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Le storie degli altri

Pensare il Messia — Guido Ceronetti

Bello anche pensare che non verrà il Messia, perché questo è, pur così duro, un pensare. L’amaritudine del tempo messianico essendo certa e verificabile, il non veniente viene. Samuel Beckett ha costruito, intorno a una venuta non veniente, un intero dramma dell’Attesa, impersonata da due straccioni in cui ci riconosciamo. La morte dell’attesa, morire all’attesa, è il peggior morire. Così dicendo, pallidamente risuscito me stesso dal sepolcro della mia privazione di attesa. Se la gente applaude alla parola Messia caduta per caso in una piccola poesia vuol dire forse un rifiuto ad essere morti all’attesa, portati per corridoi ciechi all’obitorio dell’anima. Il successo del Godot nella prigione di San Quentin fu corda toccata, fatta vibrare felicemente nel recinto carcerario, dove evidentemente sgocciola lungo i muri un messianismo infelice.
Pensare messianicamente, sia pure con una forzatura malinconica, trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale (misteriosamente, temo, pianificato) il cui primo stadio è raggiunto facendo spazzatura delle polverizzate speranze cieche.
Pensare il Messia è soffrire per qualcosa che vale perché ci oltrepassa, per qualcosa che dai confini della carne scruta il Deserto dei Tartari che avviluppa, mare ignoto, mantenendole disperatamente vigili, le possibilità umane.

“Il Messia non viene.”
“Ma perché dovrebbe venire?”
“Non lo so.”

[…] Il sogno però non può, non potrà mai, essere tolto a tutti. Perdura in quelli di noi che, pur non riconoscibili che a fatica, anche da se stessi, recano un sogno.
Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno.
Sognare è lo stesso che attendere.
Ecco, hanno suonato.
Vado ad aprire.
Non c’è nessuno.
È Lui.


Guido Ceronetti | Messia

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Le storie degli altri

Società, secolarismo e superstizione — Roberto Calasso

Duemila anni dopo Cristo, il secolarismo avvolge il pianeta. Così è non perché abbia sconfitto le religioni, bensì perché, fra tutte le religioni, è la prima che non si volga a entità esterne ma a se stessa, in quanto visione giusta e ultima delle cose come sono e come devono essere.
Se il secolo ventesimo è stato il secolo dell’autoriflessione, questo carattere si manifesta anche nel fatto che la società prende se stessa come oggetto che ormai ingloba tutto, grazie a quell’arma invincibile che passa sotto il nome di tecnologia.

[…] Homo saecularis non è così contrario alle religioni in sé. Le religioni somigliano molto alle ideologie, e con queste ultime è abituato ad avere a che fare ogni giorno. Chi dice di essere cristiano non deve essere molto diverso da chi dice di essere vegetariano. Sono tutti gruppi, comunità, confraternite. Si può essere comunisti — come anche culturisti. Ogni scelta va rispettata. Sono tutte minoranze. Nicchie. Quel che Homo saecularis invece non riesce a cogliere è il divino. Non sa situarlo. Non rientra nell’ordine delle cose. Delle sue cose.

[…] Il divino è ciò che Homo saecularis ha cancellato, con cura, con insistenza. Lo ha anche espunto dal lessico di ciò che è. Ma il divino non è come una roccia, che tutti inevitabilmente vedono. Il divino deve essere riconosciuto. E il riconoscimento è l’atto supremo verso il divino. Atto sporadico, momentaneo, non trasponibile in uno stato. “Incessu patuit dea”, il divino è come il passo di una dea, che si fa avanti e subito va oltre. Il divino è uno scintillamento discontinuo, che rinvia a qualcosa di compiuto e continuo. Per Homo saecularis tutto questo era evanescente e contrario alla fisiologia che aveva elaborato in se stesso. Era vano, ormai, rivolgere i propri desideri in quella direzione.

[…] Divino e sacro: cosa accade se qualcuno che non è incline a professare una qualsiasi religione riconosce quelle due parole e ne ha esperienza, non meno intensa di quella di un fedele? Dovrà ammettere che quelle due parole indicano qualcosa che sussiste in sé, ancora prima e al di fuori di ogni culto. E già questo invita a squarciare l’involucro protettivo e soffocante costituito dalla superstizione della società.


Roberto Calasso | L’innominabile attuale

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Le storie degli altri

Dove cadono le granate — Emmanuel Carrère

A nessuno dei due, né a Jean Rolin né a Jean Hatzfeld, piacerebbe assumere il ruolo dell’eroe positivo in queste pagine. Pazienza. Ammiro il loro coraggio, il loro talento, e soprattutto il fatto che, come il loro modello George Orwell, antepongano la verità a ciò che vorrebbero fosse la verità. Anche loro, come Limonov, non fingono di ignorare che la guerra è eccitante e che, potendo scegliere, ci si va non per virtù ma per piacere. Amano l’adrenalina e l’accozzaglia di spostati che si incontrano sulle linee di ogni fronte. Non sono indifferenti alle sofferenze delle vittime, a qualsiasi campo esse appartengano, e riescono a capire, fino a un certo punto, anche le ragioni dei carnefici. Curiosi del mondo nella sua complessità, se si trovano di fronte un evento che contraddice il loro punto di vista non solo non lo occultano ma lo mettono in risalto. Ed è il caso di Jean Hatzfeld, il quale, per una sorta di manicheismo condizionato, credeva di essere finito in un’imboscata di cecchini serbi decisi a colpire un giornalista, e dopo un anno di ospedale è tornato a Sarajevo per indagare giungendo alla conclusione che i proiettili che gli erano costata la gamba provenivano, per colmo di sfortuna, da miliziani bosniaci. Questa onestà mi colpisce ancor più perché non sfocia nel “sono tutti uguali” che è la tentazione di quelli che la sanno lunga. Giacché arriva infatti il momento in cui bisogna scegliere da che parte stare, o comunque da quale posizione osservare gli eventi. Superata la prima fase dell’assedio di Sarajevo quando, con l’acceleratore a tavoletta e a prezzo di enormi spaventi, era ancora possibile bordeggiare da un fronte all’altro, si doveva scegliere se raccontare gli eventi dall’interno della città assediata o dalle postazioni degli assedianti. Anche per uomini come i due Jean, restii a unirsi al coro delle anime belle, la scelta è stata naturale: quando uno è più debole e l’altro più forte, si continua, per onestà, a sottolineare che il più debole non è tutto bianco e il più forte non è tutto nero, ma ci schiera col più debole. Si va dove cadono le granate, non dove partono. Quando la situazione si capovolge, per un istante si resta sorpresi di provare, come Jean Rolin, “una innegabile soddisfazione al pensiero che una volta tanto erano i serbi a beccarsi tutta quella roba”. Ma è un istante che non dura a lungo, la ruota gira e, se si è quel genere di uomo, ci si ritrova a denunciare la parzialità del Tribunale internazionale dell’Aia che persegue con inflessibilità i criminali di guerra serbi ma lascia gli omologhi croati e bosniaci alla prevedibile clemenza dei loro tribunali nazionali. Oppure si fanno dei servizi sull’orribile condizione in cui vivono oggi nelle loro enclave del Kosovo i serbi sconfitti. Una regola, atroce ma raramente smentita, vuole che carnefici e vittime finiscano per scambiarsi i ruoli. Bisogna adattarsi in fretta, e non avere lo stomaco delicato, per restare sempre dalla parte di queste ultime.


Emmanuel Carrère | Limonov (trad. Francesco Bergamasco)

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Storie

Sylvia, senza Sylvia

Sarebbe stato facile, lasciare Sylvia. Fosse stato difficile, forse l’avrei fatto.

È davvero breve, 129 pagine appena, il viaggio che il lettore compie con Leonard Michaels e la sua prima moglie Sylvia Bloch nell’appassionato memoir Sylvia (Adelphi, 2016, traduzione di Vincenzo Vergiani). Così breve che alla fine, pur toccati dal racconto, resta il sospetto che manchi qualcosa.

L’opera si apre all’inizio degli anni ’60: il giovane Leonard si è appena laureato e non sa bene cosa fare della sua vita – a parte una vaga idea di scrivere – perciò è entusiasta, aperto a ogni possibilità.

Leggevo assiduamente. Mi tenevo in contatto con la mia specie.

Nelle prime pagine il tono è quasi quello del romanzo d’avventura, lo stesso, ottimista, di chi è pronto a lasciarsi riempire dalle occasioni che certamente verranno offerte dalla vita adulta. Quasi per caso, dunque, Leonard incontra Sylvia, amica di un’amica, e se ne innamora. All’elemento dell’avventura si aggiunge quello della perturbazione, per quanto ancora leggera.

Sarebbe stata una splendida estate, rigogliosa, profumata. Avevo una ragazza. Nessun dovere. Dovevo solo esistere.

L’altera bellezza di Sylvia – ebrea come il giovane Leonard – è perturbante. Ma lo è anche il mondo che la ragazza si porta appresso: orfana, sembra provenire da un passato di dolore inaccessibile, sconosciuto come il futuro che si appresta a vivere col giovane Michaels.

Cominciò senza un inizio. Facemmo l’amore finché il pomeriggio divenne crepuscolo e il crepuscolo divenne notte fonda.

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Microrec

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi

«Quello della delazione è l’unico genere non controllato dalla censura.»

Con Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi) Serena Vitale scioglie la pillola del biografismo in un documentario destrutturato.

Più che terra del socialismo, la Russia di Vladimir Majakovskij – anche quella del “post”, del Majakovskij riabilitato – è il Paese in cui divorziare è facilissimo… per troppo amore. C’è amore ovunque, in questa storia che ci fa detective più che lettori: amanti, mariti, mogli, “compagni e compagne”… ma il cuore è solo nel petto di Vladimir. “Noi andiamo dal Padre delle Anime, ma bisogna passare accanto al drago” ammoniva San Cirillo di Gerusalemme: e draghi erano tutti – Lili e Osip Brik, Nora Polonskaja, e poi i membri gli artisti e i delatori dell’OGPU/NKVD – attorno a Majakovskij.

Vicenda in sé notevole, insomma, soprattutto per via di questi russi, di quel loro carattere di cospirazione continua in lotta o in appoggio alla macchina no-anima sovietica, di quelle identità moltiplicate da patronimici, nickname, vezzeggiativi, trascrizioni errate e ribadite fino a nuova consuetudine… E poi quella capacità innata di fare del suicidio una raffinata forma d’arte individuale (escapismo, rimedio contro la colletivizzazione coatta d’ogni cosa nell’URSS che fu?)… Laddove quel “pettegolezzi” del titolo rimanda in effetti all’immagine in brandelli di una Verità, franta in spicchi di cielo “instellato di poesia”, che osserviamo nel mosaico di uno specchio crepato a morte dal troppo specchiarcisi…

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Storie

Dove si mischiano i mari: Emmanuel Carrère, dal vivo

Ho incontrato la scrittura di Emmanuel Carrère circa dodici anni fa per la prima volta. Venivo da anni di letture di saggi, soprattutto musicali, e m’era tornata voglia di fiction. Così andai da mia madre, lei consultò la libreria di famiglia e tirò fuori Baffi. Romanzo dell’ambiguità di essere e non essere sé stessi agli occhi degli altri, lo adorai così tanto da finire con l’incorporarlo in uno dei racconti del mio primo libro.

Curioso, a pensarci oggi, oggi che Emmanuel Carrère è considerato il re del reportage dopo aver ripudiato la fitcion. Ad ogni modo, quando ho saputo che Carrère si sarebbe palesato quaggiù in Puglia non ho esitato un attimo. Dovevo conoscerlo, al di là dell’idolatria e del feticismo che impesta quest’epoca di hype ed eventi.

Leuca, dove si sarebbe tenuto l’incontro, è molto lontana. Direi che soprattutto reclama lontananza. Uno pensa che il Salento è tutto lì, Lecce e dintorni, e invece Leuca è un altro mondo. Tanto che mentre la raggiungi ti viene da pensare che stai tornando indietro nel tempo. Verso Gallipoli poi il paesaggio cambia. Meno cemento, più natura selvaggia, e un elenco di paesini come rigurgitati in terra da una mamma-uccello premurosa e subito dimentica del suo ruolo: Salve, Ruffano, Barbarano, Montesano, Montesardo, Alezio, Patù, Morciano…

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Interviste

Nella perfida terra di Dio. Conversazione con Omar Di Monopoli

Conosco Omar Di Monopoli da dieci anni: da quando cioè ha esordito con Isbn col suo primo romanzo Uomini e cani. Adesso, dopo altri due romanzi e una raccolta di racconti, Omar è approdato a Adelphi con l’ultimo Nella perfida terra di Dio.
Posso dire di far parte della nutrita schiera di suoi lettori che ha esultato alla notizia del passaggio, qualche mese fa: per me Omar, che vive a dieci chilometri da dove vivo io, è stato un punto di riferimento costante, e la sua scrittura una sorta di sorella maggiore per la mia – per chi non l’avesse mai incontrata: bisogna immaginare il muro di una bellissima chiesa barocca però abbandonata, nelle cui crepe (di questo muro) crescono dei rigogliosi cespuglietti di malerba; oppure si provi a evocare il suono ubersaturato di chitarre collegate ad amplificatori per basso di certo stoner rock anni ’90 – altro esempio per dire, pure, che i romanzi di Omar andrebbero letti con orecchie interiori, oltre che con gli occhi: perché se gli occhi rimandano a paesaggi da gotico appulo-americano, la sonorità dell’italiano desueto di questo William Faulkner di Terra d’Otranto, che ingloba e rivomita lingue locali acide e senzadio, è un’avventura nell’avventura.
Di questo e altro abbiamo parlato con Omar nel corso della conversazione che potete leggere di seguito.

Inizierei dallo stupore di leggere le tue parole rivestite dal completo tipografico di Adelphi (un sobrio gessato, direi). Ti avevo lasciato bardato dal rossosangue dei dorsi Isbn, con quei caratteri secchi e puntuti, e ora sei tutto aggraziato e pulito. Il che rispecchia pure, se vogliamo, il passaggio dall’ultrapop Anni Zero di Massimo Coppola al classico dei classici e senzatempo di Roberto Calasso; passaggio in cui la tua opera non perde nulla, anzi, al contrario acquista un’identità, un’aura nuova – un po’ quello che è successo a M.P. Shiel con La nube purpurea, passato dal “genere” di Urania all’autorialità forte di Adelphi; Adelphi che peraltro ti ha collocato nella stessa collana, Fabula, in cui escono Bolaño e Carrère, tanto per fare i nomi di due autori che indagano il male da una prospettiva simile alla tua, forse. Come ti senti? È un sogno, è tutto vero? Come calzano questi panni nuovi?

Caro mio, non smetto di ripeterlo, in questi giorni, e quindi lo ribadirò anche qui: è ovviamente un salto quantico, una cosa che mi rende orgoglioso. Pure, sperando di non sembrare troppo presuntuoso, credo si tratti in fondo di uno sviluppo naturale (non dovuto, intendiamoci, ma naturale!) giacché la Isbn era, per lo meno agli esordi, una sorta di Adelphi in sedicesimo: una casa editrice insomma con un catalogo curato e vivo, con una sua precipua identità anche grafica oltre che filosofica (solo decisamente più pop rispetto alla monumentale casa in cui adesso ho l’onore di essere ospite). Poi le cose sono andate a ramengo ma è inutile stare a riparlarne: io so solo che probabilmente non sarei mai entrato nello studio di Calasso se prima non avessi incontrato l’entusiasmo di Papi, Coppola e Formenton in Isbn, coi quali sono cresciuto come autore. Il resto è cronaca, anche giudiziaria, e credo sull’argomento si sia detto abbastanza… Continua a leggere

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