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Storie

L’enigma di Luke Skywalker

Caro Mark (caro Luke), forse non lo sai ma c’è un terrestre, uno di questa galassia, che ha scritto che “il maestro è nell’anima, e nell’anima per sempre resterà”. Perché se non c’è un maestro, aggiungo io, non c’è anima. Avere un maestro è, credo, quello che più mi è mancato in questi anni.

Cos’è un maestro, in fondo? Yoda, il tuo maestro, dice che un maestro è il terreno su cui crescono gli allievi, e che quel terreno è costellato di fallimenti. Questo è il fardello del maestro, di ogni maestro, dice Yoda. Ancora una volta mi permetto di aggiungere: il maestro è chi insegna senza che tu neppure te ne accorga – ma questa, lo so, è un’arte ancora più raffinata, che appartiene a davvero pochi individui in giro per la galassia.

Tu, caro Mark – mi rivolgo a te in quanto Hamill, ma anche in quanto Luke Skywalker – di maestri ne hai avuti due. Se non bastasse Yoda, per te c’è stato anche Obi-Wan. Entrambi ti hanno dato anima, dunque intelligenza; poi è arrivato tuo padre, che si è ritrovato a insegnare in punto di morte – per quanto il suo esempio sia stato equivocato, tanto da tuo cognato Han quanto da suo figlio Ben: ma in fondo l’equivoco è naturale per ogni storia che col tempo avvampa in leggenda, mito, epica.

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Fantozzi e la sindrome della Corazzata Potëmkin
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Fantozzi e la sindrome della Corazzata Potëmkin

Di fatto non si capisce, in questa scia di commemorazioni, se Fantozzi abbia più messo alla berlina con incredibile ferocia la mediocrità italica, o se al contrario l’abbia giustificata, moltiplicandola all’infinito – se, cioè, la maschera fantozziana abbia avuto o meno funzione autoassolutoria per la maggior parte del pubblico (autoassoluzione poi degenerata del tutto con cinepanettoni e gigieandreate varie da un lato, e nannimorettismi da un altro).

Una cosa è certa: la sindrome della Corazzata Potëmkin, ovvero la prigionia della cosiddetta cultura alta, del guilty pleasure difficilmente confessabile in pubblico, è ancora viva per molti intellettuali italiani; ancora oggi, molti di questi intellettuali, ricordando la maschera di Fantozzi, si sentono in dovere (non avendone forse neppure il diritto) di dare una lettura vagamente di sinistra e certamente colta, impegnata, insomma alta, dell’arte di Paolo Villaggio, che era un’arte – per quel che riguardava il cinema soprattutto – nazionalpopolare, tutta istinto e effetto (nonché un classico: nel senso che non c’è neppure bisogno di vederlo, un film di Fantozzi, per saperlo).

Ad ogni modo. Domani, estinta l’emozione, parleremo d’altre cose: e questo, di questi tempi, ci rende tutti uguali.

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Le storie degli altri

Mio padre e le guerre dei mondi

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Università degli studi di Bari, anno accademico 1977-78: mio padre si laurea in lingue con una tesi sul rapporto tra cinema americano di fantascienza e ideologia tra il 1949 e il 1963. Per scriverla, il laureando Cosimo Montanaro ha viaggiato fino a Venezia e consultato infinite fanzine (o almeno questo è quello che racconta adesso, quando glielo chiedo).
Quarant’anni dopo la tesi spunta fuori dalla vecchia libreria di famiglia. Finalmente posso darci un’occhiata. Leggendola non posso non pensare alla riscoperta della sci fi (e del weird) di questi anni, a tutto questo materiale che ha costituito l’immaginario tornato ultimamente di moda grazie a nerd e informatici di seconda e terza generazione.
Per dirne una, nel 1978 Star Wars era uscito da un anno appena (precisamente nel maggio del 1977, per convenzione #maythefourthbewithyou), eppure nella tesi di mio padre si parlava già di space opera. E c’erano già la paranoia dell’atomica (ovviamente), le diseguaglianze economiche ormai di livello globale, il duello infinito tra tecnica e fede, il cinema degli USA come ideologia dominante e la paura di tutto ciò che poteva arrivare da fuori (molto prima dell’11 settembre e del remake de La guerra dei mondi, dunque).
Quello che c’era allora e che forse non c’è oggi era l’idea che il capitalismo non fosse l’unica strada percorribile dall’umanità. La cosiddetta utopia, insomma.

Ma soprattutto: rileggendo la tesi, e soprattutto nei passaggi in cui si parla di B movie, mi è sembrato di percepire la voce di mio padre affettuosamente ironica come quella di un Kurt Vonnegut alle prese con l’opera omnia di Kilgore Trout; un compendio di trame improbabili (e analogiche) per film altrettanto improbabili, che però molto raccontavano di un’epoca.
Quello che segue, allora, è un estratto a parer mio piuttosto significativo di tutto questo lavoro (oltre che il 500esimo post di Malesangue).
Buona lettura.

Nel 1953 compare sugli schermi The War of the Worlds (La guerra dei mondi) di Byron Haskin, probabilmente l’apporto più spettacolare al tema dell’invasione. Barré Lyndon ne trasse il soggetto per Haskin dall’omonimo romanzo di H.G. Wells, ma stravolgendone completamente l’essenza: l’orrore di Wells di fronte a una società e a un mondo che sentiva divenire ogni giorno più estranei, distrutti e trasformati dagli anni, viene ridotto al tema sempre vivo dell’invasione e rinnovato da un diffuso elemento religioso del tutto estraneo all’ateo Wells: se nel precedente The thing a tentare l’approccio pacifico (e inutile) con gli aggressori era stato uno scienziato che aveva gridato alla Cosa: “Non sono tuo nemico, sono uno scienziato”, qui ci prova un sacerdote. Questa volta le intenzioni del regista sono diverse: mentre lo scienziato ci era stato presentato da Hawks sotto una luce negativa, contrapposto all’eroe, Haskin ci presenta il reverendo Collins come un personaggio positivo, e la sua è una figura chiave nonostante compaia per breve tempo. Egli avanza verso gli extraterrestri tenendo davanti a sé una croce e recitando un passo della Bibbia: “Camminando attraverso l’oscura valle della morte, io non temo il male.”

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Storie

L’enigma di Leia Organa

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Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana senza industrie culturali né mecenati, non c’era distinzione alcuna tra autore e pubblico, e ogni opera prodotta era un tassello, continuamente riscrivibile, di uno smisurato universo di fan made fiction

Sovrapposizioni
Nella Trilogia della Città di K, Agota Kristof scrive di una città (una galassia?) liberata – tra gli altri – da un androide che si chiama K-2SO (K, appunto). E poi di due gemelli. Uno di questi è Leia Organa, nata Skywalker, prima principessa e poi generale dell’esercito dei ribelli.
La rappresentazione, se vuol farsi leggenda, deve campare così: di approssimazione, ambiguità, costrizione ad uso e consumo dei fedeli. Del resto quando muore Carrie Fisher (la pazza, l’impasticcata, l’attrice e scrittrice brillante, la pupa del pappa Jabba the Hutt, ecc.) si finisce col piangere invece Leia Organa, nata Skywalker.

Chi muore davvero
Lo decidono, insieme, sceneggiatori e fedeli. Fino all’uscita di Episodio IX, Leia è viva e morta insieme come il gatto di Schrödinger. Carrie Fisher no, ma piangiamo comunque la principessa e il generale: se non altro perché certa gente, morendo, smuove qualcosa nell’intero sistema solare – un movimento psichico naturale e coerente, la stella che collassa fino allo spuntare dell’astro di Planck.
Come Padmé muore dando Leia alla luce, del resto, Debbie Reynolds muore dando Carrie alla morte: dov’è il confine tra ciò che è e ciò che è rappresentato?
La morte di David Bowie (ma poi è morto lui, o David Bowie?) rappresenta forse il primo smottamento di questa commozione globale, astro (nero) del ciel, pargol divin, virgineo e mistico, di stirpe regale decor, disceso a scontar l’error, sol nato a parlar d’amor, luce dona alle menti, pace infondi nei cuor.

Gli ultimi sentimentali sul pianeta terra
Gli antichi, che del resto per vati e profeti si sceglievano personalità multiple quando addirittura non collettive, erano convinti che alla morte di un poeta seguisse sempre la nascita di una stella, o di più stelle. Persino Orfeo frocio e attaccato ai fatti terrestri vide ascendere in cielo quantomeno il suo strumento, per via di questa convinzione – a cui noi contemporanei torniamo adesso, dopo che Beck Hansen, Fukuyama e i Simpson hanno dichiarato che la verità non è che un frammento, perciò risibile, e poi spallucce a volontà – adesso che a morire sono gli ultimi sentimentali sul pianeta terra.

Organa, Skywalker, forse Fisher
Tutt’uno con la Forza (costellazione, midi-chlorian, spirito santo), Leia Organa nata Skywalker può riabbracciare adesso l’amore di una vita (Han Solo, non ancora Harrison Ford, forse Paul Simon), conoscere sua madre una volta per tutte (Padmé, ma in fondo anche Debbie), guardare in cagnesco una gigantesca matrigna (Liz Taylor), aspettare i suoi figli (chi sei davvero, Ben Solo?) e il cane Gary.
E forse parlare con suo padre, ascoltarne la voce – quella vera, niente vocoder robotico e asmatico da James Earl Jones o Massimo Foschi.

Io, sono tuo padre
Bail Organa, padre adottivo, è di quelli che pensano che partecipare a una guerra equivalga alla possibilità di vincerne una, una soltanto.
Anakin Skywalker ne ha vinte due, perdendole entrambe. Perdendo una famiglia intera, condannandola a sua volta alla guerra. Una vita sbagliata, si direbbe. Condotta nel plagio del solco della fede altrui. Non meno di un bambino che nasce col fucile già in mano. Uno spartano. Certe vittime di guerra sono già morte prima di nascere, prima di uccidere: al soldo dell’imperatore o del presidente di una repubblica teocratica, non fa differenza.
Perdendo tua madre ho perso tutto, figlia mia, anche te e le guerre. Non dovevo farmi coinvolgere: è diventata la mia storia, ma non era la mia guerra. Tuttavia so bene che tu non saresti tu, tu e la tua splendente grandezza, se io non avessi fallito, e così tuo fratello.
Ero pazza nel sangue, papà. Il tuo sangue. Come certe ragazzine sbiadite che smezzano il corpo per troppo amore verso un padre inventato. E giù pillole, dottori e corruzione di ogni amore, anche solo sfiorato. Ho fatto la guerra a te e a chiunque per non farla (non più) a me stessa. Gli ideali si colorano di sangue vergine, il proprio, se ne hai ancora da versare. E io ne avevo, per fortuna. Questioni private, nient’altro, lo sai anche tu: e così il mio non era coraggio e neppure abilità di generale, ma stanchezza di me, necessità di sopravvivenza di me a me stessa. Questo ti dovevo, e nient’altro.
Adesso balliamo. Fuori fa freddo, ma non possiamo sentirlo.

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Microrec

Fuocoammare, Gianfranco Rosi

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«Perché la vita stessa è un rischio.»

Il bambino ha l’occhio pigro ma il pubblico – noi occidentali, quando vogliamo – ci vediamo benissimo; così pure l’Angelo della Storia, che stavolta non dovrà nemmeno voltarsi per giudicare: stavolta guarda e vomita già mentre accade.

Quanto all’isola: Lampedusa è il fermo immagine nel maelstrom dell’estetica del Mediterraneo: lo stesso mare in cui facciamo il bagno, le vacanze, i turisti, Mykonos e Santorini, lo stesso in cui hanno nuotato Salvatores, Virzì, i Vanzina.
Così Lampedusa è la roccia dove l’uomo può ancora essere uomo – purché sia uomo.
Mi stupisce sapere che da Nantucket alla Martinica come in Senegal e in Etiopia l’abitudine è la stessa: comunque vada, prima le donne e i bambini.

Cos’è questo? Un neorealismo finalmente guardabile, che non annoia l’occhio? Per noi occidentali l’etica, la morale di quest’inizio secolo sono subordinate all’estetica.
Questo è certo.
Dal canto suo, Gianfranco Rosi non fa cinema, non fa documentario; Fuocoammare è bellissimo e tedia insieme come la vita non mediata; non ha tesi da dimostrare né trama, ma scrittura sì, eccome.

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L’enigma di Kylo Ren

Io non so chi sia Kylo Ren.
La neve intorno gela i pensieri e non aiuta a comprendere; il tempo dirà se il ragazzo è un bamboccione fatalmente votato al bene – incapace cioè di compiere il male fino in fondo, come San Paolo l’esatto rovescio di Anakin Skywalker – degno paladino di una generazione, quella dei nati negli anni ’90, cresciuta con la magia di Harry Potter e dunque ferocemente affamata di fede (o forse solo allenata a una certa sospensione dell’incredulità).
O se al contrario non si tratti di un ragazzaccio incapace di distinguere la realtà da un episodio qualsiasi di Gran Theft Auto, magari con un lieve ritardo cognitivo, non abbastanza lieve, tuttavia, da impedirgli di arruolarsi tra i foreign fighters e andare a rapire, stuprare e farsi uccidere in Siria come un pivello qualsiasi.

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