Fare Malesangue, Storie

Un paesologo a Francavilla F.

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Le persone la morte le cose. I pensieri. Le visioni si affastellano e riempiono gli scaffali, sfiniscono il vuoto e ti lasciano nudo e solo sulla solita spiaggia infernale. Ma io, io devo essere il coltello, io e nessun altro. Allora ecco la pessima scrittura degli altri e la mia che brilla come una moneta sulle rotaie. Il treno, un treno, passa sempre. Qualche giorno fa ho presentato Franco Arminio al mio paese, e allora ecco La Passione, le cose di cui parlo da solo, ho pensato al cerchio che si chiude, ai rimasti a terra di quel mio libro e a quelli che son venuti dopo, le mie stelle brillanti che bruciano presto, di cui nessuno parla mai, e che puoi osservare solo se guardi per terra, dove si brinda ai morti, e mai per aria. Mai per aria con la testa comunque a bagno nell’ossigeno. Ho scritto il pezzo che segue per Franco e per la sua scrittura, l’ho scritto pensando di mandarlo lontano, perché pensiamo sempre a come colpire chi è più lontano per arrivare a chi ci è più prossimo, perché è soprattutto l’affetto di chi è vicino che vorremmo ed è quello il primo a respingerci. Non abbiamo conosciuto altro che questo, diremo un giorno. E così la gloria resta l’unico fraintendimento postumo possibile per dirci che ci vogliamo ancora bene. Buona lettura.

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C’è un uomo che attraversa un paese come questo o come molti altri qui vicino. Lo attraversa a piedi, col suo passo lento e col suo respiro che a volte si traduce in affanno. Il fatto è che non solo il paese è attraversato dall’uomo, ma anche l’uomo, col suo corpo, è attraversato dal paese. Questa è grossomodo la paesologia, questa è la carne fatta di terra e la terra fatta di carne che compone la scrittura di Franco Arminio. Sulla paesologia non voglio dire molto, ci penserà Franco, e poi è bene lasciare le parole a mezz’aria per un po’, lasciarle esistere come suono che si fa largo nelle orecchie e poi nella testa fino a trovare un significato, un senso proprio, da sole se è il caso.

Per chi non lo conoscesse, potrei definire Franco Arminio un poeta che gira a piedi per i paesi dell’Italia meridionale come il nostro o come il suo, che si chiama Bisaccia e si trova in Irpinia, e poi ne scrive. Ne scrive di continuo. Non fa altro da anni, credo, ne scrive su Internet, sui giornali, nei libri. Una sorta di ossessione gentile. Quest’ossessione è poi una domanda molto seria: perché questa parte di mondo deve scomparire dal racconto globale, ammesso che sia possibile e credibile un racconto globale? E cosa ci tiene ancora insieme, dico proprio a noi che viviamo qui, se il rito, quello religioso, di paese, non basta più, se la famiglia si è ristretta fino alla paranoia e anche le merci, diciamoci la verità, hanno smesso di rassicurarci?

Posso subito aggiungere che Franco Arminio è uno scrittore che ha tolto la giacca della rappresentazione, che si è liberato del feticcio del suo stile. Le sue storie sono le stesse che con un po’ di curiosità troverete nei bar in piazza, alle vostre spalle. Non per questo sono meno avvincenti dell’ultimo thriller uscito in libreria. La prima conseguenza diretta di questa scelta è che nei libri di Franco Arminio trovate un uomo alle prese con la scrittura. La persona che mi ha fatto conoscere il Franco Arminio paesologo dice sempre che è molto bello quando qualcuno, in un libro, ti racconta che ha dovuto lasciare la penna e il foglio per occuparsi di un piccolo ragno che si è arrampicato sul suo braccio. La seconda conseguenza diretta della scelta di smettere i panni della rappresentazione è che il corpo dello scrittore è vivo. È un corpo vero, autentico, coi suoi affanni, le sue ipocondrie, la sua paura di sfibrarsi, rompersi, morire.

Ho detto delle ipocondrie. Qualche giorno fa ho scoperto che l’appucundria napoletana è molto simile al duende del flamenco, alla saudade brasiliana, al demone che infiamma il blues. Quel desiderio del desiderio che l’uomo postmoderno ha messo fuori dalle possibilità del divino, del sacro. Per noi potrebbe essere, faccio un’ipotesi, il malisangu, ma potrei sbagliarmi. Ad ogni modo la paesologia fa i conti anche con questo. E lo risolve con lo sguardo. Lo sguardo di Franco Arminio è irrimediabilmente poetico. Dunque la bellezza, che non è un fatto puramente estetico ma un movimento, un movimento che ti porta verso la fonte della bellezza che hai appena riconosciuto. La poesia non è contemplazione. Se non ti smuove, se non ti fa muovere verso qualcos’altro, non è bellezza autentica.

Lo sguardo di Franco Arminio è quello di un cane randagio. È a quella altezza che si rivela la poesia, e solo così è possibile la visione. Perché la paesologia è soprattutto visione, e solo la visione dà respiro al senso, allo spirito di una comunità. Solo una visione può dare senso, seppure per un istante, alle vite dei pazzi di paese, alla vergogna, tipica dei meridionali, di essere più antichi di un mondo che sembra incomprensibile, a quell’autismo corale che secondo Arminio ci rende muti e soli proprio mentre ci illudiamo di poter parlare con tutti. Solo la visione può dare un senso alla nostra partecipazione al mondo.

Perché in gioco c’è proprio la nostra partecipazione al mondo, come uomini prima ancora che come uomini che scrivono o leggono libri. È una questione di visione, non di visibilità. È quello che sappiamo fare con gli strumenti che ci siamo costruiti, da cavernicoli digitali, più che con quelli che ci hanno concesso o che abbiamo ereditato. È sapere che quello che abbiamo non è nato e non finisce con noi, ma proviene da molto lontano e ancora più lontano può finire.

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