Storie

Paolo Cognetti: un’avventura

“Delle sue imprese parlava con estrema avarizia. Non era della razza di quelli che fanno le cose per poterle raccontare (come me): non amava le parole grosse, anzi, le parole. Sembrava che anche a parlare, come ad arrampicare, nessuno gli avesse insegnato; parlava come nessuno parla, diceva solo il nocciolo delle cose.”

Primo Levi | Il sistema periodico


La parola ricorrente è: montagna. Meglio: montanaro. Oppure: racconti. Oppure, ancora: New York. E poi: infanzia. Senza dimenticare: ragazze. A cui aggiungerei: monaco. O forse: asceta. Poi: Nepal. E ancora: rigore. In un certo senso: misura. Forse, anche: orgoglio. E così via.

Se volessimo ridurre uno scrittore alle parole che usa o che evoca attraverso la sua scrittura, se volessimo aspirarne il midollo con un’imponente siringa che conservi una stringa di codice letterario essenziale, se volessimo farlo col paroliberismo vagamente fascistoide di hashtag e SEO… Be’, le parole infilate in serie nel precedente paragrafo sarebbero senz’altro quelle adatte per raccontare Paolo Cognetti – argomento, prima ancora che scrittore, molto battuto da queste parti, e che mi accingo ad affrontare per l’ultima volta (o almeno credo). Ma prima un piccolo excursus para-storico. Continua a leggere

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Storie

Nostalgia per Internet

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Maya Beano

Lo scorso 9 febbraio questo blog ha compiuto otto anni. Su WordPress, però, ci sto da dieci: era il 2007 quando aprii il mio primo blog, ci pubblicai nove racconti e poi lo chiusi.
Scorrendo i primi articoli del Malesangue, comunque, ho la netta quanto ovvia sensazione che mi muovessi, all’epoca, in una Internet completamente diversa da quella attuale. C’erano post brevissimi, ironici e performativi, che oggi andrebbero direttamente sui social, ad esempio, e altri più lunghi, che richiedevano un po’ di tempo per la lettura, e che effettivamente venivano letti con attenzione e fino in fondo. Oggi è un po’ più complicato farsi leggere quando si va in profondità – ed è subito nostalgia per la cara vecchia Internet dei bei tempi andati.

La nostalgia: ultimamente mi avvolge spesso come una coltre di fumo, e infatti ne ho scritto recentemente. In più, qualche giorno fa, reincontrando Paolo Cognetti dopo cinque anni, gli ho chiesto di scrivere una breve definizione di questo impalpabile sentimento accanto alla dedica sulla mia copia de Le otto montagne. Ma di questo – della nostalgia in generale e dell’incontro con Paolo – parlerò in futuro. Adesso parliamo di Internet.

(Quanto al futuro: a volte è così intenso, visivamente intenso, da sembrare già una nostalgia del presente: questo direi, se volessi dare un taglio poetico a questo post, ma andiamo avanti.)

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Le storie degli altri

Una mappa disegnata sul viso — Grace Paley

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Eccomi qui a ridere in giardino
una vecchia coi seni pesanti
e una mappa disegnata sul viso –
comunque sia successo
è quello che volevo diventare –
infine una donna
seduta per terra all’antica
cosce robuste piegate sotto
un’ampia gonna e in braccio un bambino
che salta su e giù nel piacevole
sudore estivo –
il mio vecchio in fondo al cortile
parla con il tecnico del contatore
gli sta raccontando la triste storia del mondo
l’energia elettrica fatta di uranio e petrolio
e così dico a mio nipote, vai
corri da tuo nonno e pregalo
di sedersi accanto a me per un minuto
all’improvviso sono sfinita dal desiderio
di baciare le sue sagge dolci labbra


Grace Paley
(Traduzione: Paolo Cognetti)

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Storie

Sul racconto: Paolo Cognetti, i video degli Alt-J e i trailer di Mark Woollen

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A pesca nelle pozze più profonde (minimum fax) è l’ultimo libro di Paolo Cognetti, un saggio – molto narrativo – sulla scrittura di racconti. Arriva dopo (vado in ordine sparso) una bellissima guida letteraria di New York, due raccolte di racconti, un romanzo di racconti, un memoir sulla vita in montagna e un piccolo libro per bambini. Forse ho lasciato fuori qualcosa, ad ogni modo è chiaro che Paolo Cognetti sta costruendo il suo personale percorso letterario attraverso forme sì tradizionali, tuttavia non certo tra le più sponsorizzate dall’attuale sistema editoriale. Almeno questo è quello che si dice in giro a proposito della forma racconto.

Il libro, diviso in tre parti, si concentra soprattutto sulla scuola americana di storie brevi. Cognetti cerca di comprendere, insieme al lettore, cosa caratterizza il racconto, cosa può fare un racconto, in altri termini, rispetto soprattutto al romanzo. Smontando e rimontando le opere di Hemingway, Carver, Flannery O’Connor, Alice Munro, Grace Pailey, passando per Melville e Edgar Allan Poe, Cognetti ci accompagna in un breve viaggio letterario che ha il pregio di sottolineare almeno due aspetti importanti della scrittura (e della lettura) di racconti: il mistero (quello che non sappiamo e che non sapremo di un personaggio, come dicono Hemingway e soprattutto la O’Connor) e la prossimità con la narrazione orale. Lo stesso Cognetti, in quest’operazione di smontaggio, sembra riferire questo o quell’altro aneddoto appreso da vecchi amici di cui anche noi, in qualche modo, abbiamo sentito parlare.
Altro aspetto interessante, meno esplicito nel libro, è che questo riferire dà origine, a sua volta, a una moltiplicazione di storie, come in una piccola (e molto spesso involontaria) deflagrazione mitopoietica.

Se in un racconto il vero protagonista è dunque il non detto, quello che resta nascosto nell’acqua, sotto una roccia, come la trota in un fiume o la biografia di un personaggio secondo la regola dell’iceberg di Hemingway, in questo libro invece è proprio la voce di Paolo Cognetti la vera diva al centro del palcoscenico. Una voce amica, che racconta a volte leggera, altre decisamente appassionata, ma sempre alla giusta distanza dalla materia. Così è anche nelle Quattro storie di Sofia che concludono il libro, e che possiamo interpretare come una pratica conseguenza delle riflessioni contenute nelle pagine precedenti. Quattro storie con cui Cognetti ammette di aver voluto trattenere ancora un po’ con sé la protagonista di Sofia si veste sempre di nero dopo l’uscita di quel libro.

Sul racconto
Forse sulla forma racconto andrebbe fatta qualche riflessione in più (cosa che sta accadendo, ad esempio, su Cattedrale Magazine). A volte l’impressione è che proprio mentre è bistrattato, apparentemente costretto in una sorta di riserva indiana (certo più editoriale che propriamente letteraria), il racconto non si prenda tutta la libertà di sperimentare che caratterizza in genere una minoranza poco visibile, arroccandosi al contrario dietro due o tre certezze. In questo caso certezze che provengono soprattutto dai maestri americani. Se Cognetti dichiara apertamente di amare e raccogliere le influenze soprattutto in quel tipo di narrativa (e mi pare sia d’accordo con lui Francesca De Lena), credo che noi italiani dovremmo comunque interrogarci, più in generale, a partire anche dalla nostra tradizione. Anche quella più recente. Cosa esprimono, in termini di stile, di lingua e di conseguente visione del mondo autori come Tabucchi, Manganelli, Buzzati, Landolfi, Parise, senza dimenticare Achille Campanile o il Gianni Clerici di Zoo, per citarne alcuni? Autori molto diversi tra loro, che esprimono comunque, a parer mio, una complessità ulteriore rispetto agli autori americani (sugli italiani e sul non detto, sulle tecniche di omissione volontaria, io cliccherei qui).

Altrove
Continuare a guardare agli americani come unica stella polare in fatto di scrittura di racconti potrebbe dunque non essere l’unica soluzione. Probabile che qualcosa di nuovo stia accadendo, se proprio si vuol guardare all’estero, in paesi non ancora o non del tutto occidentalizzati. Per questo ho letto con curiosità i consigli di scrittura (vero e proprio format, a dire il vero piuttosto inflazionato, per ogni blog letterario che si rispetti) di alcuni giovani scrittori cileni.
Ancora più in generale, si potrebbe attingere anche fuori dal contesto strettamente letterario. Se, ad esempio, il romanzo contiene già in sé alcune sperimentazioni legate alle serie tv degli ultimi anni (moltiplicazione dei piani di lettura, accostamento di più livelli temporali), lo stesso potrebbe accadere con un racconto, in grado di accogliere anch’esso un livello di complessità e densità narrativa maggiore rispetto a quanto siamo abituati.

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Influenze
Ancora, quali altre forme d’arte possono rappresentare un’influenza cui attingere per il racconto? Lo stesso Cognetti, nel suo ultimo libro, spiega come dare profondità a un personaggio facendo ricorso al posizionamento delle tre luci in un primo piano cinematografico. Dunque il cinema ma, perché no, anche il videoclip, che da trent’anni è ormai una forma di espressione artistica con cui si entra in contatto quotidianamente: i video degli Alt-J (tipo questo che sembra raccontare le vicende di un San Sebastiano da corsa) non sono delle short story pressoché perfette?
Si potrebbe guardare anche a qualche buon trailer, anch’esso una forma d’arte con una sua dignità (o quantomeno una sua indipendenza), come nel caso delle opere di Mark Woollen. Come (e più di) un racconto, il trailer è obbligato a lasciar fuori dalla rappresentazione grossa parte della storia, così come è indissolubile il suo legame col ritmo, non solo per la colonna sonora quanto per il montaggio delle scene del film che deve promuovere.
Aggiungeteci il fatto che produrre un trailer significa «entrare nella stessa rappresentazione dei personaggi delle storie e in quella delle persone che hanno contribuito a realizzare il film e fare parte per un po’ di tempo del loro mondo», il che, per dirla ancora con Mark Woollen, «è divertente».
A pensarci bene, è quello che Paolo Cognetti spiega in A pesca nelle pozze più profonde, ma soprattutto è quello che è accaduto proprio a Paolo con la sua Sofia.

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Fare Malesangue

La plastificazione di Baricco e il viaggio di Sofia

Da qualche parte sta scritto che la biografia di un poeta consiste delle sue opere. Non ricordo dove l’ho letto, forse era Tabucchi che citava qualcun altro. Comunque: sono molto d’accordo con questa definizione, alla quale mi piace aggiungere un corollario non da poco: la biografia di uno scrittore è nelle sue opere minori. Per questo motivo mi piacciono i libri piccoli, o anche quelli brutti, quelli che arrivano dopo il grande classico o il successo di critica e pubblico. Trovo che in quelle opere ci sia – più che nelle altre – l’uomo che ha scritto quel testo, coi suoi intenti, la sua parte più intima, i suoi limiti terribilmente e splendidamente umani. Non sono un amante delle personalità artistiche – anzi: però le connessioni tra un’opera e il suo autore mi incuriosiscono molto, perché in fondo, di ogni opera, che sia una canzone, un quadro o un libro, mi piace comprendere cos’ha da dire al mondo, a tutti noi, e non solo al suo autore. Ecco, mi piace pensare che gli artisti siano semplicemente degli uomini che per un po’ di tempo si sono lasciati attraversare da una storia.

È  il motivo per cui ho scritto un articolo, che si chiama La plastificazione di Alessandro Baricco, pubblicato sul sito di inutile Opuscolo Letterario (qui). Sono partito da un’opera apparentemente minore dello scrittore torinese, Emmaus, la quale, detto per inciso, non mi è piaciuta per niente. E però mi ha detto molto del suo autore. L’articolo è stato anche una buona scusa per parlare d’altro: il livello di plastificazione raggiunto dalla scrittura di Baricco, ad esempio, o anche il fatto stesso che sia molto difficile parlare di certi autori come Baricco o Saviano senza scatenare il delirio dei fan o dei detrattori; ancora, il rapporto tra critica e opere: quasi mai si tratta di un approfondimento capace di andare oltre un mero giudizio di valore o il resoconto di una trama.

A proposito di biografie e opere, infine, ho cercato di approfondire il rapporto di Paolo Cognetti coi personaggi dei suoi libri; anche in questo caso, non certo per farmi gli affari di Paolo, quanto per capire – ripeto – cosa muove la sua scrittura e cos’ha da dire a tutti noi. Cos’ha visto quest’uomo, e perché ha deciso di metterlo per iscritto? A tal proposito avevo buttato giù una lettera aperta allo stesso Cognetti. Il suo ultimo libro, Sofia si veste sempre di nero, mi era sembrato aprire un nuovo mondo di senso sugli altri, raccogliendo temi e personaggi già sparsi e seminati altrove. Mi aveva impressionato l’uso della prima persona, quel “Quanto a me, ho conosciuto Sofia Muratore…”, dettaglio non da poco per uno scrittore che raramente ha scritto in prima persona e quando lo ha fatto ha scelto di indossare panni femminili. Insomma, è andata a finire che nei prossimi giorni scorterò lui e Sofia in giro per la Puglia per due presentazioni, la prima l’11 dicembre a Francavilla (Brindisi), che è il mio paese, e l’altra a Bari, il giorno dopo, alla libreria del mio ultimo editore, la Zaum di Caratteri Mobili.

[Poscritto di qualche ora dopo: segnalo un mio pezzo breve uscito sul blog Helter Skelter. Si chiama Il contagio, ci sono una donna, un libro, un uomo e una spiaggia deserta come un segreto. Si può leggere qui.]

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Storie

Paolo Cognetti

Quello che segue è un omaggio in forma di lettera ai libri di Paolo Cognetti, con particolare attenzione all’ultimo, Sofia si veste sempre di nero (minimum fax, 2012).

20 ottobre 2012

Caro Paolo,
le donne ti fottono con gli occhi. Occhi cerchiati di nero, del nero del trucco di dentro al bulbo o dai pugni che attirano per il fatto stesso di lasciare intuire una propria vita interiore. Forse per questo Sofia è strabica: per non farsi colpire, o per fotterti di lato, che è un modo di fotterti, come dire, laterale, appunto, a suo modo gentile, incauto ma inedito. Ma inedito un corno: Mina che esplode, Marta che non ama per il partito che (non) ha preso, Sofia che non mangia e fa la pazza, Rossana che annega e Margot che poi chissà: di donne così ne abbiamo viste e vissute a bizzeffe; è il mito di queste donne che inquieta gli uomini, che le sognano inedite e per acquietarsi quando la frusta non funziona ne fanno stereotipi. Non c’è nulla di complicato in queste donne, lo è al contrario il timore che ne hanno gli uomini e le altre, di donne, soprattutto. Mai vista una donna in gabbia sopportare una donna (potenzialmente) libera, del resto.
C’è del cuore con ritmo da zoppo, un difetto d’amore nelle vite di ognuno che ognuno di noi colma come può. Tu ci hai scritto un libro, caro Paolo, il che è un tentativo di dar vita a qualcuno o qualcosa. Dietro la griglia di particolari e dettagli che si stringe attorno ai tuoi personaggi, c’è un libro fatto col cuore. Ma su questo voglio tornare più tardi.

Il motivo per cui ti scrivo, caro Paolo, è anche l’invidia, meglio, quel tipo d’invidia che è la gelosia per qualcosa che è nell’aria e che qualcun altro acciuffa prima di te. Un’invidia nobile, che non fa uscire matti ma porta a ragionare: il tuo ultimo libro, divorandolo, ha divorato il divario tra me e la materia che tu hai trattato. Il libro che tu hai scritto avrei voluto scriverlo io (per un sacco di ottime ragioni), dunque per me è stato necessario: e altrettanto necessario è adesso non tentarmi comunque di scriverlo io. Ho trovato che c’è già quella forma che cercavo di dare alla mia infelicità costituita di piccole felicità intermittenti; è inutile creare un ingorgo d’intenti in quella direzione che tu hai esaurito; finirei, ho concluso, per scrivere il Book of Grotesque che quel personaggio di Sherwood Anderson in Winesburg, Ohio si rifiuta di pubblicare; oppure come il Pierre Menard di Borges che riscrivendo il Don Chisciotte parola su parola è convinto d’averlo (ri)scritto per davvero in originale.
(Per conseguenza un altro pensiero mi ha preso: se incontrando un libro che avremmo voluto scrivere ci impediamo con responsabilità di replicarlo, cosa accade invece quando s’incontra un’esperienza umana simile alla nostra, però più dettagliata, o anche solo più urgente nell’inseguire ciò che noi inseguivamo e che pensavamo ci contraddistinguesse sopra ogni altra cosa? In quel caso, che accade? ci impediamo la vita?)

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Fare Malesangue, Storie

A sangue caldo (ringrazio)

22 giugno 2012, ore 23.46

In questi ultimi tre giorni d’inizio estate ho fatto più di 400 chilometri in auto per il tour de Il corpo estraneo. Non sono poi tanti, ma nel momento in cui scrivo (sono appena tornato dall’ultima presentazione, quella di Bari) ho addosso tutta l’afa portata dall’anticiclone Scipione che sono stato in grado di assorbire. Il sole l’ho preso tutto in faccia, il mio sangue è ancora caldo e la mia pelle suda un liquido che ha a che fare con la stanchezza, e la mia stanchezza non ha a che fare solo coi chilometri di questi giorni (sarebbe un po’ poco, in effetti).
L’importante, l’avevo detto, era andare, rendere un po’ più presente e meno estraneo il corpo dell’auto-munito autore del libro. Quanto a me: in questo breve tour potevo fare di più e meglio; o meglio: credo si possa fare “di meglio” senza fare “di più”, ma questa, così come la questione del rapporto tra un libro e la sua pubblica rap-presentazione, è cosa a cui tornerò a pensare in futuro.
Detto ciò, il mio prossimo obiettivo, come ho spiegato in questi tre giorni suscitando non poca perplessità in chi mi ascoltava, è fare un musical. Proverò a infilarci anche dei ballerini, lo giuro.

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