Le storie degli altri

Cadenza e intensità — Ricardo Piglia

Solo nei film di Hollywood è sbagliato raccontare il soggetto; nei romanzi invece la trama è soltanto una guida, o meglio la mappa di un territorio che si va trasformando mano a mano che procediamo. Quando diciamo che non possiamo smettere di leggere un romanzo è perché vogliamo continuare ad ascoltare la voce narrante. Ben oltre l’intrigo e le peripezie, c’è un tono, che definisce il modo in cui la storia si muove, fluisce. Non si tratta tanto dello stile, dell’eleganza nella disposizione delle parole, quanto della cadenza e dell’intensità della narrazione. In definitiva il tono determina la relazione emotiva che il narratore intrattiene con la storia che sta raccontando.

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Regola d’oro per gli scrittori debuttanti: se l’immaginazione scarseggia, occorre essere fedeli ai particolari.


Ricardo Piglia, 9 febbraio 2012

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Corpi estranei

Girone d’andata

sna

Poco dopo il tramonto. Passeggiavano prendendo a calci una lattina. Se la passavano di piatto, d’esterno, di collo se quella si alzava. Nel ventre piano di uno stradone desolato, gli alberi spogli, i rami secchi che uno dei due, scrivendo, avrebbe paragonato a grappoli d’artigli – mentre l’altro, quello più anziano, no: per lui sarebbero stati rami, rami rinsecchiti di un tiglio spoglio, nient’altro.
Sedettero su una panchina di legno rammollito dall’umido. Sul bordo destro un alone scuro, qualcuno che ci aveva pisciato o vomitato non più tardi di una notte prima; perciò si strinsero. Vicini, sentivano l’odore reciproco, confondendolo col proprio.
Tu lo sai, disse il più anziano, tu lo sai che di là non porta a niente.
Teneva in mano la lattina, deformata, con un piccolo squarcio su un lato.
C’è la stazione, e poi niente. Per questo non andremo da nessuna parte.
La stazione porta ovunque, disse il giovane.
I treni li hanno soppressi tutti. E poi ci sono gli alberi, quelli lì, che alberi sono?
Non lo so.
Dovresti saperlo.
Tigli?
Tigli, può darsi. C’è il polline, non lo sopporto.
Vuoi dire che sei allergico ai treni e al polline?
Ai treni che non portano da nessuna parte, ragazzo. E al polline, sì, al polline, certo.


Remo Santacaterina | Girone d’andata

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Corpi estranei

Il tempo è il demonio

Elicia Edijanto

Illustrazione: Elicia Edijanto

[…] Giovane scrittore, carne da macello dell’editoria urlante […] ti direi di non demordere, e di non confondere, come diceva […] il salotto buono dell’una con il giardino di marmo (sono lapidi) dell’altra […] parlando coi morti, scrivendo per i vivi […] e di non aver paura né timore […] perché la spinta più innovatrice, nel nostro campo è anche, sempre, quella più conservatrice […] o per meglio dire la più antica e assoluta […] nonché assolutoria, mentre siamo preda del tempo presente che mentre ci fa mediocri […] impedisce la visione del buon disegno per intero […] perciò ti dico che il nostro demonio, il nostro più autentico demonio, non è che il tempo […] mentre tu te ne stai chino nel lavorio quotidiano che piega la schiena e fa avvampare il prolasso tra le natiche […] tutto, intorno, cambia, muta, si evolve, i genitori imbiancano e gli altri vanno a procreare […] come un tempo si andava in guerra […] per cui il celebre patto è col tempo, che lo sigliamo davvero, nostro unico e profondo e in verità cretino demonio […] ma senza paura, giovane scrittore […] non conosco mezzo capolavoro che non sia afflitto da almeno un difetto, una scalfittura […] il che dimostra che la materia in cui nuotiamo, tutto sommato, è materia umana, scolpita da umani […] che perdona l’inciampo, se permane lo slancio, la tensione verso l'[…] una legione di formiche, verso l’immensa distesa di zucchero […].


Beniamino Negro | L’intercettazione della felicità

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Corpi estranei

La fine dell’editoria italiana

creepy

A proposito dell’affare Mondadori-Rizzoli: ho ricevuto questa mail stamattina dal mio amico Danilo Dannoso, agente letterario. La pubblico così com’è. Chiedo scusa per eventuali refusi. Il titolo di questo post è volutamente fuorviante.

#Mondazzoli, è fatta. Il monopolio è compiuto. Per cui la fine del mondo si avvicina. Almeno per i bruchi. Verrà il gigante a mangiarci tutti. Da duemila anni va così.
Anche in questo caso, in grossa parte delle analisi che leggo in giro si scambia, come al solito, editoria e letteratura. Ma anche l’editoria può essere cosa buona (e non è detto che la letteratura lo sia sempre). Come la politica, anche l’editoria è un’altra attività umana che ha assunto ormai un connotato negativo. Perché, poi?
Ma in ogni caso, spero che sia chiaro a tutti che si va verso un’editoria globale anche in campo letterario. Mondadori venderà a qualche gruppo straniero, insomma.
È una cosa buona, è una cosa cattiva? Non ne ho idea. Il gruppo straniero pubblicherà libri che vendono. Mondadori (compresa Einaudi) e Rizzoli facevano già la stessa cosa, con un piede però ancora in un’epoca in cui era forte l’eredità dell’editoria nostrana novecentesca: quella fatta da editori – e scrittori – che erano in qualche modo i anche padri della cultura italiana del Dopoguerra. Adesso noi, in un modo o nell’altro, ci emanciperemo da questa eredità.
Anche in questo caso, non so se è un male o se è un bene. Se emanciparsi in questo caso significherà liberarsi di certe retoriche con cui si finisce coll’ammantare i libri con una certa aurea di sacralità, mentre, sottobanco, si costruisce un settore economicamente insostenibile, allora è un bene.

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Fare Malesangue, Storie

Se gli artigiani diventano maker, il destino degli scrittori è quello di diventare tutti degli infallibili storyteller?

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Ovviamente esagero. Com’è noto, il termine maker designa soprattutto gli artigiani digitali o, più in generale, un artigianato che proviene da una cultura tecnologica legata non solo alla Rete. Insomma, in questo caso l’ingresso di un termine anglosassone nel nostro vocabolario non va a impoverirlo. Se da un lato perdiamo la radice artistica, evocativa e affascinante, del termine nostrano, da un altro guadagniamo evidentemente in complessità e ampliamento del campo semantico della singola parola.

Cosa accade invece se l’invasione di termini anglosassoni, legati soprattutto alla cultura digitale, arriva a toccare anche il mestiere dello scrittore? Potremmo concludere: poco o niente. In fondo lo scrittore è anche uno storyteller, uno che racconta storie. Sono storyteller anche i cantanti, gli sceneggiatori, i poeti, ma sempre più spesso anche i divulgatori di piani aziendali. Lo storytelling, non lo scopriamo oggi, è un’arma in più per chi si occupa di marketing e comunicazione. Soprattutto sui social network.

Le cose cambiano, ovviamente, se parliamo di letteratura. La letteratura sta tutta in quell’anche. In altri termini, lo scrittore, più o meno consapevolmente, può ambire a fare della letteratura. Molto spesso non ci riesce. Direi il più delle volte. Segue una certa disperazione. Ma attenzione: qui il termine letteratura non esprime un giudizio di valore sull’opera, quanto una forma d’arte specifica, allo stesso tempo molto complessa e aperta a molte soluzioni. Una forma d’arte che, lo sappiamo tutti, contiene al suo interno anche la narrativa e dunque diverse tecniche narrative (ed ecco lo storytelling). Costringere dunque la letteratura nell’ambito del mero storytelling credo sia una cosa improbabile per tutti. Sarebbe un po’ come chiedere a un chitarrista di suonare alla maniera di David Gilmour soltanto, escludendo la lezione di Jimi Hendrix, Keith Richards, Jonny Greenwood o le influenze che provengono da ogni tipo di strumento o genere musicale.

E allora ecco tutto: se termini come storyteller e scrittore vanno a coincidere, diventa molto alto il rischio di cedere una buona dose di complessità da parte del significato della parola italiana. Può apparire una banalità, ma è bene pensarci, di tanto in tanto. Magari riflettendo anche sulla qualità e sulla densità di significato delle parole straniere, provenienti soprattutto dall’ambito della cultura digitale, che stiamo accogliendo in questi anni nel nostro lessico.

(Una versione diabolista di questo stesso post è disponibile sul Medium del Vecchio Malesangue, qui. Buona lettura.)

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Fare Malesangue

“Non so se mi spiego.” Intervista con La Balena Bianca

balena

E così ho incontrato La Balena Bianca. Ma era una rivista letteraria online. Del resto è improbabile che la Balena si manifesti come qualcosa di concreto. La Balena, come il fascismo e il rock’n’roll, è uno stato mentale. Ad ogni modo, i redattori de La Balena Bianca sono stati così gentili da sottopormi le domande della rubrica Dieci per Dieci, in cui s’intervistano dieci (appunto) scrittori italiani che hanno esordito negli anni dieci (appunto) di questo secolo. Riporto qui di seguito l’ultima delle dieci (appunto) domande con relativa risposta. L’intervista completa si può leggere invece qui.

10) Se potessi essere un personaggio letterario, chi ti piacerebbe essere?

Mio dio, in cosa mi sto ficcando. Dunque, mi fa un po’ paura pensarmi come personaggio letterario per due motivi. Da un lato mi toglierebbe la possibilità di scrivere (ma non mi sembra una tragedia). Da un altro l’idea di essere evidentemente circondato da altri personaggi, più che da persone, sarebbe terribile. Comunque, se proprio devo scegliere, a volte ho l’impressione di essere già stato il Colin de La schiuma dei giorni. E non mi sarebbe dispiaciuto essere il protagonista de La casa dei libri, di Richard Brautigan (ripubblicato da Isbn col titolo L’aborto), per lo sguardo e le attenzioni che riserva prima ai manoscritti nella sua libreria e poi alla sua Vida, la donna più bella del mondo.

§

Ancora a proposito di interviste. In occasione dell’anniversario della morte di David Foster Wallace, minima&moralia ripubblica un’intervista allo scrittore americano suicidatosi cinque anni fa. L’intervista è del 1993 ma ci sono delle cose molto vere, direi attuali (si dice così, no?), alcune delle quali ricopio di seguito:

L’ironia ha svolto una funzione molto utile, facendo piazza pulita di un sacco di luoghi comuni e falsi miti, nella cultura americana, che non servivano più a nulla; ma purtroppo non ci ha lasciato niente da cui ricominciare a costruire, se non un atteggiamento di sufficienza sarcastica, di nichilismo autoreferenziale e di avidità materiale.

[…]

La mia è una generazione che non ha ereditato assolutamente nulla, in termini di valori morali significativi, ed è nostro compito crearceli, e invece non lo stiamo facendo. E ci viene detto, dagli stessi sistemi di cui gli anni Sessanta facevano benissimo ad avere paura, che non dobbiamo preoccuparci di inventare sistemi morali: insomma, che il senso della vita sta tutto nell’essere belli, fare tanto sesso e possedere un sacco di cose. Ma il risvolto sinistramente delizioso è che i sistemi che ci dicono questo stanno usando le stesse tecniche che avevano usato gli autori degli anni Sessanta: ossia tecniche postmoderne come l’ironia nera, le involuzioni metanarrative, tutta quella specie di letteratura dell’autoreferenzialità. Noi ne siamo gli eredi. E direi che la penso ancora nello stesso modo. Sto ancora scrivendo di persone giovani che cercano di trovare se stesse dovendosela vedere non solo con dei genitori che gli impongono di conformarsi, ma anche con lo scintillante e seducente sistema elettromagnetico tutto attorno a loro che gli dice che non ce n’è bisogno. Non so se mi spiego.

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Dizionario Immaginario

Dizionario Immaginario: Scrittori

Sto ammucchiando alcuni libri di Antonio Tabucchi qui intorno a me. Prima o poi ne inizierò uno e non so per quale motivo penso che si tireranno dietro l’un con l’altro fin quando non li avrò letti tutti. Ma la verità è un’altra. Li sto accumulando inutilmente e loro mi svolazzano attorno come avvoltoi. Ricordandomi che è lì dov’è Antonio che finiremo tutti.
(Qualche giorno fa ho detto a qualcuno che le parole che uso, ultimamente, svolazzano attorno ai concetti che vorrei esprimere proprio come avvoltoi; mi muovo per bozze, che nessun editor correggerà, attorno ai miei concetti, concetti, evidentemente, già morti.)
Ma non è il dove, è il come. Che un po’ mi atterrisce. Siamo lontani dalle grandi morti che interrompono grandi vite. C’è gente che muore così com’è vissuta. Morte normale per una vita normale, tutta tradotta in una scrittura normale, fatta da uomo a uomo. Una vita così può far paura, da qui.

Antonio, come Roberto (Bolaño), Richard (Brautigan), Herman (Melville) e Guido (Morselli), io non l’ho conosciuto se non attraverso quei tre o quattro libri suoi che ho letto. E dietro alle sue parole ho trovato subito l’uomo. Non è così per tutte le scritture, ci sono scritture meravigliose che per essere necessitano tuttavia di mettere distanza tra autore e lettore. Per cui è come se lo avessi conosciuto di persona, Antonio, come se mi fosse arrivato, sottopelle, quel suo modo di stare al mondo strettamente legato al suo scrivere. Certo potrebbe anche essere che io mi sbagli.
Ci sono questi tipi di scrittori, che non posso dire di aver (solo) amato. Forse è che li ho conosciuti. In fondo non riesco neppure a ricordare particolari dettagli dei loro libri. Mi rimane l’atmosfera, lo stile, la voce, il ritmo – non è tutto questo, l’esistere?; e guarda caso poi me li ritrovo in quello che scrivo. Rileggendomi, mesi o anni dopo, penso: Qui ero Tabucchi, qui ero Bolaño. Qui Brautigan. Qui Melville o Morselli. Ma lo so solo io, sono fantasmi di altre scritture apparentemente irriconoscibili: non si tratta solo di semplice imitazione, non di citazioni inconsapevoli e neppure di semplice cleptomnesia. Mi si sono calcificati. Suppongo che, per riuscire in questo intento involontario, debbano essere stati scrittori e, soprattutto, uomini straordinari: che dico, molto più semplicemente: autentici.

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