Storie

Nostalgia per Internet

maya

Maya Beano

Lo scorso 9 febbraio questo blog ha compiuto otto anni. Su WordPress, però, ci sto da dieci: era il 2007 quando aprii il mio primo blog, ci pubblicai nove racconti e poi lo chiusi.
Scorrendo i primi articoli del Malesangue, comunque, ho la netta quanto ovvia sensazione che mi muovessi, all’epoca, in una Internet completamente diversa da quella attuale. C’erano post brevissimi, ironici e performativi, che oggi andrebbero direttamente sui social, ad esempio, e altri più lunghi, che richiedevano un po’ di tempo per la lettura, e che effettivamente venivano letti con attenzione e fino in fondo. Oggi è un po’ più complicato farsi leggere quando si va in profondità – ed è subito nostalgia per la cara vecchia Internet dei bei tempi andati.

La nostalgia: ultimamente mi avvolge spesso come una coltre di fumo, e infatti ne ho scritto recentemente. In più, qualche giorno fa, reincontrando Paolo Cognetti dopo cinque anni, gli ho chiesto di scrivere una breve definizione di questo impalpabile sentimento accanto alla dedica sulla mia copia de Le otto montagne. Ma di questo – della nostalgia in generale e dell’incontro con Paolo – parlerò in futuro. Adesso parliamo di Internet.

(Quanto al futuro: a volte è così intenso, visivamente intenso, da sembrare già una nostalgia del presente: questo direi, se volessi dare un taglio poetico a questo post, ma andiamo avanti.)

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Fare Malesangue

Malesangue su Facebook

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Qui su WordPress siete circa in 350 a seguire questo vecchio trabiccolo fondato nel 2009. Allora mi rivolgo a voi, perché forse non l’ho detto mai (o l’ho detto poche volte, e il bottone quassù passa inosservato): Malesangue è anche una pagina Facebook, che trovate qui, con qualche contenuto in più rispetto al blog. Se siete da quelle parti, ci vediamo anche lì.
(Magari nei prossimi giorni i contenuti in più non saranno tantissimi: in questi giorni sto chiudendo, come ogni anno, il celebre regalo di Natale del Malesangue, di cui dirò di più a breve. Magari proprio sulla pagina Facebook, vai a sapere.)

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Corpi estranei

Politiche di sinistra, retoriche di destra: e viceversa

Jakub Różalski

Dopo l’analisi dei dati Svimez 2015, pubblico alcuni stralci di un altro intervento del poeta Guglielmo Soga. I temi sono gli stessi: meridione, sviluppo, contemporaneità. L’illustrazione è di Jakub Różalski.

§

Quando, nel 2010, ho creato Progetto Itaca, molti hanno pensato a una sorta di residuato hippy trasportato, non senza qualche forzatura, nella contemporaneità. Non era così. All’epoca io stesso discutevo spesso con politici, banchieri, economisti e imprenditori, e non parlavamo certo di poesia o letteratura. Spesso ero a pranzo o a cena anche con personaggi stranieri di un certo calibro, con cui si parlava di Facebook, Apple, Google, Amazon e compagnia cantante. Lo stesso Progetto Itaca era nato in rete, del resto. L’obiettivo non era fare poesia dal vivo, quello era il mezzo. Noi volevamo parlare di economia, che in fondo è il nostro modo di stare al mondo senza distruggere né noi né il pianeta che ci ospita […] È chiaro che con Itaca le cose sono andate diversamente. Forse chi aderì al progetto non aveva compreso appieno di cosa stavamo parlando, o forse ero io che non mi ero spiegato bene. E comunque è finito tutto per forze di causa maggiore […] abbiamo dovuto interromperlo dopo l’alluvione di quell’anno. E in fondo l’epilogo di Itaca dice molto […] un progetto nato in rete, in una delle zone più povere del nostro Paese, interrotto dall’irrompere dalle solite e ataviche questioni del nostro territorio: un’alluvione, la terra che frana perché troppo consumata, e insomma tutte le contraddizioni dell’epoca che viviamo che impediscono, nell’immediato, l’approdo a una riflessione comune.

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Fare Malesangue

Muri digitali & galline al guinzaglio [appunti psichedelici]

…in buona sostanza, ecco, in buona sostanza io credo che sia il tempo a fare le storie. Non è solo un fatto di distanza materiale, non parlo di tempo o distacco materiale — è anche possibile un distacco immediato, tutto mentale, che può essere misurato in anni luce, e che può tramutare in foto d’epoca anche un’istantanea — qui si parla di tempo in termini di respiro. Se respiri bene, se una storia ha il tempo di respirare, allora potrà farsi. Il tempo consegna le storie — se non al Mito, quantomeno all’orizzonte. Le storie che stanno all’orizzonte hanno un calore diverso, un po’ sfocato, rispetto alla cronica cronaca, per dire. Puoi interpretarle, hanno un margine d’ambiguità in cui ci si può perdere e immedesimare. Il filo dell’orizzonte è, spesso, il filo della memoria. Prendete il calcio. Non manca, quando si racconta il calcio, un certo spirito nostalgico, tutto sentimentale, che tende a sottolineare come il calcio moderno ammanchi di poesia. Ibrahimovic, Pirlo o anche il Totò Schillaci dell’Isola dei Famosi non ispirano la stessa poesia di un Mazzola, di un Riva o di un Maradona. Ma è solo questione di tempo: le biografie hanno bisogno di respiro. A nascere all’epoca di Napoleone, vi assicuro che avreste trovato i telegiornali abbastanza insopportabili come, ritengo, accadeva durante gli anni di Andreotti qui in Italia. Dunque è il tempo, la distanza (soprattutto mentale, ripeto), a fare le storie: vedrete come si parlerà di Antonio Cassano tra un secolo. Tra mille anni, cambiando ambito, si dirà di Johnny Cash che era uno pseudonimo, che sotto il suo nome si celava un oscuro collettivo di cantori, come accade oggi per Omero.
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Interviste

E’ nell’inciampiare la poesia. Intervista a Tony Sozzo

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Se cercate qualcuno che lo fa per status – intendo: scrivere romanzi – cliccate altrove. E’ pur vero che ho curato nonricordobene cosa del secondo romanzo di Tony Sozzo, e che lui ha pubblicato due libri con una casa editrice a me molto cara, ma: Tony Sozzo è un autore da leggere. A partire da Facebook – si capirà in seguito perché dico questo – o da quest’intervista. Mi piace il suo spirito. Quello dei suoi personaggi. C’è una battuta nel suo Nolente che ricordo bene e mi fa ancora morire di risate. E il titolo del suo primo romanzo, L’eterna cosa peggiore, ha suscitato in me un’invidia che fatico a smaltire. Avanti.

Partiamo dalla fine. Progetti futuri? So che stai scrivendo un altro romanzo, forse è già pronto. Sarà sullo stesso genere dei due precedenti?

Sì, in un certo senso. Non c’è poi tanto di nuovo sotto il mio sole. Un personaggio che racconta le sue impressioni. Sono un prosatore lirico, se mi passi questa definizione. Ho sempre adorato il concetto di autore, più che quello di narratore. Nel cinema (Moretti, Allen) come negli altri settori artistici. Mi piace essere una personalità che dice sulle cose, che lascia i suoi atteggiamenti ad essiccare davanti ad occhi estranei. I miei futuri romanzi saranno la prosecuzione di quelli passati. È questo il mio bisogno artistico, per il momento. Per questa vita, probabilmente. E se teniamo conto di quello che faccio di solito, nella prossima vita mi reincarnerò in un panda stanco di essere sempre il simbolo degli animali più sfigati. I miei romanzi sono delle poesie un po’ prolisse, scritte con un linguaggio non del tutto elevato che ha bisogno di una serie di opportunità per raggiungere la decenza.

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Storie

Jesus is coming again

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[Intanto cliccate QUA.]

Gesù Cristo è una figura che mi appassiona. Da sempre. Da piccolo ero letteralmente terrorizzato dal lato pulp della questione – quello doloroso che batte sulla solita storia del peccato – e non riuscivo neppure a mangiare se davanti avevo una qualsiasi raffigurazione della Croce. Oggi sono più rilassato. Penso più al lato felice e pacificatore del messaggio di Gesù Cristo. Non posso fare a meno di credere in qualcosa, temo, anche il credere nel non credere mi riguarda. Ma non sono qui per questo. Gesù Cristo è una grande figura. Non perché sia rivoluzionario, non perché buono o chissà cosa. Mi attira il rapporto che gli uomini hanno con lui. Per questo mi piace Johnny Cash. Per questo ho amato Moby Dick. Peraltro lavoro in un posto cattolico. Ci sono delle suore. Su un muro del posto in cui lavoro c’è un quadro, su cui c’è scritto: «Il creato rende visibile l’invisibile» e, se qualcuno di voi conosce anche solo un poco il capitano Achab, sa che questo è il significato più profondo di Moby Dick.

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