, che, guarda un po’, è anche il titolo di un doppio album dei Wilco) e Tim Burton avrebbero voluto trarne un film.

Sognando Babilonia
Parodia del poliziesco. L’investigatore privato protagonista di questo romanzo sogna di vivere a Babilonia. Ed è il migliore sulla piazza. Dialoghi assolutamente allucinati, si ride di gusto.

Willard e i suoi trofei di bowling
Verruche, antologie greche, killer senza pietà e un errore madornale. «Questa terra è maledetta dalla violenza» sta scritto in epigrafe. Un Fargo ante litteram. Non c’è empatia quando il Male si manifesta: come dev’essere.

Una donna senza fortuna
Il diario di un uomo alla fine dei suoi giorni. «Le parole sono fiori di niente» dice Brautigan a un’amica che muore, mentre tutt’attorno il mondo scompare e si fa appena in tempo a spogliarsi per una chiacchierata su Rilke o telefonarsi in piena notte per commentare un incendio nel palazzo di fronte. Nel suo ultimo viaggio, Richard non è passato da qui. Almeno credo: non posso rivelare di più, per adesso.

American dust
Il peccato arriva da bambini ed ha la forma di un pallettone per Remington. Non sappiamo se l’hai fatto davvero, Richard, ma ti perdoniamo. Perché l’hai trasformato in eredità.

Pesca alla trota in America
Chi è Pesca alla trota in America? Il costume di Jack Lo Squartatore sindaco della città, il nome di un barbone sdoganato dalla nouvelle vague, un amico immaginario che dà consigli su questioni scottanti, un piano disperato di terroristi da scuola elementare… Un romanzo che parla dell’America come se Moby Dick fosse una trota e il Pacifico un minuscolo lago in cui due amanti scopano tra pesci che galleggiano in fin di vita.

Tutte le donne di Richard Brautigan
A dirla tutta, anche i fantasmi hanno sonno. Mentre provavo a recensire tutti i romanzi di Richard Brautigan editi in Italia, lo spettro di DFW si è addormentato. Non sono mai stato un gran recensore, lo ammetto. Così al risveglio del mio amico fantasma, ho dovuto operare una sintesi così estrema che in confronto quel pastore che assomiglia ad Adolf Hitler in Pesca alla trota in America pare un esponente dell’Api di Francesco Rutelli: «Insomma, DFW, stai calmo e lascia quell’ascia. Oh, perdona il gioco di parole. Immagino che potresti scriverci un capitolo extra di Considera l’aragosta ma, davvero, non distrarti. Allora, cosa tiene insieme il film Crazy Heart[9], una canzone di Bonnie Prince Billy, la colonna sonora di Into the wild, Walt Whitman e i film in bianco e nero proiettati in un cinema di Tokyo fuori dal quale ha appena cominciato a cadere una pioggerellina autunnale? Te lo dico io. Tutto quello che non ho detto a proposito di Richard, prima. C’è una meschina e meravigliosa raccolta di racconti pubblicata da Einaudi di cui non voglio neppure pronunciare il titolo, perché è stata messa insieme davvero alla cazzo. Però lì ci sono un mucchio di short-short-stories in cui Brautigan dà il meglio di sé. E succede perché ci sono delle donne di mezzo. C’è un racconto, in particolare, in cui descrive il modo in cui la donna con cui ha passato la notte si riveste al mattino, prima di andare in una direzione decisamente opposta a quella dell’uomo. Ti assicuro che è molto più dolce, e tenero, e terribilmente sensuale di qualsiasi spogliarello mai visto nella tv di plastica che ho in salotto (e che, per inciso, Pesca alla trota in America sta guardando proprio in questo momento, spaparanzato sul mio divano). Non credo d’aver mai letto qualcosa di più potente a proposito delle donne di ciò che ha scritto Richard. Vedi, la bellissima Vida (pronuncia: Vaida) de La casa dei libri è la classica donna mozzafiato, ok, ma Richard ti spiega come lei viva la cosa come un peccato mortale. Come finisca col provare vergogna, e per introiettare anche quella degli uomini che inciampano quando si voltano per guardarla. Vedi, da allora io ho smesso di guardare le belle donne sol perché mi attraggono. Ho iniziato a comprendere il senso della bellezza senza possesso. Una bellezza che potrà essermi prestata, non di più. Ho iniziato a stare nella testa delle bellezze. Come dev’essere, come potrebbe mai essere, stare continuamente al centro dell’universo per qualcosa che non si è deciso? Dover fare i conti, quotidianamente, col desiderio altrui? È una cosa che si subisce, la propria bellezza. Insomma, DFW, sappi che Richard Brautigan non ha fatto altro che scrivere di una bellezza invisibile, che si copre, si riveste come la donna al mattino in quel racconto, e di quel tipo di bellezza che può solo andare perduta una volta che ti viene prestata. Come la natura con gli americani, forse. E questo è Pesca alla trota in America. Per inciso, le trote ci sono, non so se l’ho detto, delle belle trote iridate e anche dei ruscelli in vendita in un deposito di Cleveland. Al metro. Puoi comprare acqua al metro e anche alberi, cervi, vegetazione. Ma questa è Cleveland e prima che in Pesca alla trota ne avevo sentito parlare solo per via dei Cleveland Cavaliers, roba da Nba. A proposito. C’è questo capitolo in Pesca alla trota in America in cui c’è un giovane in una libreria. Va lì a leggere ogni pomeriggio. Un giorno l’anziano libraio invita una coppia ad entrare in libreria e riesce a far finire a letto la donna e il giovane che è lì per leggere. Il marito di lei guarda. Quando il giovane e la donna hanno finito, il vecchio libraio comincia a raccontare al ragazzo una storia d’amore e di guerra, una storia che rimbalza tra diversi continenti e finisce però proprio insieme alla guerra. E questa, nel libro è chiaro, è una metafora della lettura e dell’amore fisico. E questo è tutto quanto ho da dire su Pesca alla trota in America e su Richard Brautigan, caro DFW. Ah, sì. Ti ho raccontato la storia della libreria perché quel capitolo s’intitola, se non ricordo male, Cavalier, cavalier del mare, e nella storiella d’amore e guerra il giovane scopatore era originario di Cleveland, che, ripeto, io conoscevo solo per i Cavs, la squadra Nba, e non certo per il deposito in cui si vendono fiumi a metro».

Vestire lo scheletro: il divagazionismo
Una cosa che mi piace spesso dire dell’alternative country, che è il mio genere musicale preferito, è che è un po’ come vestire lo scheletro della tradizione. Insomma, si prende la struttura di un classico brano da balera americana, lo si scuoia, lo si spezzetta qua e là e poi lo si riveste con suoni nuovi. È quello che fanno i Wilco, per dire. È quello che Richard Brautigan fa in Pesca alla trota in America, una vera e propria cifra stilistica che allontana il vecchio Richard dal minimalismo alla Carver – ammesso che esista – e lo avvicina a quella corrente che non esiterei a definire, neppure se qui ci fosse davvero il fantasma di DFW con tanto di ascia a minacciarmi, divagazionismo. Di cui sono il più autorevole esponente a livello mondiale, visto che ho appena coniato il termine. Non sto parlando di scrittura automatica, per quanto si necessiti di una buona dose d’insonnia e immaginazione per essere convinti assertori del divagazionismo; e per quanto lo stesso Brautigan fosse un vero artigiano dell’immaginazione (cosa che mi piace pensare sia dovuta all’esperienza che, a quanto pare, avrebbe avuto da giovane come aiutante di un inventore), con quelle sue metafore volutamente strampalate e le soluzioni vagamente oniriche di certi suoi testi. No, non è solo questo. È avere di fronte il mare, l’oceano o anche solo un bel fiume in piena, e scegliere deliberatamente le correnti minori, le diramazioni che allontanano dalla trama principale; fiumiciattoli o torrenti di montagna che assumono di volta in volta nomi pittoreschi come Tom Martin Creek, Hayman Creek, Grider Creek, Salt Creek o Lake Josephus. È anche arrivare a definire l’essenza di un libro come Pesca alla trota in America come ho fatto finora, per associazioni più o meno casuali, buttando giù un post da oltre 30mila battute che, in tempi di Internet, equivale grossomodo al suicidio; è cambiare rotta all’improvviso perché è lo stesso identico modo in cui funziona la vita, senza molto senso, il che la rende forse poco interessante, al contrario di quello che vogliono farci credere le trame perfette dei thriller che abbondano in quel gran bazar della sorpresa che è l’immaginario occidentale; quando invece l’oggetto misterioso, la vita, stando a una distinzione cara a Hitchcock[10], sta più che altro dalle parti della suspense; il divagazionismo è proprio quello che sto per fare adesso, inserendo qui, a tradimento, il pezzo di un racconto che ho scritto tempo fa e che non è mai stato pubblicato[11], in cui Richard Brautigan, molti anni dopo la sua morte, finisce dalle mie parti, in quella zolla di terra di Puglia che non vedrete mai, perché è proprio quella che si sorvola per finire più a sud, verso Lecce, o verso nord, Bari, Napoli, Roma, Milano, il resto del mondo.

Allora, le cose devono essere andate grossomodo così.
Richard Brautigan è mezzo sbronzo, sale le scale del suo appartamento a Bolinas Mesa, California. Sugli scalini si muove a zig zag, come se ci fossero degli oggetti disseminati in giro apposta per farlo inciampare, perdere l’equilibrio e finire a piano terra con la schiena spezzata e la testa in frantumi.
Richard Brautigan arriva nell’appartamento. Gira per qualche minuto per la sala principale, ogni tanto si appoggia al tavolino col telefono di bachelite, lo guarda, poi prosegue nella sua danza idiota.
Da piccolo Richard Brautigan abitava in un appartamento simile con sua madre. Erano molto poveri e probabilmente l’alcolismo della madre era la causa principale dei malanni del piccolo Richard.
Richard Brautigan si siede un attimo sul divano. Dire che si siede è poco appropriato: si lascia cadere, si abbandona, è come un elefante che conosce già l’ora e il luogo del proprio decesso.
Al momento, Richard Brautigan non sa che ore sono, che giorno è, crede di essere al lavoro per un nuovo libro ma non sa nemmeno di che libro si tratti. No, non sta lavorando ad alcun libro. Quello era due anni prima.
Richard Brautigan si mette seduto, con la schiena dritta. Con una mano si copre il viso. L’altra cerca qualcosa sul divano, accanto a lui. Non c’è niente. Cerca ancora. Cerca un calendario. I calendari ti allungano la vita, a volte, pensa Richard Brautigan. A un certo punto la mano di Richard Brautigan tocca qualcosa di peloso. La mano risale ancora quella cosa pelosa. È come una coscia. Risale ancora. C’è un petto peloso, un collo peloso, un muso piccolo con dei baffi lunghi, delle orecchie pelose.
Un coniglio gigantesco è seduto accanto a Richard Brautigan. Al collo ha un piccolo orologio senza lancette, ai piedi una valigetta.
Richard Brautigan trattiene un conato di vomito. Non dice niente, ora è in piedi davanti al coniglio bianco.
Il coniglio chiede qualcosa a Richard Brautigan. L’uomo non risponde.
«Dimmi un po’, sei pazzo?» chiede il coniglio.
«Non saprei.»
«Non hai comprato il calendario. Non sai che ore sono. A che punto sei?»
«In che senso?»
«Con tutto.»
«Non ho mai visto un coniglio con la smania del tempo.»
«Stai mentendo. Hai finito di muoverti, Brautigan.»
«Sei dell’FBI?»
«Peggio, molto peggio.»
Il coniglio apre la valigetta, senza mostrare il contenuto all’uomo. Controlla l’orologio sul petto. Richard Brautigan non si sente curioso e segue i movimenti dell’animale con la bocca aperta.
Il coniglio gira la valigetta porgendo adesso il contenuto a Richard Brautigan. Dentro c’è una Smith & Wesson 29 .44 Magnum.
Richard Brautigan corre in camera. Apre un cassetto. Poi ne apre un altro. Cerca qualcosa che non c’è.
Richard Brautigan torna dal coniglio. L’animale è nella stessa posizione di prima. Ha l’aria di uno che aspetta qualcosa da una vita.
Richard Brautigan ha invece l’aria diffidente. Avvicina lentamente la mano alla valigetta. Il coniglio ha sempre la stessa espressione. Richard Brautigan raccoglie l’arma dalla valigetta e ritira la mano di scatto.
L’arma rimane puntata per terra.
«Vuoi sapere che giorno è oggi, Brautigan?»
«No.»
«Allora, fa’ pure.»
La canna della pistola è nella bocca di Richard Brautigan.

No, le cose non possono essere andate così. Di sicuro Richard Brautigan era nella sua casa a Bolinas. Di sicuro beveva ancora, ma non è detto che quella sera fosse sbronzo. Non è detto che fosse sera.
Probabilmente era seduto sul divano, accanto al telefono. Non doveva esserci un motivo particolare per stare lì. Forse era solo preoccupato, con le mani raccolte sotto il mento.
Di tanto in tanto guardava l’apparecchio di bachelite, l’insensato annodarsi del suo cavo nero e lucido. Poi la carta da parati. Erano due anni che non la cambiava.
Ogni tanto agli inventori capita che ritornino in mente formule o pensieri messi per iscritto qualche anno prima. Il fatto è che tornano senza preavviso, e soprattutto il fatto è che quando invece nascono e vanno in giro per il mondo, questi pensieri hanno la pretesa di voler significare qualcosa, rappresentare la vita di chi li ha generati.
A Richard Brautigan, mentre guardava il telefono, venne in mente qualcosa sui telefoni che aveva scritto qualche anno prima.

Sono rimasto a fissare il telefono, tradito ancora una volta da questo strumento così staccato dalla natura. Non ho mai visto niente in natura che assomigli a un telefono. Nuvole, rocce, fiori, non ce n’è uno che assomigli a un telefono.
Non so come andrà a finire tra me e mia figlia. Ho esplorato tutte le possibilità come un archeologo. Queste rovine mi disorientano e mi tormentano. Ma non ho la minima idea di come catalogarle e in quale museo finiranno e se gli scavi sono appena iniziati o sono finiti.
28 giugno 1982, continua…

Continua… Richard Brautigan pensò a quel continua… che seguiva a una data ben precisa che però gli ricordava ben poco. Cosa voleva dire? E più ci pensava, più il ricordo di quelle parole sfumava, a poco a poco, diventando inconsistente come fosse il pensiero di un’altra persona. In un attimo comprese che non aveva mai scritto quella roba, sempre più sfumata, mentre accanto a lui il telefono prendeva nuovamente forma come qualcosa di concreto, tangibile, presente.
Richard si alzò di scatto, andò in camera, cercò qualcosa nei cassetti.
Non ho idea se in quel momento l’immagine di Ianthe Brautigan, la figlia di Richard, fosse viva nella mente del padre come lo è in questa foto che ho appena trovato in rete. Lei è giovane, sorride, leggo che si è occupata di qualcosa a proposito di suo padre. Ha i capelli lunghi e neri, è seduta su una poltrona con i piedi nudi allungati sul muro.
Richard Brautigan tornò davanti al telefono. Si ricordò di non avere altri oggetti così staccati dalla natura in casa. Un altro oggetto del genere che gli venne in mente doveva essere un orologio, o forse un calendario, ma erano anni che non ne possedeva.
La canna della Smith & Wesson 29 .44 Magnum era puntata adesso sulla tempia destra di Richard. L’allontanò un attimo, con la mano libera tolse gli occhiali e li poggiò con molta cura accanto al telefono di bachelite.
Tornò a puntare la canna della pistola alla tempia destra. Socchiuse gli occhi, piccoli e all’ingiù. Non c’era niente da vedere.

Credo che le cose non siano andate nemmeno in questo modo.
Allora, Richard Brautigan è disteso sul letto, nella sua casa a Bolinas, in California. Attraverso i buchi delle tapparelle, le luci della strada sono dei puntini irregolari sul ventilatore fermo. Brautigan guarda il ventilatore. La stanza è molto simile a quella in cui dormiva a Tacoma insieme a sua madre. Solo che lì non c’erano né ventilatore né telefono. E sua madre beveva. A lui dissero che aveva la FAS proprio a causa di sua madre: Sindrome da Alcolismo Fetale. Per questo era matto. Fu anche rinchiuso per un bel po’ nello stesso asilo psichiatrico di Salem dove Milos Forman avrebbe girato Qualcuno volò sul nido del cuculo. Dicevano che era paranoico e schizofrenico e aveva bisogno di elettroshock.
Ma quella sera Richard Brautigan non pensa a niente di particolare. Forse solo al fatto che da piccolo, quando la luce dei lampioni si frammentava in una ventina di puntini bianchi e irregolari sul muro, lui e sua madre erano davvero poveri.
A Richard, all’improvviso, vengono in mente alcune parole che deve aver scritto qualche anno prima. Succede, agli inventori. Quando meno se l’aspettano.

LE PAROLE SONO FIORI DI NIENTE

Immagina questo pensiero in stampatello maiuscolo. Forse perché era un telegramma che aveva inviato a qualcuno, e non una di quelle cose che infilava nei suoi libri, per una volta. Forse era un pensiero per qualcuno che doveva essere molto importante. Forse la sua amica S., o forse Nikki, Akiko o Masako. O forse sua figlia, che a quell’ora doveva essersi appisolata scalza sulla poltrona della sua nuova casa.
Non è importante. Quelle parole erano per qualcuno a cui doveva aver voluto davvero bene. Ma cominciano a sfumare. Forse non aveva mandato nessun telegramma. Forse non si trattava neppure di parole sue.
Richard avverte un leggero senso di vuoto allo stomaco. Come quando si sogna di cadere e ci si sveglia sulla superficie piana e sicura del letto. Solo che lui è sveglio. Si alza. Fa un respiro profondo. Si gratta la testa pelosa e poi passa una mano sui baffi. Tira fuori qualcosa dal cassetto.
Ora è davanti al divano. Gettata a casaccio su un bracciolo c’è una maglietta nera con un coniglio disegnato. Accanto al divano c’è un telefono di bachelite, ma è staccato da mesi. Richard toglie gli occhiali e li posa accanto all’apparecchio.
Non ha senso.
Richard guarda adesso da molto vicino la canna della Smith & Wesson 29 .44 Magnum. È proprio davanti al suo naso. Probabilmente il tentativo di mettere a fuoco l’arnese lo rende strabico.
La Smith & Wesson 29 .44 Magnum ha un rinculo molto forte. Ogni volta è come se sparassi per la prima volta, non per le particolari emozioni che può dare, ma perché dimentichi quanto forte sia il rinculo. Poi c’è il problema del tempo.
Una distorsione temporale: questa volta c’è prima il rinculo, che fa sbalzare e sbagliare la mano di Richard, e poi il colpo, forte e cupo come un tuono, di quelli che percorrono chilometri prima di abbattersi sulla terra. Richard è sul pavimento, stordito dal rimbombo, si controlla la faccia, è tutto al posto giusto. La pistola fuma a un metro di distanza da lui.
Richard guarda il muro. Il colpo ha mancato lui ma ha centrato in pieno un orologio a cucù fermo da anni. Richard si alza lentamente, sposta l’orologio fracassato con gli uccelli di legno che penzolano a casaccio e guarda il buco nel muro.
È profondo e nero. Fuma e puzza di polvere da sparo. Richard ci passa le dita intorno. Il cuore batte forte, come se all’improvviso il proiettile potesse tornare indietro dal buco e centrare il bersaglio al secondo tentativo.
Le dita di Richard sono nel buco nero. Il tempo di confondersi con la polvere da sparo e l’intonaco e Richard è abbracciato da una luce improvvisa, che lo accarezza e lo avvolge per intero: si guarda, controlla il suo corpo luminoso, adesso si sta pian piano polverizzando in mille puntini bianchi come quelli prodotti dalla tapparella sul ventilatore, mille puntini bianchi e minuscoli, liquidi, che finiscono prima per terra e poi risalgono il muro e si infilano nel buco fatto dal proiettile. I puntini si disperdono all’interno del muro, tra i mattoni e il cemento, poi nello scheletro dell’intero appartamento, delle strade di Bolinas, della California e infine dell’America.
Richard Brautigan pulsa nello scheletro del mondo.

Conclusioni: (come una sorta d’) autunno
È chiaro, a questo punto, che quello che è venuto a visitarmi non era il fantasma di David Foster Wallace; non solo, quantomeno. Con più probabilità si trattava del fantasma di Pesca alla trota in America che è venuto ad annunciarmi il suo ritorno sulla terra, prima sotto forma di spettro dello stesso Richard Brautigan e poi sotto forma di DFW e infine di libro. E tutto questo, perché no, in onore al divagazionismo che ho appena contribuito a fondare. No, non l’ho fatto da un giorno all’altro come si fa con certi partiti di governo, ma con una certa mia sorpresa, questo sì. E senza suspense non c’è divagazionismo: se non accade qualcosa che non ci aspettiamo, che tuttavia è come se conoscessimo da prima di nascere, non faremmo quello che stiamo facendo. Adesso ad esempio devo creare un collegamento tra il titolo di questo paragrafo e quello che sto dicendo (e non sarà la parola maionese, giuro). E allora dirò, molto banalmente, che Pesca alla trota in America, come molta produzione brautiganiana, è un libro autunnale. Forse perché ho letto il mio primo Brautigan in autunno, e quel libro parlava di un uomo nella fase autunnale della sua esperienza terrena. Però questa è una bugia bella e buona: perché mentre gli uomini di una certa età pensano all’autunno come alla fase stanca, finale, ultima di una vita (anche della vita di un Paese, come si potrebbe dire, operando una certa forzatura, dell’America di Pesca alla trota in America), ricordo anche con una certa precisione che proprio in autunno cominciava la scuola e allora anche il cervello del più zoticone dei miei compagni di scuola era fresco, pieno di vita, pronto all’apprendimento o quantomeno allo sberleffo più creativo verso i ragazzini più piccoli. Quella freschezza e quella vivacità sarebbero andate perdute nel corso dell’anno, proprio coll’avvicinarsi della primavera.
Questo, però, è un blog d’interviste. Bene, sentiamo allora cos’ha da dire Pesca alla trota in America a proposito dell’autunno, ora che è curvo davanti al mio frigo con la faccia nascosta dallo sportello grigio coi bordi bianchi. Credo sia in cerca di una birra. Ehi, Pesca alla trota, cosa pensi di tutta questa storia dell’autunno?

Una buona percentuale delle scritte il giorno dopo non c’era più. Le madri ottennero presto questo risultato semplicemente cambiando i vestiti ai figli, ma ci furono anche un sacco di ragazzini le cui madri tentarono di cancellarle e poi li rimandarono a scuola il giorno dopo con gli stessi vestiti, ma vi si poteva ancora leggere “Pesca alla trota in America”, anche se un po’ sbiadito, sulla schiena. Comunque, dopo qualche altro giorno ogni traccia di Pesca alla trota in America sparì del tutto, come d’altronde era destinata a fare sin dal principio, e una sorta di autunno scese su tutte le prime[12].


 

[1] …anche transmediale, perché no? Suona bene, transmediale, dopotutto. Credo proprio che lo riutilizzerò.

[2] Bene, credo di aver disseminato abbastanza confusione nei vostri occhi con il diabolico mix di Pesca alla trota e Pesca alla trota senza corsivo. È chiaro che c’è una differenza, che sto cercando di dirvi qualcosa. Allora, proviamo a chiarire: quando indica il titolo del libro, Pesca alla trota in America va in corsivo, per l’appunto. Quando indica altro – molto, altro –, allora va senza. E vedrete quante cose può indicare, Pesca alla trota in America.

[3] In seguito, lavorando in un istituto per minori a rischio, avrei avuto conferma di quanto pittoresca sia la Sindrome da Alcol Fetale: avevo un ragazzino per le mani, un vero artista, un uomo in miniatura tanto capace di sovvertire ogni prospettiva con un’idea strampalata quanto incapace di leggere l’orologio appeso al muro; ma, anche nel suo caso, non eravamo certi che si trattasse di FAS, che si caratterizza, evidentemente, come una sindrome che non si è mai sicuri d’avere.

[4] Traduzione di Marco Zapparoli dall’edizione Marcos y Marcos di Pesca alla trota in America.

[5] D’accordo, sono passati alcuni giorni da quando ho finito di scrivere questo saggio demenziale su Pesca alla trota in America. Adesso provo a stilare il benedetto elenco di persone con cui finisco, ogni volta, a parlare d’immaginario americano. È una cosa che accade davvero molto spesso e con tantissime persone; perciò mi perdonerà chi, in qualche modo, è finito fuori dalla lista (e anche chi, al contrario, non aveva alcuna voglia di entrarci).
Ovviamente ci sono Enrico Monti, Marco Petrella e Omar Di Monopoli. Poi c’è Dario, il cugino milanese che ha pescato l’ultima trota a Milano. Mario e Riccardo, che hanno letto con piacere la mia intervista a Enrico Monti. Angelo, altro cugino che ha amato La casa dei libri e che mi ha regalato il biglietto per il primo concerto dei Wilco. Matteo Scandolin, Alessandro Romeo di inutile con cui discutiamo, a caso, di Carver o di Philip Roth. Gianluca Didino con cui pure si finisce a parlare di immaginario, risposte politiche e Raymond Carver. Marco Candida, che in ossequio alla lezione di Salinger mi ha telefonato dopo che avevo finito di leggere il suo romanzo d’esordio, e poi è partito per gli USA. Paolo Cognetti, che lassù in montagna scrive dei pezzi brevissimi che sembrano provenire direttamente dal North Dakota. Il mio amico Mimmo, che sognava di essere negro proprio come Lou Reed, e secondo cui certi cespugli che spuntano nel deserto poco prima dell’Ilva di Taranto sono stati piantati lì da qualche mormone di Salt Lake City. Alessandro, che mi ha suggerito la canzone Horses di Bonnie Prince Billy. Maurizio Vierucci, rocker noto anche come Oh Petroleum, che suona americanissimo rock’n’roll in quel di Brindisi. Tobia Lamare & The Sellers, che sono davvero convinti che la masseria del loro frontman sia in Mississippi. Daniele, dedito alla fotografia dei fantasmi d’America e al blues da locali fumosi. Davide, a cui devo la mia conoscenza di DFW e con cui ho litigato una sera perché si ostinava a sostenere che l’unico Roth al mondo fosse Josif, e che per anni ha letto solo libri usciti entro il 1932 e infine è stato folgorato proprio da Philip Roth, Don DeLillo e DFW. Nicola Lagioia, che ha saputo smontare e rimontare gli ultimi dinosauri americani nel corso di una conversazione di appena dieci minuti, e che ha solo dieci anni in più del sottoscritto. Michele, che ha curato con me un lavoretto sulle ossessioni di Herman Melville. E con lui Andrea, Antonio, Gabriele e ancora Mimmo, che hanno musicato un mio americanissimo testo che si chiama Il blues del margiale.

[6] Qui siamo dalle parti della transmedialità. Non lo dico tanto per dire o per darmi un tono: quando una storia comincia da una parte e finisce da un’altra, rimbalzando da un media all’altro, da un lettore/fruitore all’altro, è fatta, è un’opera collettiva, soprattutto se i lettori/fruitori si mettono a rimasticare e rimodellare l’immaginario di quella storia: che diventa mondo. È un po’ quello che accade col multiverso dei fumetti americani, che nascono su carta, finiscono su pellicola, e intanto in quell’universo è accaduto di tutto, compresa la rilettura da parte del pubblico. È la storia della Bibbia. A pensarci bene è geografia, più che storia, come viene spiegato bene qui a proposito del mondo di Oz creato da Frank Baum.
A pensarci bene, è esattamente quello che fa Richard Brautigan in Pesca alla trota in America, giocando coi simboli e i miti americani; ed è anche quello che accade al vecchio Richard in queste pagine, dato che passa dall’esser in carne ad ossa alla carta dei suoi libri fino a diventare il personaggio di un saggio un po’ strampalato. Senza dimenticare che sto infarcendo questo testo zeppo di note abbastanza insensate con citazioni più o meno esplicite tratte proprio dall’immaginario brautiganiano. E voi non potete farci proprio niente, amici, a meno che non vogliate fondare un nuovo genere letterario il cui nome incominci per D.

[7] A tal proposito, confrontare lo sculettamento di un gruppo storico americano come i Four Tops e i balletti degli inglesissimi Take That.

[8] Prima di provarci, però. La sostanza della battuta sul GRA è un’altra, e cioè che in fondo, ma non tanto, il buon vecchio Richard, così come Lester Bangs (altro scrittore baffuto e sfortunato) e, non da ultimo, lo stesso DFW, sono degli umoristi. Cioè degli scrittori che si occupano di umore. E provano a stimolarlo non attraverso la pancia, quanto con la testa. Non è facile. E non è facile essere considerati seri mentre si è umoristi. Eppure, occuparsi seriamente di cose poco serie è un’arte nobilissima. Ma il riconoscimento, se c’è, è postumo. Soprattutto in Italia, per cui se non sei almeno un po’ serioso – per non dire infelice – nessuno ti prenderà sul serio. Come se gli umoristi non possano essere almeno un po’ infelici anche loro. Ah, Richard, Lester, David: perdonateci, se non abbiamo riso subito con voi.

[9] La pellicola da cui proviene lo snapshot all’inizio di questo pezzo.

[10] Credo che Alfred Hitchcock abbia esposto la sua teoria sulla differenza tra sorpresa e suspense in una lunga intervista rilasciata a François Truffaut. Provo a esporla qui brevemente con due banali esempi. Siete in un caffè. Ci sono due uomini seduti a un tavolo accanto al vostro. I due uomini parlano di crisi finanziarie, Velociraptor e hockeyghiaccio. I due uomini ordinano rispettivamente una coca e una limonata. Le ordinazioni le prende una cameriera molto carina. I due continuano a parlare in attesa che la cameriera ritorni con le bibite. Per inciso, quello dei due che non ha tolto il cappello è convinto che l’hockeyghiaccio sia uno sport molto noioso. La cameriera arriva col suo vassoio, ma sul vassoio non ci sono bibite: solo una scatola. A un certo punto dalla scatola esce una piccola scimmia urlatrice che si lancia sul cranio dell’uomo che detesta l’hockeyghiaccio e comincia a morderlo fino alla morte. Questa è la sorpresa per Alfred Hitchcock.
Ora, mettiamo che voi siate nel caffè per uccidere l’uomo che non ama quel dannatissimo sport. Siete stati voi a ordinare alla cameriera di infilare la scimmia urlatrice nella scatola. Ora non vi resta che attendere per sapere se lei ha seguito la procedura fino in fondo infilando davvero l’animale nella scatola. E per vedere se la scimmietta, anche lei, farà ciò per cui è stata pagata. Godetevi lo spettacolo: questa è la suspense per Alfred Hitchcock.

[11] Il racconto si intitolava Nel tempo e doveva uscire in un’antologia di una casa editrice pugliese. A questo punto credo che il progetto sia saltato del tutto, dato che il curatore non me ne ha più parlato. L’ultima volta mi ha raccontato che era stanco di lavorare gratis nel campo dell’editoria. Credo lo abbia fatto via telefono, perché altrimenti l’avrei abbracciato forte, a lungo.

[12] Traduzione di Enrico Monti dall’edizione Isbn di Pesca alla trota in America.

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7 thoughts on “Il ritorno di Pesca alla trota in America. Rifugio per l’autunno con intervista

  1. Io ridevo con DFW in vita. Ho riso quando l’hai evocato qui perché ci pensavo dall’inizio, ‘l’avrà fatto apposta a scrivere un pezzo alla Wallace?’.

    Molto bello, che dire Marco, io non seguirò i tuoi consigli e farò proprio così, mi leggero per primi due “Aborto” e “Pesca alla trota”, e poi a rebours.

    Gli esempi di sorpresa e suspance per Hitchcock sono illuminanti, e l’abbraccio che non hai dato al curatore farò in modo di fartelo avere io.

  2. il titolo del primo paragrafo mi ha ricordato quello di un libro di Aldo Nove: “la più grande balena morta della lombardia”, titolo che amai subito, raramente 7 parole in fila possono essere tanto lisergiche

  3. Pingback: Pacific Northwest #4 – Richard Brautigan | La McMusa

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