Storie

Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

Continua a leggere

Standard
Le storie degli altri

Muezzin d’Occidente

campamina

Fosse per me, per me soltanto, intendo: siamo in guerra, certo, questo direi, in questa guerra diffusa e molecolare, che avviene un po’ qui un po’ là senza senso apparente ma tra molte apparenze e tentativi di rappresentazione che ne amplificano il senso mancante.
Ma questo è il parere di papa Francesco I, mi pare, e non il mio, non propriamente, almeno.
Io, fosse per me, per me soltanto – anche se a scrivere così, scrivere così come se stessi parlando, mi sento un po’ Paolo (Paolo nel senso di Nori, non il Paolo Papa Giovanni visto che s’è detto di papi, fin qui) – insomma se fosse per me soltanto direi che sì, è guerra, guerra perché da quando è iniziata (quando è iniziata?) soffro un po’ meno.
Nel senso che soffro per cose mie, un po’ meno. Perché il pericolo è fuori – fuori, finalmente! – e se là fuori è tutta una carneficina come fai, come fai dico a perdere tempo col dentro, col fatto che non lavori, che non ami, che non scopi, che non proliferi, e non non e non?
Finalmente è non più il tempo della profondità, della psicologia, della depressione.
Continua a leggere

Standard
Storie

Guglielmo Minervini, non so altro

gu

Mi riferivo ai corpi, forse sono come valigie, ci trasportiamo noi stessi.

Antonio Tabucchi | Notturno indiano

*

Non ricordo dove l’ho letto, ma a quanto pare c’è una maledizione che colpisce alcune personalità meridionali: quella del nome che ha smarrito il cognome.
Eduardo e Totò sono due esempi tra i più noti. Anche a Guglielmo Minervini è successo qualcosa di simile: da un certo punto in poi per molti è stato solo Guglielmo.

Se ne scrivo su questo blog non è solo perché vorrei che restasse traccia della scomparsa di quest’uomo tra le mie carte virtuali, e neppure perché Minervini è stato editore, prima ancora di fare politica.

A dirla tutta non voglio nemmeno spiegare chi è stato Guglielmo Minervini: spero anzi che chi non lo conosce si faccia un giro per il web e scopra chi era, cos’ha fatto, in cosa ha creduto.

Io l’ho sempre chiamato con nome e cognome perché l’ho incontrato poche volte. Una volta sono stato con lui tra i relatori di una conferenza, ma questo non basta a spiegare quanto io abbia vissuto in ciò che lui ha irradiato. In termini di visioni, di politica vera.

Continua a leggere

Standard
Le storie degli altri

Politiche di sinistra, retoriche di destra: e viceversa

Jakub Różalski

Dopo l’analisi dei dati Svimez 2015, pubblico alcuni stralci di un altro intervento del poeta Guglielmo Soga. I temi sono gli stessi: meridione, sviluppo, contemporaneità. L’illustrazione è di Jakub Różalski.

§

Quando, nel 2010, ho creato Progetto Itaca, molti hanno pensato a una sorta di residuato hippy trasportato, non senza qualche forzatura, nella contemporaneità. Non era così. All’epoca io stesso discutevo spesso con politici, banchieri, economisti e imprenditori, e non parlavamo certo di poesia o letteratura. Spesso ero a pranzo o a cena anche con personaggi stranieri di un certo calibro, con cui si parlava di Facebook, Apple, Google, Amazon e compagnia cantante. Lo stesso Progetto Itaca era nato in rete, del resto. L’obiettivo non era fare poesia dal vivo, quello era il mezzo. Noi volevamo parlare di economia, che in fondo è il nostro modo di stare al mondo senza distruggere né noi né il pianeta che ci ospita […] È chiaro che con Itaca le cose sono andate diversamente. Forse chi aderì al progetto non aveva compreso appieno di cosa stavamo parlando, o forse ero io che non mi ero spiegato bene. E comunque è finito tutto per forze di causa maggiore […] abbiamo dovuto interromperlo dopo l’alluvione di quell’anno. E in fondo l’epilogo di Itaca dice molto […] un progetto nato in rete, in una delle zone più povere del nostro Paese, interrotto dall’irrompere dalle solite e ataviche questioni del nostro territorio: un’alluvione, la terra che frana perché troppo consumata, e insomma tutte le contraddizioni dell’epoca che viviamo che impediscono, nell’immediato, l’approdo a una riflessione comune.

Continua a leggere

Standard
Le storie degli altri

Dati Svimez 2015: cinque opinioni oscure e divergenti

01_0015

Qualche giorno fa mi sono divertito a leggere i dati Svimez 2015 sul non-sviluppo (per usare un eufemismo) del meridione italiano. Soprattutto mi hanno divertito le opinioni fiorite in merito a destra e a manca. Ho voluto prolungare questo sadico divertimento immaginando cosa pensano della questione alcuni dei personaggi di cui ho scritto negli ultimi anni. Si tratta di esuli, per la maggior parte pugliesi, che conosco ormai a memoria. Ne è venuto fuori quanto segue.

*

Vivo ormai da anni in Toscana, una splendida regione che mi ospita come la perla nell’ostrica. Non sto dicendo che sono una perla, ma di sicuro non c’è ostrica senza perla. Io non sarei io se non fossi qui, se non avessi lasciato il sud per venire qui. Per cui quello che penso dei dati Svimez 2015 ha a che fare con questo senso di sicurezza e di bellezza che la mia vita si è portata dietro. Ma non del tutto. Chi mi conosce sa che, ad esempio, continuo a scrivere sui quotidiani delle terre che mi hanno dato i natali, e sa anche con quanta rabbia io scriva. Forse, come dice Guglielmo Soga, dovremmo abbandonarci all’idea di essere stati abbandonati, farne un punto di forza per il rilancio del nostro meridione. A questo punto io sarei uno che ha abbandonato, però, e tuttavia mi sento anche abbandonato a mia volta dalla mia Puglia: altrimenti non sarei dovuto andar via, oltre trent’anni fa. Questo genera un senso di rabbia. E la rabbia, dispiace dirlo, la indirizzo contro la politica. Senza per questo alimentare un qualunquismo di dubbio gusto. Il discorso di Soga è incompleto: va bene fare dei propri limiti, della propria condizione limitata, un punto di forza, ma se la politica non ti segue? Se non è in grado di seguirti, di pensare un modello di sviluppo differente? Peggio, se è in cattiva fede e semplicemente non può seguirti, caro Guglielmo, perché per un’intera classe dirigente è sconveniente pensare a modelli di sviluppo alternativi? Temo le voci isolate, come la mia e quella di Guglielmo Soga, perché tendono al martirio oppure all’oblio. Come per la mia Puglia, ora più che mai.


Franco Dannoso, docente Continua a leggere

Standard
Interviste

Intervista a un candido candidato

L’Italia è un paese di cariche. Anche se la gente appare un po’ scarica, giù di corda, ciò che tutti vorrebbero è: ricoprire una carica. La poltrona, la sedia, la sdraio ma anche l’amaca presidenziale rappresentano comunque il potere: che si gestisca una città, una nazione intera o l’Associazione degli Eccentrici Italiani, poco importa, importa il potere, importa gestire qualcosa. Molto dipende dall’inclinazione personale, certo: quando mi è capitato di gestire una vasca di pesci rossi mi sono sentito al massimo, ma posso comunque comprendere le ambizioni del soggetto di quest’intervista: il Candidato. Direi che forse, in Italia, anche l’esser candidato è un vero e proprio tipo di carica. Candidati al Consiglio Regionale, candidati alle Europee, candidati imprenditori, candidati calciatori, candidati morti e candidati vivi, candidati per tutte le stagioni e candidati a perdere. Ce n’è per tutti i gusti: personalmente, la conversazione che segue mi ha fatto scoprire un uomo-carica che, se non è paraculo, allora è proprio un candido candidato, quasi ingenuo nel suo dire.

Prima di tutto, a cosa è candidato quest’anno?

Se mi è consentito, vorrei fare una precisazione. Non sono un uomo per tutte le stagioni. E’ da un po’ che sono sulla breccia e ho sempre dimostrato di amare la politica quando essa si palesa come un servizio al cittadino. Dunque, non so bene quale sarà il mio destino per questa stagione, ma se mi chiederanno di candidarmi, risponderò con la solerzia e la voglia di metterci la faccia che mi ha sempre contraddistinto. Chi mi conosce lo sa.

Continua a leggere

Standard