Storie

Terrore, amore, poi ancora terrore

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Killian Eng

Questo racconto è apparso per la prima volta su Farsalia, il numero VI di Ô Metis, rivista a cura di Crapula Club. Consigliato per cuori infranti e terrorizzati, specie se sprovvisti d’alcol, sostanze psicotrope o un buon libro con cui alleviare il dolore, la solitudine o più semplicemente la noia. Buona lettura.

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Estratto da La voliera di Nero Desideri, 8 dicembre 2043 ore 20.59
Ci sono donne partorite dalla luna: non, tuttavia, senza spasmo e dolore di cosce. A loro modo immortali, la loro immortalità non è che l’indizio dell’esistenza di una divinità remota, ulteriore. Per questo, ma non solo, si dice che queste donne siano fantasmi di altri fantasmi, e che al pari di maree, tessuti vascolari emorroidali e licantropi, rispondano solo al movimento dello spettro ghiacciato del nostro pianeta. Per questo si dice anche che chi le abbia incontrate abbia visto la Tigre, che sia cioè affetto da santità o pazzia come accade in certe tribù mediorientali, la cui memoria collettiva è continuamente scossa dall’ossessione per il ricordo di una bestia che non si può dimenticare né smettere di rievocare a ogni passo, a ogni dubbio: a ogni inciampo in quel gorgo appassionato che ci indemonia finché si è vivi e camminanti su questa terra.
Queste donne cantano la propria bellezza, ma è un trucco o una parte: sanno effimera e occulta, al contrario, la bellezza della natura, olio che giace inerme sulla superficie dell’acqua. E così inseguono una più sublime forma di esistenza: la perfezione.
Neutra, glabra, a suo modo abietta, la perfezione ignora ogni cosa fuori da sé. Come canidi, dunque, queste donne conoscono il mondo in scala di grigi e sovente, tra il bianco e il nero, prediligono quest’ultimo. Il metro con cui misurano gli atti dei terrestri è dunque la stanchezza, che tutto attrae e consuma fino allo scheletro, fino al midollo. Negli armadi di queste donne non si conservano abiti: pendono soltanto grovigli di teschi, scapole, costole, sterni, femori, rotule e caviglie in attesa della polvere. Nell’atto dell’eterna decomposizione, nell’atto, soprattutto, dell’attesa della decomposizione, queste donne diventano fantasmi dei propri fantasmi, cui fanno visita ogni notte fino a sbiadire, occultate come gli intenti che le animano.
Allo stesso modo, alcuni uomini sono deserti. Illusi che sia fuori da loro, che in altri termini il deserto li circondi, non sanno di portarlo dentro fino all’ultima roccia, fino all’ultimo granello di sabbia. Si guardano attorno confidando, in cuor loro, in quello che è il più antico labirinto, concepito dalla natura prima che dall’uomo, confidando soprattutto nel sole che nel picco di mezzogiorno annulla ogni ombra. Questi uomini sono il deserto ma non sanno il deserto. Se pure conoscono la storia dei propri simili, si pongono al di fuori di essa, incapaci ormai di corrispondere ai frammenti di storie, canzoni e memorie che i leoni guardiani passano sotto segreto come si passa il rancio tra le sbarre di una cella. Tutto ciò che questi uomini sanno e raccontano non annulla il confine, esaltando al contrario ogni sentimento del limite. Per questi uomini, ciò che è invalicato una volta resta invalicabile nei millenni a venire.
Si dice allora che la donna, al pari della guerra, sia atta a forgiare l’uomo. Si dice anche che certi uomini bramino il possesso di certe donne per dimenticarle, perché il possesso estingua finalmente la pena che danno. È chiaro che questi uomini hanno visto la Tigre, è chiaro che queste donne hanno già perduto una guerra. Del loro incontro, mancato ed eterno, non resta che quell’attrito iniziale che sempre scintilla nel dramma, ovvero in quel tipo di felicità intermittente e provvisoria che è sempre l’infelicità.
Discuteranno di questo in eterno.

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Corpi estranei

Muezzin d’Occidente

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Fosse per me, per me soltanto, intendo: siamo in guerra, certo, questo direi, in questa guerra diffusa e molecolare, che avviene un po’ qui un po’ là senza senso apparente ma tra molte apparenze e tentativi di rappresentazione che ne amplificano il senso mancante.
Ma questo è il parere di papa Francesco I, mi pare, e non il mio, non propriamente, almeno.
Io, fosse per me, per me soltanto – anche se a scrivere così, scrivere così come se stessi parlando, mi sento un po’ Paolo (Paolo nel senso di Nori, non il Paolo Papa Giovanni visto che s’è detto di papi, fin qui) – insomma se fosse per me soltanto direi che sì, è guerra, guerra perché da quando è iniziata (quando è iniziata?) soffro un po’ meno.
Nel senso che soffro per cose mie, un po’ meno. Perché il pericolo è fuori – fuori, finalmente! – e se là fuori è tutta una carneficina come fai, come fai dico a perdere tempo col dentro, col fatto che non lavori, che non ami, che non scopi, che non proliferi, e non non e non?
Finalmente è non più il tempo della profondità, della psicologia, della depressione.
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Corpi estranei

Fare il gioco di chi

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Ho appreso dei fatti di Parigi mentre ero alle prese con la stesura della recensione di un libro italiano uscito qualche mese fa. Annichilito, ho dovuto interrompere la scrittura per qualche ora. Verso l’una di notte ho deciso che non mi andava di subire le immagini televisive com’è successo con il dopo Charlie Hebdo, quando mi ero lasciato ipnotizzare dalla perfetta drammaturgia della diretta (in split screen) tra il supermercato kosher in cui si era barricato Amedy Coulibaly e la tipografia di Dammartin-en-Goële in cui sono stati uccisi i fratelli Kouachi.

Credo che pochi ricordino che gli attentati di allora sono stati rivendicati dalla filiale yemenita di Al Qaeda e non dallo Stato Islamico. Che significa? Non ne ho la più pallida idea. In compenso, il libro di cui stavo scrivendo venerdì sera parla anche di questo. Di quanto abbiamo lasciato scivolare la finzione (letteraria, cinematografica) fuori dalle opere d’ingegno per farla penetrare nel racconto degli eventi di questa nostra epoca. Ho anche l’impressione che il finto, tipico di ogni opera di fantasia, stia lasciando il passo al falso, che è cosa ben diversa, o addirittura al verosimile. Insomma, detto volgarmente: credo che la bufala sia il genere letterario per eccellenza, di questi tempi.

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Fare Malesangue, Storie

Quelli che sanno si salvano

chiamate

Per F., che ha compreso (e per V., perché comprenda)

“Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto. Siamo cresciuti con questa convinzione. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte.” RB

Sono convinto che ci sia una guerra, là fuori, mentre scrivo. Se mi concentro sento i fischi delle bombe e le mitragliate. Diciamo pure che scrivo in uno dei pochi momenti di calma concessi dalla guerra senza guerra che sento di vivere. Diciamo anche che ha desistito persino il Papa, è successo meno di un mese fa nel momento in cui scrivo. Questa guerra è fatta di sopravvivenza fisica – mettere insieme il pranzo con la cena, si dice così? – e mentale. Quando avremo finito di preoccuparci di come smaltire i rifiuti materiali che produciamo, toccherà a quelli mentali (le informazioni, le chiacchiere, gli eventi, i tormentoni, le dichiarazioni a mezzo stampa).
Se mi capita di scrivere meno – in giro dico abitualmente che non scrivo più – non è per quel fascino che ho sempre subìto nei confronti di chi smette di far qualcosa. C’è un libro di Agota Kristof in cui un immigrato con una storia complicatissima alle spalle smette, a un certo punto, di fare due cose semplicissime: aspettare una donna che non arriverà e scrivere. Il libro si conclude con tre frasi: con due la Kristof ci dice che Tobias si è sposato con una parrucchiera che scopava per noia e che ci ha fatto dei figli (intuiamo che è felice) e con la terza, molto semplicemente, che non scrive più. “Non scrivo più”: con queste tre parole si conclude quel libro.
Se non scrivo più, allora, è perché la guerra senza guerra bisogna pur combatterla. Le parole servono a poco, forse a niente in questo momento. C’è anche il fatto – una premessa di questa guerra – che le parole sono in conflitto con le immagini; avendo smesso di accompagnare le mie parole con la mia brutta faccia, pare anche che le mie parole abbiano perso valore; questo si vedrà; sappiate solo che questa introduzione è necessaria per comprendere quanto segue, cioè il racconto di due vite che ho trovato nel libro Chiamate telefoniche di Roberto Bolaño.

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Storie

Storia d’amore in 9/8

paul rumsey

La storia che segue mi è stata raccontata dal mio amico Jack Faccia-da-cane, al quale l’aveva raccontata, se non erro, un collega; a sua volta, questo collega l’aveva sentita molti anni prima da sua moglie, che poteva chiamarsi Wanda oppure Modestine, in un ristorante di Salonicco.

«Ci sono un ragazzo e una ragazza. Si conoscono sin da bambini. Da adolescenti si innamorano e stanno un po’ insieme. C’è un litigio, oppure uno dei due fa o dice una fesseria, un mezzo tradimento o parole troppo gonfie di rancore per quell’età. Si allontanano. Scoppia la guerra. Il ragazzo viene chiamato al fronte, in un paese straniero. Non passa giorno senza che pensi alla noia, alla paura di morire e alla ragazza che ha lasciato al paese. Ogni tanto le scrive. Lei gli risponde subito, ogni volta. Poi, forse per la guerra che si dice possa arrivare anche in paese, forse anche per lei la noia o la paura di morire, ma ecco che la ragazza inizia a frequentare altri uomini, senza tuttavia smettere di pensare al suo, perso in una guerra inspiegabile – in un modo o nell’altro, ci pensa proprio così. Lui nel frattempo si innamora di una ballerina che non sfiorerà mai e che dimentica quando va con una puttana, un po’ per noia un po’ per spirito d’imitazione verso i suoi commilitoni. Si vergogna molto e solo allora smette di scrivere alla ragazza in paese. Lui non può saperlo, ma anche lei ha deciso di farla finita con quella corrispondenza, perché nel frattempo, nel paese tirato mezzo giù dalle bombe, un vecchio notaio si è innamorato di lei e le ha chiesto di sposarlo.
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